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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Lunedì, 20 Settembre 2021 Alla fine ho capito tutto.
Scritto da <$Miriana> alle 15:55
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Mercoledì, 15 Settembre 2021 Ogni anno quando arriva il tuo compleanno, nonna, non lo dico a nessuno. Mi tengo il dolore dentro, e la mancanza pure. Dire ad alta voce che non ci sei più, mi sembra un sadico modo, per ribadire a me stessa e agli altri che non possiamo più abbracciarci, divise da una barriera invisibile, dove tu mi vedi, mi senti e mi stai accanto, ed io posso solo immaginarti. Oggi riflettevo sul fatto che amavo il modo in cui storpiavi il mio nome, mi hanno chiamata in tutti i modi nel corso della vita, qualcuno l’ha abbreviato, qualcuno l’ha cambiato, altri non lo capiscono proprio. Tu prendevi la R e la trasformavi in L. Mi facevi un sacco ridere, da bambina un po’ mi arrabbiavo, e tu mi sorridevi, come a voler giustificare la tua non curanza con tutto l’amore che provavi per me. Quando tornavo dalle mie uscite solite con le amiche, a volte fingevo di voler tornare prima a casa, correvo nel cancello di casa tua, bussavo alla porta, e dicevo di essere passata per un saluto. Appena mi aprivi la porta, sentivo quell’assurdo profumo di pulito, che non sento da troppo tempo. Marsiglia pura, che a casa mia non si usa affatto. Ti trovavo piegata sulla schiena, a fare il bucato a mano, perché “acussì ven megl nennè”. Dicevi che la lavatrice non lavava i vestiti come lo facevano le tue mani, e infatti eri forte, quando battevi a mano le camicie, gli asciugamani, persino gli indumenti intimi. Ti guardavo godere dell’acqua fredda, a mani nude, senza guanti, con il tuo prendisole di cotone e il grembiule da cucina. Mentre lavavi il bucato ti raccontavo delle cose che avevo fatto, di come la scuola fosse difficile, delle cose brutte che avevo vissuto ultimamente. Tu mi rivolgevi gli sguardi giusti, fatti nel momento esatto dove cercavo comprensione. Quando finivi, avevo finito anche il dolore, e mi offrivi qualcosa di buono da mangiare. Eri orgogliosa di me, quando premio dopo premio, vincevo coppe e medaglie per le cose che avevo scritto. Mi dicevi che ce l’avevo nel sangue, che era la mia strada. A volte penso che tu avessi visto cose di me, che non avevo nemmeno ancora intuito. Mi sentivo il tuo genio, la tua campionessa, quella che in un modo o nell’altro ti avrebbe dimostrato di avercela fatta, e anche se i più, pensano che io sia una nullafacente, una che si è scelta una cosa inutile, io posso dire quello che dicevi tu, oggi, che alla fine non me lo sono scelto, ci sono nata con la penna, e tu che non avevi studiato, tu che hai vissuto la guerra, che su una macchina da cucito ti sei rotta la schiena per fare la biancheria da sposa a te e alle tue sorelle, lo avevi già capito prima di me. Quando mi sedevo accanto a te e ti accarezzavo i capelli, mi auguravi ogni volta “una ricca ciorta”:” ti devi trovare un ragazzo che ti fa fare la signora, che ti toglie tutti gli sfizi, che ti fa avere tutto quello di cui ti sei privata fino a mò. Ti deve portare sul palmo della mano, perché si bella dentro e fuori piccerella mj”. Io facevo gli occhi lucidi, perché alla fine le cose che stavo inseguendo, mi sembravano tutto tranne che una ricca ciorta. So che sei delusa per questo, che ancora mi vedi seduta da sola nella mia camera, che non smezzo il gelato con nessuno, che nessuno lì fuori mi guarda come un gioiello, una rarità, così come facevi tu con me. Mi dispiace dirti che non sono amata, e che ho smesso di amare, e non è stata colpa mia. Mi dispiace dirti che alla fine sono sempre stata la seconda scelta di tutti, e che ho perseguito strade che alla fine non mi hanno portata ad alcun ricco destino, se non ad una valle di lacrime. Mi diresti che tanto -tu si fort- e per tanto tempo ci ho creduto anche io, però mentre oggi è il tuo compleanno, e vorrei farti una grande torta, mi manchi ancora di più, perché sei nata nel 34 ed io non mi capacito ancora, a distanza di anni, che tu non mi abbia vista brillare, che tu non mi abbia vista impugnare il traguardo di quest’anno, e che non mi hai vista sorridere, finalmente, accanto alla mia “ricca ciorta”. Ti penso sempre, soprattutto quando cado. Buon compleanno nonnina mia.
Scritto da <$Miriana> alle 22:01
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Domenica, 05 Settembre 2021
Da piccola sognavo di essere una fuorilegge. Volevo amare e farla franca, amare e dividere il bottino per due, una volta fatta sera. Avevo l’età giusta per sognare me e lui in sella ad una moto, sfuggendo alle sirene, alle vecchiette arrabbiate, ai genitori che ci avrebbero ripetuto fino allo sfinimento che quello non è essere dei bravi ragazzi. Ci vedevo in piedi ai colonnati, delle vecchie case cadute, a baciarci ogni centimetro di pelle, sentire le sue mani frugare sotto i miei vestiti, e le mie perdersi lungo la sua bellissima schiena. Ci vedevo con le pietre preziose al collo, a giocare al re e alla regina di un regno che in realtà non esisteva affatto. Ci immaginavo, in piedi, con l’adrenalina nelle ossa, a colpire barattoli vuoti di coca cola, c’entrare lo stesso buco, non perdersi d’animo, sentire le sue mani scorrere sulle mie, così calde da sembrare estate in pieno inverno, il suo respiro sul lobo dell’orecchio, le sue parole confondersi e tintinnare sui miei orecchini di metallo. Immaginavo che vento freddo ci avrebbe colpiti in sella alla nostra moto, come saremmo sfrecciati tra le auto, in mezzo ai pedoni, sentendo miagolare i gatti, ululare i cani, ascoltare le donne del quartiere fare discorsi assurdi di noi. Sentire la libertà nei polmoni, regalarne un po’ a lui, nel nostro centesimo bacio del giorno, perché l’uno non sarebbe esistito senza l’altra. Ci immaginavo ridere sul cofano dell’auto, a sfondare i vecchi cancelli arrugginiti delle strutture private. Correrci incontro, fare il bagno a mezzanotte dentro pi***ne di fortuna, nudi, con il mio petto incollato al suo, sentire il tintinnare della porta di servizio, il ticchettio dell’orologio al polso. Il boom del cuore, che diventa sparo, fiato, carne. Un sali e scendi bagnato, fare due bracciate e poi tornare indietro, ammassati in un mezzo buio, dentro le luci d’emergenza, smezzare una sigaretta, passandola con la destra, guardarlo fumare, con il suo sorriso beffardo, sentirsi potenti e impuniti, con la polvere in tasca, le banconote nella biancheria intima. Sarei cresciuta col suo odore addosso, con la voglia di vedere il mondo sempre dall’alto, su una ruota panoramica, dove i giusti non arrivano, dove i ladri migliori non ci assomigliano. Quando avrei mostrato il volto, sotto la pioggia, lui avrebbe fatto lo stesso, a voce alta gli avrei giurato amore eterno.
Da piccola sognavo di essere una fuorilegge, ora che sono grande, ho dimenticato com’è che si fa.

