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Dentroadunsognomalconcio

Lunedì, 23 Ottobre 2017, 17:11

Il limite non è uno strapiombo con sotto i lupi e le piante carnivore, non è un burrone dove piove solo pioggia acida, non è quando arrivi fin sopra e batti con la testa su un tappo ermetico, il limite sei tu, e lo raggiungi quando d’un tratto, tutte le cose che conoscevi diventano sconosciute, e tutto quello che sapevi di te, si perde. Non te ne accorgi, non è un nero che diventa bianco, è una gradazione di sfumature che non ti arriva davanti agli occhi, ma che ti impregna il cuore. Ti avvelena –il limite- e non puoi nemmeno difenderti da qualcosa che non si vede, ma che ti sta portando lontana da te stessa. Come un animale feroce che ti prepara le buche dentro le quali poi, in seguito cadrai.
Dal bianco al nero è un attimo, ma è tutto dentro la testa.
Sono tante le cose che ci sconvolgono, poche quelle che pensiamo di conoscere, ma se potessi descrivere il mio limite, potrei disegnarlo con me che salto in una stanza dopo aver mangiato.
E’ che salti i pasti con la convinzione che meno mangi più sarai bella e all’altezza delle persone, poi qualcuno arriva e ti costringe a mangiare, sotto minaccia, allora tu mangi, butti giù e sorridi, chi è lì a guardarti non se ne accorge neppure del tuo disagio, della tua –malavoglia- di cenare. Guardi il piatto vuoto, e ti congratuli con te stessa di avercela ancora una volta fatta, prendi posto sulla sedia, la televisione si mette a parlare di cose rapide, il tuo sguardo si blocca su un punto luminoso, e capisci di aver fatto una sciocchezza.
Hai cenato, e adesso quelle calorie ti si piazzeranno ovunque, sei venuta meno alla –dea digiuno- e –lei- una a caso che amiamo, o odiamo, o tutte e due le cose, adesso sarà più bella di noi.
Prendo e inizio a saltare, getto le scarpe in un punto della stanza, faccio in modo che la porta si richiuda per metà: e salto, salto, salto, più che posso, anche se le braccia mi fanno male, e le gambe iniziano a tremare. Salto e non smetto, perché più salti e più le cose che hai mangiato diventeranno nulle. Mi sento il respiro tremare, fare capriole tra il cuore e lo sterno, l’immagine alla televisione si sfoca, salto fino a sbattere per terra, completamente senza forze.
Sorridi perché ce l’hai fatta, perché hai fatto in modo che il tuo aver ceduto sia stato punito abbastanza. Quando mi rialzo dal pavimento non ho quasi più forza per fare nulla, penso –che bello, non sarò più in carne di lei, non sarò meno piacente di lei-
Dopo aver toccato il limite però inizio a piangere forsennatamente, tanto che quasi non respiro, gli occhi mi bruciano, la salivazione è quasi sparita del tutto, la fronte semi lucida inizia a farmi male, e le gambe sono completamente distrutte. Capisco di aver fatto una cosa –malata- perché di ammalati si tratta. Perché sono cose che puoi fare solo quando raggiungi –il limite- della tua testa, quando non capisci più dove stai andando e cosa vuoi essere, quando ogni cosa che eri non appare più vera. Quando pensi che qualcuno sia meglio di te per cose che non dovrebbero contare, e quando mangiare le cose che ti piacevano prima diventa una tortura spietata.
Mangi e ti senti in colpa, non mangi e ti ci senti comunque.
Piango perché ho iniziato ad avere paura di me stessa, la persona con cui dovrò condividere il resto del tempo che mi rimane, mi fa così paura. Ho paura di quello che vedo allo specchio quando guardo il mio corpo, e ho paura quando guardo il mio viso, quando nei miei occhi non vedo più la luce, quando il pallore diventa sempre più spaventoso, e quando sono felice di sentirmi dire – com’è che sei così magra? Sei stata male?-
In realtà sono stata bene, ma solo in apparenza, non ho preso farmaci, non ho avuto la febbre, non sono stata in ospedale, né ho avuto un virus strano, sono solo stata male con me stessa e nessuno se n’è accorto.
