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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Venerdý, 27 Agosto 2021

È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore porta in superficie cose che pensavi di aver smarrito. Perché l’odio estingue le masse, duplica i motivi per fuggire, si mescola col bagnato degli occhi, e restituisce forze nuove. È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore ti prosciuga da dentro, perché non riesci a capire le cose, perché resti interdetto. Perché è bravo a paralizzare il moto di almeno sette universi, mentre l’odio si sostituisce alla giostra, e tira di colpo il freno a mano.

Perché l’odio rende brutti i tuoi occhi, scarabocchia sui nostri baci, perché rende semplice il vuoto, e non ti permette di sentire il dolore. Perché muove le forze più grandi, perché annienta i profumi più belli, perché anche le storie più vere, assumono forme sinistre. Perché l’amore porta a galla i nostri balli, perché si assopisce dopo cento sorrisi, perché quando ho voglia di correrti incontro, quello stupido grida ragione. Mentre l’odio ci tiene lontani, mentre il mondo continua a girare, perché ci fa gridare le cose più brutte, e non porta alla mente un bel niente, se non il tuo corpo nelle mani di altri.

È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore porta il tuo nome, l’odio la conta dei tuoi sbagli.


Scritto da <$Miriana> alle 17:57
Grazie per i Link - commenti

Giovedý, 12 Agosto 2021

Oggi ho incrociato sulla mia strada, mentre correvo, una schedina del gioco del lotto. L’ho incontrata mentre correvo nel mio campo di atletica, nei miei 12 km giornalieri, anche adesso che c’è caldo, e la gente è al mare, io sono lì a rincorrere l’aspetto che desidero. Più corro, più ho caldo, a volte abbasso la testa, e ricordo di quante cose sono successe lì dentro. Ho amato, desiderato, sono stata investita da centomila voglie, ho fatto l’antipatica, mi sono messa addosso troppi vestiti quando faceva freddo, quasi nessuno, quando intendevo sentirmi bella per qualcuno che in realtà non mi vedeva affatto. Nuda, talvolta, con la pelle a chiazze, sotto il sole cocente d’estate, senza mare, senza bracciate, io in mezzo all’erba, con le scarpe da ginnastica smontate, con le gomme luride, con i segni di gesso a formare segmenti a cui non so dare nomi. Ecco, sommersa dal verde, accecata dal sole, ho incontrato quello che per taluni è solo un rifiuto, un foglio, una disfatta. Qualcuno non ha vinto, e si è vuotato le tasche, pensando che il pavimento, fosse il giusto serbatoio per i fallimenti. Io che leggo tutte le cose che mi circondano, i cartelli, le etichette, le smorfie, io che leggo tutto ancora prima che mi venga spiegato, ho incrociato la schedina del lotto e ho sorriso. Non sono una che crede al caso, e non sono una che si vuota le tasche in mezzo alla natura. Quei numeri mi hanno cercata, e sono rimasti accanto ai fiori, sull’asfalto rossastro, per essere trovati da me. Cinquantatré nella smorfia napoletana, vuol dire “o viecchj”, io che sono una che crede nella parità di genere, penso che non importi quanto uno sia vecchio o vecchia, se alla fine hai perso un caro, sai che è lui che ti è venuto a cercare. Una parte di me ha pensato che mia nonna è venuta lì per un saluto, forse perché mi ha ascoltata piangere tutta la notte, forse perché mi vede provata, forse perché sono un po’ stanca di tante cose. “la vecchia”, quella che ormai se n’è andata troppo tempo fa, mi è venuta a cercare nel posto più sicuro dove poteva incrociarmi. Coi suoi capelli neri, l’andatura scoscesa, me la immagino persino in carne, come prima che si ammalasse, e mangiava di tutto, perché era giusto avere due portate e il dolce, persino la frutta, tutto in un pasto unico. Mia nonna è venuta lì, a braccia conserte, mi ha ribadito che è accanto a me, che non se n’è andata davvero, che quando avrò finito di fare tutte le cose che devo fare, mi aspetta dall’altra parte, e sarà come correre, come faccio tutte le mattine, superando un ostacolo due, un pezzo di cielo spaccato in due. La mia vecchia non teme il caldo e non teme la distanza, e tramutatasi in una schedina del lotto, mi è venuta a salutare. Io che ho fatto posto a mia nonna, accanto a me, ho poi scoperto che il 53 vuol dire liberazione, e la cosa è ironica, perché io sono nata proprio nel giorno cinque di vent’otto anni fa. Secondo una lettura veloce, i miei angeli mi stanno suggerendo di abbandonare le paure e le preoccupazioni, vogliono dirmi che tutto è possibile. A voce alta, loro mi invitano a realizzare “la mia vita migliore”, liberarmi dai cavilli, distruggere il lascia passare di incanti e schiamazzi brutali, mollare la cima della redenzione, la credenza assurda che alla fine anche i cattivi possono migliorare, e diventare puliti. E ‘il microcosmo del cuore, che con parole imperative, intende farti cambiare, dirottare la strada che avevi scelto, e che alla fine si è rivelata funesta.  Il numero tredici, vuole farti capire che anche le cose negative, alla fine possono trasformarsi in cose positive. Come dopo uno schiaffo, che ti fa bruciare la faccia, ma che ti fa capire che quella mano selvaggia, non è quella che dovrai tenere stretta alla tua. Tuttavia, questo sembra un riferimento religioso, perché nella kabbalah il numero 13 si riferisce a uno, Dio. Il numero traballa di energia positiva, vuole che tutto cambi, e tutto in realtà sta già cambiando. Mentre i due numeri, sembrano cullare la creatività della mia penna, aiutando la mente e le forze, all’espressione pura e senza mezzi termini delle cose nuove che sto scrivendo. Si uniscono, si allacciano, mi rendono il fascino, il talento e la lealtà, come se fossero la macchia di un solo elemento diluito. Mentre mi asciugo il sudore, il pianto e le forze spente, mi accorgo che alla fine non è mai niente perduto, che se faccio più fatica di altri, è perché forse la meta da raggiungere è più alta e lontana.