Scritto da <$Miriana> alle 21:01
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Venerdì, 27 Agosto 2021

È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore porta in superficie cose che pensavi di aver smarrito. Perché l’odio estingue le masse, duplica i motivi per fuggire, si mescola col bagnato degli occhi, e restituisce forze nuove. È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore ti prosciuga da dentro, perché non riesci a capire le cose, perché resti interdetto. Perché è bravo a paralizzare il moto di almeno sette universi, mentre l’odio si sostituisce alla giostra, e tira di colpo il freno a mano.

Perché l’odio rende brutti i tuoi occhi, scarabocchia sui nostri baci, perché rende semplice il vuoto, e non ti permette di sentire il dolore. Perché muove le forze più grandi, perché annienta i profumi più belli, perché anche le storie più vere, assumono forme sinistre. Perché l’amore porta a galla i nostri balli, perché si assopisce dopo cento sorrisi, perché quando ho voglia di correrti incontro, quello stupido grida ragione. Mentre l’odio ci tiene lontani, mentre il mondo continua a girare, perché ci fa gridare le cose più brutte, e non porta alla mente un bel niente, se non il tuo corpo nelle mani di altri.

È più facile odiarsi che amarsi, perché l’amore porta il tuo nome, l’odio la conta dei tuoi sbagli.


Scritto da <$Miriana> alle 17:57
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Giovedì, 12 Agosto 2021