Noi del –limite- siamo bravi a nasconderci, non ci trovi, neppure se ti impegni, perché sembriamo persone risolute, persone apposto e felici, perché abbiamo tutti un bel sorriso e una testa brillante, ma nascondiamo dei mostri sotto ai vestiti che di notte prendono il nostro posto.
Perdo me stessa tutte le volte in cui non mi rispetto, in cui mi faccio promesse che poi non mantengo, mi perdo quando al mattino mi alzo e mi dico – ancora un giorno..- mi perdo quando piango e non riesco a smettere fino a quando non perdo tutte le forze e mi addormento, mi perdo così tanto che inizio a fare fatica a distinguere il giorno dalla notte, i sogni dalle cose vere, e quando nella testa ho dei buchi di memoria da fare spavento.
Ci sono giorni che alzarmi dal letto è più faticoso che arrivarci, che vorrei disperatamente aver accettato la cura del dottore, quella con qualche psicofarmaco e qualche tranquillante, giorni in cui non ho forze per fare niente, tranne che pensare al vuoto delle cose che non ho. Ci sono giorni che fingo con tutti, che mi sento lo stomaco contorcersi e il cuore esplodere, ma non lo dico a nessuno. Giorni in cui la lama dei coltelli da cucina mi invitano ad accarezzarli col ventre, e giorni in cui immagino a cosa farebbe meno male tra tutti i modi possibili per scappare da questo casino di vita.
Poi a volte senza nemmeno accorgercene ci facciamo del male: alle braccia, alle gambe, alla testa, al cuore. E il cuore non si rimargina, resta ferito fino ad incrostarsi.
Smettiamo di esistere a poco a poco, diventiamo solo persone che – più o meno sono al mondo- ma non nel mondo. Selvaggi d’emozioni, persi in una giungla senza fine.
Allora smettiamo di uscire, ci rintaniamo nelle casse buie delle nostre case, e quando mettiamo la testa fuori casa, ci sentiamo più inquieti di prima, perché la gente corre veloce, parla in continuazione, e giudica i nostri silenzi, le nostre mezze parole, ti sbatte le cose in faccia, e la felicità altrui sembra quasi un dispetto.
Non parliamo più, perché nessuno capisce il nostro linguaggio, perché tutti si limitano a pensare che –la depressione non esiste- che sono solo cose che uno crea a tavolino per richiamare l’attenzione e la compassione altrui.
Chi è depresso non cerca la compassione, talvolta le attenzioni insistenti delle persone preoccupate disturbano invece di fare piacere. – devi solo uscire un po’ di più, socializzare e pensare positivo- spesso le tre cose non risolvono niente, perché sono soluzioni sbrigative per problemi profondissimi. Non puoi pensare che un bel fiore cresca sano e forte se il suo seme in profondità è ricoperto di sabbia e calce.
Se non sblocchi il dentro, non vedrai mai –il fuori-
Chi non mangia non è che si diverte a non mangiare, chi si taglia le braccia non adora il colore del suo sangue, chi si chiude in casa non è felice di aver tagliato fuori il mondo, chi non è più sè stesso non fa altro che stare male.
Allora forse è un circolo vizioso che prende dentro il suo club solo i più fragili, quelli che stanno quasi per cadere di sotto, quelli che odiano vivere, e quelli che non hanno niente per cui lottare. O forse il club accetta solo i più forti, quelli che sanno essere profondi, quelli che reggeranno il dolore senza impazzire del tutto, quelli che in un modo o nell’altro, anche se ammaccati in più punti riusciranno ad arrivare al traguardo finale.