Tengo duro, perché accanto a me, la mia vecchia, agitando il suo prezioso ventaglio, mi sorride, e mi racconta, ancora una volta, che mani delicate ci volevano, e che forza allo stesso tempo si impiegava, per cucire i guanti dei ricchi, e il filamento fragile della sua vita.


Scritto da <$Miriana> alle 18:00
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Lunedý, 09 Agosto 2021 22.58
Fanno rumore i pensieri.

Scritto da <$Miriana> alle 21:58
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 07 Agosto 2021

Guardando l’accendino con il quale si era accesa le candeline della sua torta di compleanno, le sovvenne alla mente una cosa che aveva letto qualche tempo prima, in maniera distratta, sfogliando uno di quei giornali con cui si passa il tempo. L’aveva ascoltata più volte quella notizia, talvolta mentre cucinava, a volte mentre era alla guida. La radio aveva parlato di misteriose morti, tutte avvenute alla fatidica età di ventisette anni. Non aveva mai amato particolarmente il compleanno, neppure quello degli altri, neppure quello delle star famose, neanche quello della zia lontana che pretende una telefonata. Si era sempre tenuta lontana da panna, fragole, candeline e fiammelle. Si era tenuta lontano da tutte queste cose per due motivi semplici, il primo è che non le importava assolutamente più niente, il secondo è che per troppo tempo le era importato troppo. Spegnere le candeline aveva significato per lei, una ricerca assurda di pace e amore, un concentrato potente che porta il nome di felicità. Non l’aveva trovata, neppure quando a tredici anni aveva ottenuto il suo primo telefono serio, neppure quando le avevano comprato un criceto, neanche quando ai suoi diciotto anni aveva stappato una costosissima bottiglia di Brut. Il suo desiderio sembrava rimbalzare in mezzo a quelle fiammelle, che anno dopo anno, aumentavano nel loro numero, ma mai nella loro efficacia. Non funzionava, neppure se esprimeva quel preciso desiderio e dopo rideva, neanche se batteva le mani, se piangeva, se versava sulla panna tre lacrime sincere e un sussulto di paura. Niente, così aveva smesso di crederci, e aveva smesso di preparare torte. Quel compleanno era differente, per il semplice fatto che ne compiva vent’otto stavolta. Si era tenuta l’anno bonus per capire se a differenza degli altri, i famosi, per lei ci sarebbero state cose differenti. Poi ricordò di quel programma alla radio, ascoltato un giorno che non aveva nulla da fare, e se ne stava seduta sul sedile principale della sua vecchia auto. Il conduttore parlava di uno strano club chiamato CLUB27. È un gruppo triste e malinconico, i cui membri sono tutti morti, e tutti assurdamente giovani. Questo nome deve le sue origini alla morte di Kurt Cobain, leader dei nirvana, il quale mise un punto alla sua vita con un colpo di fucile alla testa dopo aver assunto eroina. Seguì Jimi Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito dopo un cocktail di alcol e tranquillanti. La morte che la toccava da più vicino, però, fu quella di Amy Whinehouse, trovata senza vita nel letto di casa sua, dopo uno shock da alcol. Tutti morti a ventisette