Oggi ho incrociato sulla mia strada, mentre correvo, una schedina del gioco del lotto. L’ho incontrata mentre correvo nel mio campo di atletica, nei miei 12 km giornalieri, anche adesso che c’è caldo, e la gente è al mare, io sono lì a rincorrere l’aspetto che desidero. Più corro, più ho caldo, a volte abbasso la testa, e ricordo di quante cose sono successe lì dentro. Ho amato, desiderato, sono stata investita da centomila voglie, ho fatto l’antipatica, mi sono messa addosso troppi vestiti quando faceva freddo, quasi nessuno, quando intendevo sentirmi bella per qualcuno che in realtà non mi vedeva affatto. Nuda, talvolta, con la pelle a chiazze, sotto il sole cocente d’estate, senza mare, senza bracciate, io in mezzo all’erba, con le scarpe da ginnastica smontate, con le gomme luride, con i segni di gesso a formare segmenti a cui non so dare nomi. Ecco, sommersa dal verde, accecata dal sole, ho incontrato quello che per taluni è solo un rifiuto, un foglio, una disfatta. Qualcuno non ha vinto, e si è vuotato le tasche, pensando che il pavimento, fosse il giusto serbatoio per i fallimenti. Io che leggo tutte le cose che mi circondano, i cartelli, le etichette, le smorfie, io che leggo tutto ancora prima che mi venga spiegato, ho incrociato la schedina del lotto e ho sorriso. Non sono una che crede al caso, e non sono una che si vuota le tasche in mezzo alla natura. Quei numeri mi hanno cercata, e sono rimasti accanto ai fiori, sull’asfalto rossastro, per essere trovati da me. Cinquantatré nella smorfia napoletana, vuol dire “o viecchj”, io che sono una che crede nella parità di genere, penso che non importi quanto uno sia vecchio o vecchia, se alla fine hai perso un caro, sai che è lui che ti è venuto a cercare. Una parte di me ha pensato che mia nonna è venuta lì per un saluto, forse perché mi ha ascoltata piangere tutta la notte, forse perché mi vede provata, forse perché sono un po’ stanca di tante cose. “la vecchia”, quella che ormai se n’è andata troppo tempo fa, mi è venuta a cercare nel posto più sicuro dove poteva incrociarmi. Coi suoi capelli neri, l’andatura scoscesa, me la immagino persino in carne, come prima che si ammalasse, e mangiava di tutto, perché era giusto avere due portate e il dolce, persino la frutta, tutto in un pasto unico. Mia nonna è venuta lì, a braccia conserte, mi ha ribadito che è accanto a me, che non se n’è andata davvero, che quando avrò finito di fare tutte le cose che devo fare, mi aspetta dall’altra parte, e sarà come correre, come faccio tutte le mattine, superando un ostacolo due, un pezzo di cielo spaccato in due. La mia vecchia non teme il caldo e non teme la distanza, e tramutatasi in una schedina del lotto, mi è venuta a salutare. Io che ho fatto posto a mia nonna, accanto a me, ho poi scoperto che il 53 vuol dire liberazione, e la cosa è ironica, perché io sono nata proprio nel giorno cinque di vent’otto anni fa. Secondo una lettura veloce, i miei angeli mi stanno suggerendo di abbandonare le paure e le preoccupazioni, vogliono dirmi che tutto è possibile. A voce alta, loro mi invitano a realizzare “la mia vita migliore”, liberarmi dai cavilli, distruggere il lascia passare di incanti e schiamazzi brutali, mollare la cima della redenzione, la credenza assurda che alla fine anche i cattivi possono migliorare, e diventare puliti. E ‘il microcosmo del cuore, che con parole imperative, intende farti cambiare, dirottare la strada che avevi scelto, e che alla fine si è rivelata funesta.  Il numero tredici, vuole farti capire che anche le cose negative, alla fine possono trasformarsi in cose positive. Come dopo uno schiaffo, che ti fa bruciare la faccia, ma che ti fa capire che quella mano selvaggia, non è quella che dovrai tenere stretta alla tua. Tuttavia, questo sembra un riferimento religioso, perché nella kabbalah il numero 13 si riferisce a uno, Dio. Il numero traballa di energia positiva, vuole che tutto cambi, e tutto in realtà sta già cambiando. Mentre i due numeri, sembrano cullare la creatività della mia penna, aiutando la mente e le forze, all’espressione pura e senza mezzi termini delle cose nuove che sto scrivendo. Si uniscono, si allacciano, mi rendono il fascino, il talento e la lealtà, come se fossero la macchia di un solo elemento diluito. Mentre mi asciugo il sudore, il pianto e le forze spente, mi accorgo che alla fine non è mai niente perduto, che se faccio più fatica di altri, è perché forse la meta da raggiungere è più alta e lontana.

Tengo duro, perché accanto a me, la mia vecchia, agitando il suo prezioso ventaglio, mi sorride, e mi racconta, ancora una volta, che mani delicate ci volevano, e che forza allo stesso tempo si impiegava, per cucire i guanti dei ricchi, e il filamento fragile della sua vita.


Scritto da <$Miriana> alle 18:00
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Lunedì, 09 Agosto 2021 22.58
Fanno rumore i pensieri.

Scritto da <$Miriana> alle 21:58
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Sabato, 07 Agosto 2021