Ogni giorno spezzo il filo della –fine corsa- ogni giorno che passo in vita è una piccola vittoria che diventa grande, quando il giorno dopo, riesco ancora a svegliarmi. Forse non ho mai avuto bisogno di grandi cose, forse il segreto per tutto è l’amore. Una persona che ama ed è riamata non sarà immune dalle brutture della vita, né dal precipizio, ma prima di buttarsi di sotto, o lasciare che il vento faccia il suo corso, forse impiegherà qualche secondo di più prima di cancellarsi dalla vita.
Siamo solo di passaggio, ma sarebbe bello lasciare un segno profondissimo.
Bisognerebbe cercare e distruggere –il limite-, prima di cedere del tutto a questo circo affascinante che ha per capo un tizio incappucciato.
Perché detto tra noi, non si vince, non si perde
si sta solo nel mezzo.

By miriana

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Martedì, 17 Ottobre 2017, 16:21

La nostra storia ha dell’incredibile, e infatti nessuno ci crede quando la racconto. La prima cosa che mi viene chiesta è: in dieci anni non vi siete mai guardati in faccia? La mia risposta è no, perché nel mondo obiettivo l’unica risposta da poter dare all’interlocutore impaziente è no, la risposta che non do mai, invece, è che si ho visto almeno le tue dieci facce, e per ognuna di esse che ho visto mi sono innamorata e spaventata al tempo stesso. Ho avuto paura quando per cose fortuite ho scoperto che la tua –allegria- non fosse del tutto naturale e opera della tua personalità, ho avuto paura perché io quelle cose non le conoscevo, perché prima di quel momento le avevo ascoltate solo al telegiornale o alla chiacchierata informale sulle droghe leggere in seconda media, ma tutta quella paura si è sciolta nel giro di qualche secondo quando ho visto per la prima volta i tuoi occhi. Gli scettici a questo punto della storia sbuffano e vanno via o si fanno una risata, ma io li ho visti i tuoi occhi anche se in realtà non sono mai stati vicino ai miei. Ho sentito il loro peso impaurito e la loro gioia pesata in grammi e poi in chili: eri triste, felice, euforico, poi da capo, io ero lì a guardare i tuoi occhi senza pensare a cosa potessero nascondermi, io la tua verità, la –nostra- verità me la sentivo sbattere in faccia con una tale energia da non poter credere il contrario. Ho avuto paura quando ho scoperto che tu –eri diverso- e che la tua diversità non era uguale agli altri, o almeno uguali –ai più- tu appartenevi ad un mondo differente che anche questa volta avevo sentito solo per sentito dire e nient’altro. Ma non scappavo, e non mi spiego se sia stata incoscienza o curiosità, o magari solo amore. La gente pensa che per essere innamorati di qualcuno ci sia bisogno di andare a mangiare un gelato, dormire nello stesso letto, organizzare i sabato sera, e avere in mano il telefono dell’altro. Io non ho nemmeno una foto di noi due insieme, ma posso dire di essere stata insieme a te più di quanto non lo sia stata con nessun altro. E la cosa strana e magica al tempo stesso, è che non mi è servito mangiare quel gelato, dormire accanto a te o controllare il tuo telefono per innamorarmi di te, credo di averlo fatto dal primo istante in cui il tuo nome ha sfiorato il mio.
Non si spiega, lo so, e forse non sono nemmeno così brava a spiegarlo, ma la verità è tutto quello che ho da raccontare. Mi sono poi innamorata della tua follia, che col tempo, è assomigliata alla mia. Mi sono innamorata di tutte le volte in cui dal niente ti mettevi a fare qualcosa o a perdere del tempo, poi mi è piaciuto il tuo senso per la giustizia, il tuo modo di parlare ai –malfattori- , mi sono piaciute tutte le tue voglie, poco quelle che includevano altre donne. Mi sono piaciuti persino i tuoi vizi, i tuoi sbagli, e le tue paure.
