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Giovedì, 19 Aprile 2007

 Steve McCurry

 

Steve McCurry (n. 1950) ha iniziato la sua carriera di fotoreporter quando, nascosto sotto gli abiti della gente del posto, attraversò il confine del Pakistan per entrare in Afghanistan prima dell'invasione russa. Il reportage gli valse la Robert Capa Gold Medal, assegnata ai fotogafi che dimostrano eccezionale coraggio. Famoso anche per il suo lavoro nel Sudest asiatico. Le sue fotografie ispirano per la loro bellezza e potenza. McCurry ha lavorato diversi anni per la rivista National Geographic ed è membro della prestigiosa agenzia Magnum. Nel 1978,dopo essersi laureato al College of Arts and Architecture della Pennsylvania State University e aver lavorato per due anni per un quotidiano, andò per la prima volta in India come freelance. Fu lì che mise a punto un diverso modo di fotografare: imparò ad aspettare prima di scattare, per prendersi il tempo per esplorare i luoghi e per conoscere le persone. E, sempre in India, si innamorò degli intensi e vibranti colori: «Nutro la mia anima – dichiara – con i colori dell’Asia: l’intenso henné, l’oro, il curry e lo zafferano, l’opulento nero lacca e le tinte sgargianti che coprono la decadenza».

Steve McCurry, difatti, riesce a "carpire lo splendore della vita nel polveroso grigiore" dei paesi del sud-est-asiatico. Ogni sua fotografia è caratterizzata da colori saturi e vividi sia quando riprende i paesaggi tibetani o afgani dall’incontaminata bellezza, sia quando riprende scene di vita quotidiana.A volte, Steve McCurry utilizza qualche trucco "spettacolare": in Taj Mahal reflection riprende l’immagine di una moschea riflessa nitidamente in uno specchio d’acqua. E i colori restano vivi anche quando immortala paesaggi devastati dalla guerra, come accade nella foto scattata in Kuwait nel 1991 durante l’invasione irachena, Steve McCurry immortala uno scenario desolato in cui soltanto pochi cammelli camminano sotto un cielo che per metà arde di un profondo rosso e per metà soffoca nel grigio del fumo che si diffonde pesantemente.

E, infine, ci sono i ritratti  Ognuno di questi lascia trapelare una storia diversa e, d’altra parte, nei ritratti McCurry ricerca «il momento di vulnerabilità in cui l’anima, pura, si svela e le esperienze di vita appaiono incise nel volto». Il caso più riuscito resta il ritratto scattato nel 1984 in un campo profughi a Peshewar in Pakistan a una bimba afgana dodicenne dagli occhi verdi, tanto intensi da rivelare e sintetizzare l’intero dramma vissuto dai rifugiati.Quando il fotografo la ritrovò, la descrisse così: «la sua pelle porta i segni del tempo, adesso è solcata di rughe, ma il suo sguardo ha la stessa intensità di quel tempo…». Con il ritratto Afghan Girl (che viene considerato un’icona moderna) Steve McCurry è riuscito a emulare il suo ispiratore Henri Cartier-Bresson, il quale seppe realizzare immagini che, pur essendo giornalistiche, trascendevano il giornalismo per diventare senza tempo.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                     ( Steve McCurry )

 








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