Guardando l’accendino con il quale si era accesa le candeline della sua torta di compleanno, le sovvenne alla mente una cosa che aveva letto qualche tempo prima, in maniera distratta, sfogliando uno di quei giornali con cui si passa il tempo. L’aveva ascoltata più volte quella notizia, talvolta mentre cucinava, a volte mentre era alla guida. La radio aveva parlato di misteriose morti, tutte avvenute alla fatidica età di ventisette anni. Non aveva mai amato particolarmente il compleanno, neppure quello degli altri, neppure quello delle star famose, neanche quello della zia lontana che pretende una telefonata. Si era sempre tenuta lontana da panna, fragole, candeline e fiammelle. Si era tenuta lontano da tutte queste cose per due motivi semplici, il primo è che non le importava assolutamente più niente, il secondo è che per troppo tempo le era importato troppo. Spegnere le candeline aveva significato per lei, una ricerca assurda di pace e amore, un concentrato potente che porta il nome di felicità. Non l’aveva trovata, neppure quando a tredici anni aveva ottenuto il suo primo telefono serio, neppure quando le avevano comprato un criceto, neanche quando ai suoi diciotto anni aveva stappato una costosissima bottiglia di Brut. Il suo desiderio sembrava rimbalzare in mezzo a quelle fiammelle, che anno dopo anno, aumentavano nel loro numero, ma mai nella loro efficacia. Non funzionava, neppure se esprimeva quel preciso desiderio e dopo rideva, neanche se batteva le mani, se piangeva, se versava sulla panna tre lacrime sincere e un sussulto di paura. Niente, così aveva smesso di crederci, e aveva smesso di preparare torte. Quel compleanno era differente, per il semplice fatto che ne compiva vent’otto stavolta. Si era tenuta l’anno bonus per capire se a differenza degli altri, i famosi, per lei ci sarebbero state cose differenti. Poi ricordò di quel programma alla radio, ascoltato un giorno che non aveva nulla da fare, e se ne stava seduta sul sedile principale della sua vecchia auto. Il conduttore parlava di uno strano club chiamato CLUB27. È un gruppo triste e malinconico, i cui membri sono tutti morti, e tutti assurdamente giovani. Questo nome deve le sue origini alla morte di Kurt Cobain, leader dei nirvana, il quale mise un punto alla sua vita con un colpo di fucile alla testa dopo aver assunto eroina. Seguì Jimi Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito dopo un cocktail di alcol e tranquillanti. La morte che la toccava da più vicino, però, fu quella di Amy Whinehouse, trovata senza vita nel letto di casa sua, dopo uno shock da alcol. Tutti morti a ventisette anni, tutti, stranamente in possesso di un accendino bianco, lo stesso che aveva usato per accendere le candeline di una torta che aveva evitato di preparare per troppi anni. Ma se Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Morrison, Cobain e molti altri, erano stati pianti dalle folle, il suo corpo non sarebbe nemmeno stato ritrovato, perché casa sua era un segreto per tutti quelli che conosceva. Non aveva premuto il grilletto, tirato su col naso, vomitato l’anima, o fatto scorrere nelle vene alcuna sostanza, eppure il lasso di tempo che tutti chiamano ventisette, le era sembrato una tortura. Aveva perso ogni cosa, aveva smesso di credere nell’amore, nei buoni sentimenti, aveva voltato le spalle ai vagabondi, ai bambini, a quelli che fino a quel momento le erano sembrati buoni. Si era accorta delle tantissime porte in faccia, della gelosia sprezzante di troppa gente, di chiacchierate vuote, del sesso meccanico con gente che prometteva di amarla, e che poi al mattino non ne aveva ricordo. Si era fatta portavoce della tristezza, si era lavata le mani dalla vergogna, si era trovata addosso lo stemma dell’amante, il tanfo del tradimento, la chiazza paonazza di chi da un giorno all’altro, scopre di essere stata dimenticata. Aveva ceduto via la sua collezione di buoni propositi, aveva iniziato a mangiare quasi niente, e a turno, mangiato troppe schifezze, si era riempita di buio. Aveva ingoiato a cucchiaiate stelle innocenti, aveva messo giù il telefono, si era drogata di ricordi, aveva ascoltato ossessivamente voci ormai perdute, aveva mescolato il pianto con la rabbia, e lo aveva mandato giù come limone senza zucchero. Aveva smesso di amare ogni cosa, persino sé stessa, se l’era presa con lei, allo specchio, sputando all’altezza degli occhi, sentendosi un ripiego, una parentesi, un dolce smezzato, una sigaretta che fumi all’osso e poi lanci via. Quando aveva finito di piangere, si era trovata dinanzi quella torta alla panna, con ventotto candeline e un silenzio da brividi. Le aveva spente, tutte, ad una ad una, con un’accuratezza che non l’aveva mai contraddistinta. Aveva superato quel numero maledetto, aveva rinunciato al club27, senza accorgersi, però, di esserne il membro onorario, perché da troppo tempo, aveva dimenticato com’è che si vive, e com’è che si ama.  Quando l’accendino bianco, cadde di sotto, seguendo la spinta leggera del suo corpo, la vita sembrò impossessarsi di quello che ne rimaneva del suo sguardo. Un boccone dopo l’altro, la torta divenne briciole, e poi più niente. Sul vassoio bronzato della cucina, troneggiava il vuoto, lo stesso che premurandosi del suo cervello spento, la spedì dritta a letto.


Scritto da <$Miriana> alle 18:23
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Venerdì, 06 Agosto 2021


ORDINE DEI GIORNALISTI!ordinedeigiornalisticamp
Scritto da <$Miriana> alle 23:21
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Giovedì, 05 Agosto 2021 Il peggior compleanno di sempre.
No dolci,  no abbracci, no voglia, no sorrisi, no pace, no.
Ciao Mirià sarà per il prossimo anno.

Scritto da <$Miriana> alle 19:53
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Mercoledì, 07 Aprile 2021 Ce l'ho fatta.
brava.

Scritto da <$Miriana> alle 16:30
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Mercoledì, 17 Marzo 2021 Stanotte ti ho sognato. Non stavi bene. Ancora una parte di me si preoccupa per te, nonostante tutto ciò che riguarda me a te non interessa. In un mondo dove stiamo combattendo questa guerra invisibile, sogno per te la giusta protezione. Mi affido al destino e a cento cose ancora.
Scritto da <$Miriana> alle 22:00
Grazie per i Link - commenti (1)