Nonostante fossi piccola io con te riuscivo a sentirmi una donna, le persone che mi osservavano mi dicevano che in qualche modo cambiavo quando c’eri tu, loro pensavano si trattasse di semplice –adattamento- io ero estremamente convinta che fosse tutta opera del mio amore per te. E infatti cambiavo, e mi facevo grande e capace solo se ad avere bisogno eri tu.
Credo che certe cose capitino una sola volta nella vita, con un numero ristrettissimo di persone, a volte solo con una: con te mi è successo e non so perché. Ci siamo innamorati l’uno dell’altra senza accorgercene, quasi come se fosse una prassi naturale, quasi come se non ci fosse niente da capire o spiegare: io e te, e basta. Per quanto volessi stringerti al mio petto, in qualche maniera io lo facevo già, per quanto volessi baciare la tua bocca, l’avevo baciata almeno un milione di volte con il tocco delle nostre parole,più di quanto lo avessero fatto le altre, per quanto volessi fare le cose di una ragazza comune, non mi pesava così tanto fare cose diverse con te.
Diciamo che in fondo tu non ti sei perso niente per me, io un po’ di cose appartenenti alla mia età, ma ripensandoci non le cambierei per niente al mondo.
Io ti aspettavo ogni sera, a volte col cellulare stretto tra le mani, aspettavo che tu tornassi a casa e che fossi al sicuro, poi a volte crollavo e mi vibrava il telefono sotto al cuscino, perché in fondo anche io ero per te il tuo ultimo pensiero prima di dormire.
I tuoi amici ti prendevano un po’ in giro per la mia età, i miei mi prendevano e mi prendono ancora un po’ in giro sul fatto che in fondo –non ci siamo mai visti per davvero-, un po' come dire...tanto casino per niente.
Tu non sei tanto casino per niente.
Me lo ripeto ogni volta che sto male, ogni volta che ho paura di non farcela, ogni volta in cui ho investito tutto il mio cuore in emozioni folli.
Tu sei tanto casino, per tutto.
E sei un casino speciale, che nessuno può capire, che i miei amici e i tuoi amici non potranno mai avere e mai capire. Li capisco, forse se fossi uno di loro farei la stessa cosa, ma io sono una di –noi- e non posso fare altrimenti che amare tutto il nostro –mare di guai- accettarlo a volte con tanta sofferenza, e capirlo come solo chi l’ha messo al mondo può farlo.
Non abbiamo avuto grandi scelte sul fatto di amarci, eppure credo che se avessimo potuto scegliere di farlo, l’avremmo fatto comunque.
Perché –accireme- è quello che ti ripeto ogni secondo, e quello che probabilmente vorresti ripetermi anche tu. Uccidimi, dammi il colpo di grazia, perché senza di noi è una calma piatta che sbriciola e annienta. Senza di noi è un giornata con un sole a metà, e una notte con una luna grigissima.
Allora accireme, fammi vedere.
Accireme è spegnimi anche le stelle, perché questa luna senza di te non è bella neanche da guardare. Accireme e stringimi più forte quando avrò perso calore, accireme mille volte, ma non lasciarmi andare.
Mi rendo conto che questo amore senza corpo è un amore che gli altri non possono vedere, ma che colpa ne ho se io ti sento dentro come un giardino che cresce, cresce e fa l’amore?
Che colpa ne ho se ti ho amato senza sapere come sei fatto, che nome avessi, senza contatto di spine e fili elettrici, solo sentendoti addosso.
Forse è un legame che non si può spezzare, che non ha bisogno di gelati, letti e appuntamenti.
Cose tutte belle, ma che non ti insegnano ad amare.
Forse è qualcosa che non puoi tagliare, perché non esistono forbici né martelli abbastanza feroci per tagliare un pezzo di pelle così cucito insieme.
Tu sei parte di me, e io son parte di te, in qualsiasi posto del mondo e del tempo,
io ti sento.
Ma ti prego, accireme, che senza di te non riesco più a stare.

By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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