anni, tutti, stranamente in possesso di un accendino bianco, lo stesso che aveva usato per accendere le candeline di una torta che aveva evitato di preparare per troppi anni. Ma se Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Morrison, Cobain e molti altri, erano stati pianti dalle folle, il suo corpo non sarebbe nemmeno stato ritrovato, perché casa sua era un segreto per tutti quelli che conosceva. Non aveva premuto il grilletto, tirato su col naso, vomitato l’anima, o fatto scorrere nelle vene alcuna sostanza, eppure il lasso di tempo che tutti chiamano ventisette, le era sembrato una tortura. Aveva perso ogni cosa, aveva smesso di credere nell’amore, nei buoni sentimenti, aveva voltato le spalle ai vagabondi, ai bambini, a quelli che fino a quel momento le erano sembrati buoni. Si era accorta delle tantissime porte in faccia, della gelosia sprezzante di troppa gente, di chiacchierate vuote, del sesso meccanico con gente che prometteva di amarla, e che poi al mattino non ne aveva ricordo. Si era fatta portavoce della tristezza, si era lavata le mani dalla vergogna, si era trovata addosso lo stemma dell’amante, il tanfo del tradimento, la chiazza paonazza di chi da un giorno all’altro, scopre di essere stata dimenticata. Aveva ceduto via la sua collezione di buoni propositi, aveva iniziato a mangiare quasi niente, e a turno, mangiato troppe schifezze, si era riempita di buio. Aveva ingoiato a cucchiaiate stelle innocenti, aveva messo giù il telefono, si era drogata di ricordi, aveva ascoltato ossessivamente voci ormai perdute, aveva mescolato il pianto con la rabbia, e lo aveva mandato giù come limone senza zucchero. Aveva smesso di amare ogni cosa, persino sé stessa, se l’era presa con lei, allo specchio, sputando all’altezza degli occhi, sentendosi un ripiego, una parentesi, un dolce smezzato, una sigaretta che fumi all’osso e poi lanci via. Quando aveva finito di piangere, si era trovata dinanzi quella torta alla panna, con ventotto candeline e un silenzio da brividi. Le aveva spente, tutte, ad una ad una, con un’accuratezza che non l’aveva mai contraddistinta. Aveva superato quel numero maledetto, aveva rinunciato al club27, senza accorgersi, però, di esserne il membro onorario, perché da troppo tempo, aveva dimenticato com’è che si vive, e com’è che si ama.  Quando l’accendino bianco, cadde di sotto, seguendo la spinta leggera del suo corpo, la vita sembrò impossessarsi di quello che ne rimaneva del suo sguardo. Un boccone dopo l’altro, la torta divenne briciole, e poi più niente. Sul vassoio bronzato della cucina, troneggiava il vuoto, lo stesso che premurandosi del suo cervello spento, la spedì dritta a letto.


Scritto da <$Miriana> alle 18:23
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Venerdý, 06 Agosto 2021


ORDINE DEI GIORNALISTI!ordinedeigiornalisticamp
Scritto da <$Miriana> alle 23:21
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Giovedý, 05 Agosto 2021 Il peggior compleanno di sempre.
No dolci,  no abbracci, no voglia, no sorrisi, no pace, no.
Ciao Mirià sarà per il prossimo anno.

Scritto da <$Miriana> alle 19:53
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