Lunedì, 08 Marzo 2021

Io nemmeno volevo essere donna. Mi sembrava un peccato, una croce, un qualcosa che a lungo andare mi sarebbe sfuggito dalle mani. Amavo i miei capelli corti, forse perché li ho tenuti per tanti anni, e quelli mi restituivano la consapevolezza calma che in un modo o nell’altro, mi sarei camuffata, in mezzo alle donne, e in mezzo agli uomini, diventando io stessa un maschio senza seno e senza beltà. Volevo essere un maschio per acciuffarmi il rispetto di mio padre, perché lui era uno di quelli che credeva nella supremazia di chi porta i pantaloni. Io arrancavo dietro le sue richieste, dietro le sue domande, e quando riuscivo a fare tutto, e a dare le giuste risposte, mi sentivo più maschio dei maschi, e questo mi faceva sentire giusta nel mondo e giusto per lui. Scambiavo la sua mezza stima per amore, e me lo facevo bastare, soffocandola tutta, dietro il mio caschetto, dietro la repulsione accesa che avevo verso quelle che erano miei simili, ma che in realtà mi disprezzavano tanto. Le bambine non mi riconoscevano come loro pari, a loro piaceva spingermi, strapparmi i giochi dalle mani, ridere di me, quando le avevo di fronte, lasciando la sicurezza di un parlato alle spalle soltanto a quelli che in realtà non mi conoscevano affatto. Le bambine erano severe e ingiuste, e non volevo essere una di loro. Io amavo starmene per conto mio, prima con le macchine, e poi con le mie poesie disconnesse. Sta di fatto che né i bambini né le bambine, mi riconoscevano nel loro gruppo, facendo di me la cittadina di una terra di mezzo, dove vivevo e respiravo soltanto io. Crescendo, i miei capelli, si sono allungati con me. Sono cresciuta in altezza, in centimetri, e d’intelletto. Insieme a tutte queste cose, ha preso piede un timore diverso. Non si trattava più di rispetto e di guerra tra infanti, temevo di essere donna, perché temevo le richieste che mi sarebbero state poste. Temevo l’essere mamma, perché questa cosa non apparteneva ai miei sogni, temevo i mestoli da cucina, perché temevo che i maschi,, mi avrebbero chiusa in una stanza con pentole e tegami, a morire di noia e buio, in mezzo a patate e minestroni. Temevo di portare una gonna, un vestito, perché mi sentivo brutta e inadatta, come un vestito da sera, sulle cosce di un uomo troppo peloso. Temevo il corredo, le domande, la richiesta ossessiva di vedermi accanto a qualcuno. In realtà, adesso che sono cresciuta ancor di più, sono le stesse cose che temo oggi. Perché nel mondo in cui viviamo se non sei mamma o non hai intenzione di diventarlo in futuro, sei una donna a metà, e  se non reggi bene un mestolo o tagli perfettamente una mela, sei un essere umano senza valore, se non cammini accanto a qualcuno, diventi una pezza che nessuno vuole portare con sé. Per quanto tutto questo prima mi facesse così paura da solleticarmi il pianto, adesso mi rendo conto che tutte queste cose fanno parte di una sfera chiamata scelte. Posso scegliere cosa mangiare, cosa mettere addosso, cosa dire ad alta voce e cosa tenere tra i miei segreti. Posso scegliere, quindi, se mettere al mondo un figlio, se dedicarmi alla cucina o all’arte, se legare la mia vita a qualcuno o tenerla da parte per quando sarò poco più vecchia.  Sarebbe ipocrita dire che la paura mi è passata, la sento ancora, mezzana e irrequieta, quando qualcuno mi chiede l’età, domandandosi quando inizierò “la vita adulta”, fatta di biberon o baci fronte mare, di mutuo, di stoffe da rappezzare, di polpettoni da servire agli ospiti. Mi sento ancora nel mio territorio grigio, quando qualcuno mi dice -cambierai idea- sfiorandomi la pancia come un pallone, o gridandomi addosso che non sono degna di avere il seno, di avere il germe della vita dentro di me, se nessuno arriverà mai a toccarlo. Mi sento inadeguata quando al reparto maschile, provo le cose che mi piacciono, e la commessa mi guarda con fare sospetto, mi ci sento quando ho le scarpe basse in mezzo a cento paia di tacchi, quando indosso la giacca e gli altri il corsetto, quando mi immagino a viaggiare per il mondo col mio taccuino, piuttosto che a spingere lievemente una culla. Le apprezzo le donne mamme, come apprezzo le esploratrici, le cuoche, le scienziate, le farmaciste, le bottegaie, quelle appena nate, e quelle che nascono di nuovo, perché scelgono di essere ciò che sono sempre state dentro. Amo tutte le donne, per quanto alcune siano spietate e giudicanti, perché ho imparato a vedere in loro bellezza e poesia. La vedevo già quando alta appena sessanta centimetri, abbracciavo mia madre, sentendo nell’incavo del suo collo, il profumo buono di fiori e vaniglia, vedendo i suoi occhi bagnati, la rivedevo forte e fiera, rialzandosi, quando l’attimo dopo avevo la febbre, o avevo paura. Vedevo la bellezza in mia nonna quando coraggiosa come nessuno, si sottoponeva ad ogni tipo di trattamento medico per restare con noi ancora un po’. Quando dal cassetto marrone, quello accanto alla porta, tirava fuori la sua lacca forte, rendendo i suoi capelli neri, ancora più belli e lucenti. Vedevo la bellezza nelle persone che mi tenevano per mano, nei loro occhi blu cobalto, o in quelli neri di bosco. Nei loro capelli lunghissimi, o in quelli intricati e ricci. Sentivo il loro potere, quando sfiorandomi appena la guancia, il mio mondo tremava e tornava a posto. Vedevo persino in me bellezza, quando piuttosto che rispondere all’odio con l’odio, alle sfide con le sfide, restavo nel mio angolo fatto di libri, arte, e musica, a sognare un mondo che fosse a prova dei miei sogni. Adesso che sono grande, e ho capito che sarò donna, femmina, esploratrice, scrittrice, giornalista, amica, compagna fedele e cuoca delle mie ricette, mi rendo conto che non avrò bisogno di essere necessariamente mamma, guidatrice provetta, modella infallibile. Non dovrò essere la copia di nessuno, nemmeno una bella, nemmeno una brutta, nemmeno il punto di una frase altrui, perché sarò donna sempre, quando taglierò di nuovo i capelli, quando i maschi penseranno di mettermi in un angolo, quando brucerò il pollo, quando sarò stanca e mi reggerò a malapena, e quando sarò felice, saltellando per la stanza, perché chi amavo, si è scoperto innamorato di me.

Perché adesso i miei capelli corti non servono alla versione più adulta di me, che vivo nel mio mondo di mezzo, fatto di grigi neri e bianchi. Dove c’è l’atemporalità, dove puoi essere chi vuoi, diventare cosa sei. Dove mia nonna continua a mettersi la lacca ai capelli, e mia madre profuma ancora di fiori e vaniglia. Dove ho smesso di rispondere a domande stupide, e dove porto in braccio i miei errori, cullandoli piano.

Perché essere donna è un privilegio per pochi, un vezzo, un regalo, una carezza. Perché siamo tutte belle, e tutte profondamente irrisolte, perché siamo forti e imbattibili, docili e tempestose, ed io, con voi, con noi, ho imparato cos’è l’amore.

