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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Lunedì, 20 Settembre 2021 Alla fine ho capito tutto.
Scritto da <$Miriana> alle 15:55
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Mercoledì, 15 Settembre 2021 Ogni anno quando arriva il tuo compleanno, nonna, non lo dico a nessuno. Mi tengo il dolore dentro, e la mancanza pure. Dire ad alta voce che non ci sei più, mi sembra un sadico modo, per ribadire a me stessa e agli altri che non possiamo più abbracciarci, divise da una barriera invisibile, dove tu mi vedi, mi senti e mi stai accanto, ed io posso solo immaginarti. Oggi riflettevo sul fatto che amavo il modo in cui storpiavi il mio nome, mi hanno chiamata in tutti i modi nel corso della vita, qualcuno l’ha abbreviato, qualcuno l’ha cambiato, altri non lo capiscono proprio. Tu prendevi la R e la trasformavi in L. Mi facevi un sacco ridere, da bambina un po’ mi arrabbiavo, e tu mi sorridevi, come a voler giustificare la tua non curanza con tutto l’amore che provavi per me. Quando tornavo dalle mie uscite solite con le amiche, a volte fingevo di voler tornare prima a casa, correvo nel cancello di casa tua, bussavo alla porta, e dicevo di essere passata per un saluto. Appena mi aprivi la porta, sentivo quell’assurdo profumo di pulito, che non sento da troppo tempo. Marsiglia pura, che a casa mia non si usa affatto. Ti trovavo piegata sulla schiena, a fare il bucato a mano, perché “acussì ven megl nennè”. Dicevi che la lavatrice non lavava i vestiti come lo facevano le tue mani, e infatti eri forte, quando battevi a mano le camicie, gli asciugamani, persino gli indumenti intimi. Ti guardavo godere dell’acqua fredda, a mani nude, senza guanti, con il tuo prendisole di cotone e il grembiule da cucina. Mentre lavavi il bucato ti raccontavo delle cose che avevo fatto, di come la scuola fosse difficile, delle cose brutte che avevo vissuto ultimamente. Tu mi rivolgevi gli sguardi giusti, fatti nel momento esatto dove cercavo comprensione. Quando finivi, avevo finito anche il dolore, e mi offrivi qualcosa di buono da mangiare. Eri orgogliosa di me, quando premio dopo premio, vincevo coppe e medaglie per le cose che avevo scritto. Mi dicevi che ce l’avevo nel sangue, che era la mia strada. A volte penso che tu avessi visto cose di me, che non avevo nemmeno ancora intuito. Mi sentivo il tuo genio, la tua campionessa, quella che in un modo o nell’altro ti avrebbe dimostrato di avercela fatta, e anche se i più, pensano che io sia una nullafacente, una che si è scelta una cosa inutile, io posso dire quello che dicevi tu, oggi, che alla fine non me lo sono scelto, ci sono nata con la penna, e tu che non avevi studiato, tu che hai vissuto la guerra, che su una macchina da cucito ti sei rotta la schiena per fare la biancheria da sposa a te e alle tue sorelle, lo avevi già capito prima di me. Quando mi sedevo accanto a te e ti accarezzavo i capelli, mi auguravi ogni volta “una ricca ciorta”:” ti devi trovare un ragazzo che ti fa fare la signora, che ti toglie tutti gli sfizi, che ti fa avere tutto quello di cui ti sei privata fino a mò. Ti deve portare sul palmo della mano, perché si bella dentro e fuori piccerella mj”. Io facevo gli occhi lucidi, perché alla fine le cose che stavo inseguendo, mi sembravano tutto tranne che una ricca ciorta. So che sei delusa per questo, che ancora mi vedi seduta da sola nella mia camera, che non smezzo il gelato con nessuno, che nessuno lì fuori mi guarda come un gioiello, una rarità, così come facevi tu con me. Mi dispiace dirti che non sono amata, e che ho smesso di amare, e non è stata colpa mia. Mi dispiace dirti che alla fine sono sempre stata la seconda scelta di tutti, e che ho perseguito strade che alla fine non mi hanno portata ad alcun ricco destino, se non ad una valle di lacrime. Mi diresti che tanto -tu si fort- e per tanto tempo ci ho creduto anche io, però mentre oggi è il tuo compleanno, e vorrei farti una grande torta, mi manchi ancora di più, perché sei nata nel 34 ed io non mi capacito ancora, a distanza di anni, che tu non mi abbia vista brillare, che tu non mi abbia vista impugnare il traguardo di quest’anno, e che non mi hai vista sorridere, finalmente, accanto alla mia “ricca ciorta”. Ti penso sempre, soprattutto quando cado. Buon compleanno nonnina mia.
Scritto da <$Miriana> alle 22:01
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Domenica, 05 Settembre 2021
Da piccola sognavo di essere una fuorilegge. Volevo amare e farla franca, amare e dividere il bottino per due, una volta fatta sera. Avevo l’età giusta per sognare me e lui in sella ad una moto, sfuggendo alle sirene, alle vecchiette arrabbiate, ai genitori che ci avrebbero ripetuto fino allo sfinimento che quello non è essere dei bravi ragazzi. Ci vedevo in piedi ai colonnati, delle vecchie case cadute, a baciarci ogni centimetro di pelle, sentire le sue mani frugare sotto i miei vestiti, e le mie perdersi lungo la sua bellissima schiena. Ci vedevo con le pietre preziose al collo, a giocare al re e alla regina di un regno che in realtà non esisteva affatto. Ci immaginavo, in piedi, con l’adrenalina nelle ossa, a colpire barattoli vuoti di coca cola, c’entrare lo stesso buco, non perdersi d’animo, sentire le sue mani scorrere sulle mie, così calde da sembrare estate in pieno inverno, il suo respiro sul lobo dell’orecchio, le sue parole confondersi e tintinnare sui miei orecchini di metallo. Immaginavo che vento freddo ci avrebbe colpiti in sella alla nostra moto, come saremmo sfrecciati tra le auto, in mezzo ai pedoni, sentendo miagolare i gatti, ululare i cani, ascoltare le donne del quartiere fare discorsi assurdi di noi. Sentire la libertà nei polmoni, regalarne un po’ a lui, nel nostro centesimo bacio del giorno, perché l’uno non sarebbe esistito senza l’altra. Ci immaginavo ridere sul cofano dell’auto, a sfondare i vecchi cancelli arrugginiti delle strutture private. Correrci incontro, fare il bagno a mezzanotte dentro pi***ne di fortuna, nudi, con il mio petto incollato al suo, sentire il tintinnare della porta di servizio, il ticchettio dell’orologio al polso. Il boom del cuore, che diventa sparo, fiato, carne. Un sali e scendi bagnato, fare due bracciate e poi tornare indietro, ammassati in un mezzo buio, dentro le luci d’emergenza, smezzare una sigaretta, passandola con la destra, guardarlo fumare, con il suo sorriso beffardo, sentirsi potenti e impuniti, con la polvere in tasca, le banconote nella biancheria intima. Sarei cresciuta col suo odore addosso, con la voglia di vedere il mondo sempre dall’alto, su una ruota panoramica, dove i giusti non arrivano, dove i ladri migliori non ci assomigliano. Quando avrei mostrato il volto, sotto la pioggia, lui avrebbe fatto lo stesso, a voce alta gli avrei giurato amore eterno.
Da piccola sognavo di essere una fuorilegge, ora che sono grande, ho dimenticato com’è che si fa.

Scritto da <$Miriana> alle 21:01
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