 


Scritto da <$Miriana> alle 14:57
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Mercoledì, 03 Marzo 2021
Mi ricordo di te
Ricordo i mille giri sulle giostre su di te
Ho fatto un’altra canzone
Mi ricorda chi sono
Ho messo un altro rossetto sopra il labbro superiore
Negli occhi delle serrande si stenderanno e io sparirò
L’ultimo soffio di fiato e sarà la voce ad essere l’unica cosa più viva di me
Voglio che viva a cent’anni da me
Fumo per sbarazzarmi di lei
Ma torna da me
Dove sei finita amore
Come non ci sei più
E ti dico che mi manchi
Se vuoi ti dico cosa mi manca
Adesso che non ci sono più
Adesso che ridono di me
Adesso che non ci sei più
Non so se
Ti ricordi di me
Quanto bello abbracciarti
Che mi mancavi tanto
Sarà bello abbracciarti
Dirti mi sei mancata
In un bosco di me
C’è un rumore incessante
E lo faccio da parte
Tu sei la mia voce
Mi ricordo di te
Mi vedevano ridere sola
Ma eri te
Ho baciato un foglio bianco
E la forma delle mie labbra
Ha scritto da dove nasci tu e che non morirai e se
Negli occhi delle serrande si stenderanno e io sparirò
L’ultimo soffio di fiato darà la voce a quella che è l’unica cosa più viva di me
Baby ne ho fatte
Baby ne ho fatta di strada
Baby ti ho cercato in ogni dove
Nelle corde di gente che non conosco
Ma infondo bastava guardarsi dentro più che attorno
Sei sempre stata in me e non me ne rendevo conto
Dove sei finita amore
Come non ci sei più
E ti dico che mi manchi
Se vuoi ti dico cosa mi manca
Adesso che non ci sono più
Adesso che ridono di me
Adesso che non ci sei più
Io so che
Ti ricordi di me
Perché è bello abbracciarmi
Per sentirti un po’ a casa
Ti ricordi le notti
Che urlavamo per strada
Ma nel bosco di me
Ora siamo tornate
E per sempre sarà
Che tu sei la mia voce
E noi siamo tornate
E per sempre sarà
Sì per sempre sarà
Che tu sei la mia voce
MADAME- SANREMO 2021

Scritto da <$Miriana> alle 17:58
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Mercoledì, 10 Febbraio 2021 Eppure non posso dire niente. 
Che importanza avrebbe?

Scritto da <$Miriana> alle 21:02
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Mercoledì, 03 Febbraio 2021 A volte basterebbe un abbraccio per lasciar passare tutta questa paura.
ancora porte, ancora usci, ancora referti.
Ancora coraggio.

Scritto da <$Miriana> alle 20:12
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Mercoledì, 27 Gennaio 2021 Quanto è difficile tenere a bada tutto.
Chi si ammala ed ami;
tu che ti ammacchi e sei prossima agli squarci;
E poi quanto tempo resta per il resto della vita?

Scritto da <$Miriana> alle 21:27
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Sabato, 23 Gennaio 2021 Ringrazio il mio sesto senso, perchè anche quando mi davano della pazza, io vedevo e sentivo, vedo e sento, cose che in realtà sono diventate tutte vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:32
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Mercoledì, 20 Gennaio 2021 Si chiamano Blackout
Sta succedendo sempre più spesso
Fa paura

Scritto da <$Miriana> alle 23:05
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Lunedì, 18 Gennaio 2021

A volte non so se ciò che vedo è finto o vero, se le forme sono solo curve che vanno e vengono, o stagni in mezzo ai corsi d’acqua. Ho timore che ciò che gli altri vedono di me, sia reale, così come lo specchio parla e grida il suo chiacchiericcio. Fa male impugnare coltelli e forchette, sapendo che alla fine ti farai male, che stai pizzicando pezzi di cose che ti odiano, e che ti prenderanno a morsi dentro e fuori. Che quel gusto che ti si scioglie in bocca, in realtà è come una pinta di veleno e ambra. È strano vedersi alti e smagriti, contro uno specchio, nelle foto belle che mostri agli altri entusiasta, e sentire al contempo, la pelle che ti si arriccia nei punti sbagliati se ti siedi senza compostezza, se lasci calare la schiena dritta, se non allunghi la pelle, se non stendi i bordi in eccesso. Senti il calore che ti si accumula addosso, e poi i punti freddi di posti che nemmeno sapevi di avere. Senti le gambe che fanno fatica ad accavallarsi, l’ansia di avere le spalle più grosse del posto dove dovrai passare, o del maglione a collo alto che hai paura di indossare, delle sciarpe che usi per sentirti della giusta misura e grandezza. La dimensione di quello che sento di essere, si mescola a quello che si aspettano che io sia, con tutti i km marciati, con tutte le rinunce, e i pezzi di zucchero lasciati lì sulla lingua quando il vortice dell’aria inizia a stringersi a cono sulla gola, annaspando, chiedendoti pietà. Allora ti rassegni solo quando c’è un bombardamento di vuoto nello stomaco, come mezzanotte di ogni notte, dove cumuli di macerie, ti chiudono la visione, ti spingono fuori strada, facendoti addormentare così come sei, anche se sei mezza, mezzana, spezzata e vuota nel mezzo. Alla fine dopo le tue infinite capriole, lasci stare, e pensi di essere almeno bella come quel foglio di carta accartocciato in un angolo.

E smetti di piangere, solo allora.


Scritto da <$Miriana> alle 17:24
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Domenica, 17 Gennaio 2021 Non riesco a passare il tempo con me.
Non mi sopporto.
Non appena resto da sola, crollo, è sempre così.
Come si guarisce da sè stessi, come si guarisce dal ricordo?

Scritto da <$Miriana> alle 20:35
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Sabato, 16 Gennaio 2021 la distanza tra i tuoi sogni e la realtà si chiama ione
Ho comprato un braccialetto scritto male, perchè alla parola ione mancano le lettere -az-
L'ho comprato perchè era diverso, perchè forse nessuno l'avrebbe preso, perchè in realtà le cose scritte male, nascondono significati che in pochi possono capire.
E' finto oro, me l'ha comprato mia madre, perchè pensa che quando non ci sarà più, in qualche maniera mi resterà addosso, perchè vorrebbe che i miei sogni si realizzassero, anche se non lo sa, le cose che desidero sono più grandi del mondo, di me, dei sogni di tutti messi insieme, forse non li toccherò mai sul serio con le dita, eppure lei ci crede ancora.
Allora facciamo che ione, vuol dire forza, energia, sacrificio. Ciò che voglio è a distanza di ''moto'', coraggio e tempo.
Perchè in fondo spesso mi sento anche io come quel bracciale, che nessuno avrebbe preso, perchè storpio, ammaccato, mutilato. Ho voluto dargli una possibilità di vivermi addosso, come io, spero, un giorno, di addormentarmi sul petto di chi darà a me la stessa possibilità.

Scritto da <$Miriana> alle 19:39
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Venerdì, 15 Gennaio 2021 Tra una chiamata e un mal di testa
Ti lascio scivolare via
Scappiamo via sempre di fretta
Che brutta questa frenesia
Lasciami entrare un po’ di luce in casa
Oggi neanche mi difendo
Sempre gli stessi errori
Dove c’era il mare adesso è solo fango
E come un valzer la domenica in periferia
Tra le campane e le sirene della polizia
C’è una bambina che abbraccia sua madre
Che sembra la mia
Mi sento come un manichino dentro una vetrina
Non sa di miele questa vita forse di aspirina
E ho provato a imparare l’amore
Ma è sempre cosi
Non riesco a capire
Cos’è
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me
L’incenso che avvolge la stanza
Sembra una nebbia di città
Mi sveglia un autobus che passa
Ripenso a qualche sera fa
Quando mi urlasti
“Ragazzina oggi proprio non ti sto capendo”
Sei sempre bravo tu a ferire
Quante inutili parole al vento
Ancora le sento
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me

E tu, e tu mi sembri
Più confusa di me
E tu, e tu
Dicevi è sempre cosi
E tu, e tu
Ancora mille domande
Ma non feriscono più
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Ora che abbiamo imparato l’amore
Ora che abbiamo imparato l’amore
Non so smettere
-PEZZO DI CUORE EMMA/ALESSANDRA
Scritto da <$Miriana> alle 20:34
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Mercoledì, 06 Gennaio 2021 Se avessi un nome anche per tutte le volte in cui non ti servo,
quando non ho dita per battere i tuoi sproloqui,
testa per pensare ad una via d'uscita che riguarda solo te,
sensazioni che riescano a tirarti fuori da guai.
Se avessi un nome anche quando sei pregno di vita,
di nuove faccende, di territori già esplorati,
se avessi un nome anche quando hai la faccia rossa,
quando hai bevuto troppo e sei solo cattivo,
quando quegli occhi nemmeno ti appartengono più
perchè li hai dati in matrimonio alla rabbia,
all'odio, allo schifo.
Perchè sono il nulla per te.


Scritto da <$Miriana> alle 17:13
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Domenica, 03 Gennaio 2021 Si chiama sconforto, e nemmeno due tazze di camomilla e medicina, riescono a farlo passare.
Scritto da <$Miriana> alle 22:39
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Sabato, 02 Gennaio 2021 "E amarti non ha senso se poi io non mi so amare".
Scritto da <$Miriana> alle 20:18
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Giovedì, 31 Dicembre 2020 E' finito.
Quest'anno senza speranze, quest'anno che mi ha fatta a pezzi almeno cento volte.
E' finito l'anno senza abbracci, l'anno che mi ha tenuta col fiato sospeso,
quello dei sè, quello dei ma.
L'anno che mi ha vista prima infinitamente piccola e poi immensa.
L'anno che mi ha messa troppe volte alla prova,
dove ho scoperto che forse il mio futuro sarà diverso.
L'anno che mi ha cambiata in modo totale,
che mi ha vista meno fiduciosa,
con meno speranze,
eppure con centomila forze da investire su di me.
E' stato un anno di saluti 
saluti dedicati a chi ha deciso di interrompere il suo cammino insieme a me,
l'anno dei vigliacchi che in silenzio hanno esploso l'ultimo dardo,
l'anno dei coraggiosi, di quando ci si sorride anche se in torno c'è la guerra.
L'anno dei regali rimpallati fatti col cuore,
delle cose da scrivere e da leggere, ammucchiate sulla scrivania,
l'anno dell'oro, delle mie turbe, delle mie tantissime notti insonni.
L'anno delle attese e delle consapevolezze,
l'anno del peso che cala giù, di corsa, come la discesa delle montagne russe,
delle costole che fanno paura,
dei saltelli in camera,
l'anno dove come non mai, ho tenuto a mente le parole di nonna,
l'anno che mi ha vista debole e poi rinata,
l'anno dello specchio imperiale,
delle prove, dei tentativi,
persino dei silenzi che a poco a poco mi hanno resa più forte.
L'anno del rimpasto sentimentale,
delle pillole mandate giù come cioccolata,
delle decisioni, e delle cose messe lì in pausa
per quando sarò più forte.
L''anno delle grida, dei pugni,
della pelle sbucciata,
delle canzoni che ancora ascolto.
L'anno delle grandi paure,
delle rinunce, dei -forse domani-
L'anno di chi ha scarabocchiato sul mio cuore,
delle lacrime salate come acqua di mare,
delle nuotate al largo,
dei fiumi, delle grandi piogge.

Facciamo che proverò a dimenticare tutto, 
ed iniziare da capo.
Auguri a tutti,
anche a chi ha sparato l'ultimo colpo.


Scritto da <$Miriana> alle 17:02
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A volte la notte o la poggia,
fanno uno strano rumore. 

Scritto da <$Miriana> alle 05:19
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Martedì, 29 Dicembre 2020 A volte le cose che immagino, diventano vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:51
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Venerdì, 25 Dicembre 2020 Buon Natale a tutti,
a chi è dovuto andar via, per forza di cose,
a chi ha deciso di andar via,
a chi si guarda ancora indietro
e a chi è costretto a guardare solo avanti.
A chi sta piangendo,
e a chi a capo tavola beve calici di vino ridendo.


Scritto da <$Miriana> alle 16:28
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Martedì, 22 Dicembre 2020 Quando ero piccola Natale era bello.
Non erano giornate noiose da passare a casa, ma era la volta dei nonni.
La mia nonna era speciale. Quando entravo nel salone, per posare il cappotto, c'era sempre un forte odore di agnello con le patate. Per quanto io fossi maniaca delle pulizie anche da bambina, quell'odore mi confortava, mi faceva sentire sempre a casa.
I miei nonni abitavano a pochi passi da me, quella casa in realtà c'è sempre, ma sono anni che non ci metto più piede.
La cucina era così piccola, che a stento ci si entrava tutti. I più piccoli sedevano ai margini del frigo, accanto al balcone, in una tavola a parte, destinata il resto dei mesi al balcone principale. I grandi invece sedevano nella tavola -classica- quella della cucina. Mia nonna cucinava sempre un sacco di cose, tutte buonissime. Quando mi vedeva mangiare poco, mi incitava sempre a prendere qualche boccone in più, ma quello credo che sia la mania di tutte le nonne.
La nonna in genere sedeva di fronte a me, -dal lato dei piccoli- perchè voleva godersi i suoi nipoti. Mi chiedeva che classe facessi, se i miei voti fossero buoni, e poi mi sorrideva, con quel sorriso buono che aveva solo lei.
Mia nonna profumava sempre di ammorbidente e talco. Non ho più trovato da nessuna parte un profumo così buono.
Coi miei cugini era sempre una festa. Ci inventavamo i giochi più belli con poche cose. Allestivamo delle vere e proprie tende fatte con mollette, tovaglie da tavola e sedie di fortuna. Ci sentivamo indiani, bambini, pirati, a volte persino ostaggi di una rapina. Le piastrelle dei miei nonni erano freddissime, perchè fuori si gelava, ma seduta accanto ai miei cugini, sentivo uno strano calore che mi faceva sentire come ai Caraibi. 
Ci raccontavamo le storie più buffe, io coccolavo i miei cugini più piccoli, e mi sentivo un po' madre, anche se in realtà ero bambina anche io. Sarà il solito istinto di -protezione- quella nota che mi contraddistingue da sempre: ho bisogno di accudire qualcuno per sentirmi felice, anche se le mie premure andrebbero date solo a chi merita.

  I vetri del balcone avevano gli aloni del freddo, dalla cucina venivano tutto il tempo grida di felicità, battute vietate ai minori, rumori di stoviglie, la risata di mia nonna, il profumo buonissimo dei dolci migliori.
Quando arrivava la sera, toccava a noi. I più piccoli mangiavano la bistecca al sangue. Io l'adoravo, come l'adoro ancora oggi. Non mi importava un granchè dei pacchi regali, la cosa che mi piaceva di più di quei giorni, era il fatto che ogni impegno si azzerasse, noi piccoli non avevamo scuola, e i grandi smettevano di lavorare. Era una sorta di carezza stretta, che amabilmente ci costringeva tutti in una casa. Mia madre era ancora felice, perchè nessuno le aveva strappato un pezzo del suo cuore. Io adoravo vederla così, credo di non avere mai più visto un sorriso così puro da parte sua.

 Io indiana, bambina, pirata, e ostaggio, volevo che quelle giornate non finissero mai, per non allontanarmi mai da quella che in ogni caso era la mia famiglia.
Mia nonna era ciò che teneva tutto saldo, il bullone che annodava le viti matte, la stringa delle scarpe malandate. Lei era il motivo per cui tante volte restavo anche quando avevo da fare, solo per accarezzarle il collo, e ascoltare le sue storie di vita difficili.
Avere i nonni è un lusso che non mi è più capitato.
Avere mia nonna a Natale e tutti i giorni, non mi è più successo.
A volte la immagino ancora lì seduta nella sua amatissima cucina, a cucinare il suo agnello, a dirmi di mangiare, a chiedermi di sorridere un po', a dirmi - chi ti ha spezzato il cuore che lo ammazzo?- a chiamarmi -miliana- con quella dolcezza di chi non sa parlare bene, ma sa tenerti stretta al cuore.
Vorrei tornare a venti natali fa, per riaverti, per riavere indietro tutto.
Buon Natale nonna, ovunque tu sia, ti amo.

Scritto da <$Miriana> alle 19:26
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