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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Mercoledì, 07 Aprile 2021 Ce l'ho fatta.
brava.

Scritto da <$Miriana> alle 16:30
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 17 Marzo 2021 Stanotte ti ho sognato. Non stavi bene. Ancora una parte di me si preoccupa per te, nonostante tutto ciò che riguarda me a te non interessa. In un mondo dove stiamo combattendo questa guerra invisibile, sogno per te la giusta protezione. Mi affido al destino e a cento cose ancora.
Scritto da <$Miriana> alle 22:00
Grazie per i Link - commenti

Lunedì, 08 Marzo 2021

Io nemmeno volevo essere donna. Mi sembrava un peccato, una croce, un qualcosa che a lungo andare mi sarebbe sfuggito dalle mani. Amavo i miei capelli corti, forse perché li ho tenuti per tanti anni, e quelli mi restituivano la consapevolezza calma che in un modo o nell’altro, mi sarei camuffata, in mezzo alle donne, e in mezzo agli uomini, diventando io stessa un maschio senza seno e senza beltà. Volevo essere un maschio per acciuffarmi il rispetto di mio padre, perché lui era uno di quelli che credeva nella supremazia di chi porta i pantaloni. Io arrancavo dietro le sue richieste, dietro le sue domande, e quando riuscivo a fare tutto, e a dare le giuste risposte, mi sentivo più maschio dei maschi, e questo mi faceva sentire giusta nel mondo e giusto per lui. Scambiavo la sua mezza stima per amore, e me lo facevo bastare, soffocandola tutta, dietro il mio caschetto, dietro la repulsione accesa che avevo verso quelle che erano miei simili, ma che in realtà mi disprezzavano tanto. Le bambine non mi riconoscevano come loro pari, a loro piaceva spingermi, strapparmi i giochi dalle mani, ridere di me, quando le avevo di fronte, lasciando la sicurezza di un parlato alle spalle soltanto a quelli che in realtà non mi conoscevano affatto. Le bambine erano severe e ingiuste, e non volevo essere una di loro. Io amavo starmene per conto mio, prima con le macchine, e poi con le mie poesie disconnesse. Sta di fatto che né i bambini né le bambine, mi riconoscevano nel loro gruppo, facendo di me la cittadina di una terra di mezzo, dove vivevo e respiravo soltanto io. Crescendo, i miei capelli, si sono allungati con me. Sono cresciuta in altezza, in centimetri, e d’intelletto. Insieme a tutte queste cose, ha preso piede un timore diverso. Non si trattava più di rispetto e di guerra tra infanti, temevo di essere donna, perché temevo le richieste che mi sarebbero state poste. Temevo l’essere mamma, perché questa cosa non apparteneva ai miei sogni, temevo i mestoli da cucina, perché temevo che i maschi,, mi avrebbero chiusa in una stanza con pentole e tegami, a morire di noia e buio, in mezzo a patate e minestroni. Temevo di portare una gonna, un vestito, perché mi sentivo brutta e inadatta, come un vestito da sera, sulle cosce di un uomo troppo peloso. Temevo il corredo, le domande, la richiesta ossessiva di vedermi accanto a qualcuno. In realtà, adesso che sono cresciuta ancor di più, sono le stesse cose che temo oggi. Perché nel mondo in cui viviamo se non sei mamma o non hai intenzione di diventarlo in futuro, sei una donna a metà, e  se non reggi bene un mestolo o tagli perfettamente una mela, sei un essere umano senza valore, se non cammini accanto a qualcuno, diventi una pezza che nessuno vuole portare con sé. Per quanto tutto questo prima mi facesse così paura da solleticarmi il pianto, adesso mi rendo conto che tutte queste cose fanno parte di una sfera chiamata scelte. Posso scegliere cosa mangiare, cosa mettere addosso, cosa dire ad alta voce e cosa tenere tra i miei segreti. Posso scegliere, quindi, se mettere al mondo un figlio, se dedicarmi alla cucina o all’arte, se legare la mia vita a qualcuno o tenerla da parte per quando sarò poco più vecchia.  Sarebbe ipocrita dire che la paura mi è passata, la sento ancora, mezzana e irrequieta, quando qualcuno mi chiede l’età, domandandosi quando inizierò “la vita adulta”, fatta di biberon o baci fronte mare, di mutuo, di stoffe da rappezzare, di polpettoni da servire agli ospiti. Mi sento ancora nel mio territorio grigio, quando qualcuno mi dice -cambierai idea- sfiorandomi la pancia come un pallone, o gridandomi addosso che non sono degna di avere il seno, di avere il germe della vita dentro di me, se nessuno arriverà mai a toccarlo. Mi sento inadeguata quando al reparto maschile, provo le cose che mi piacciono, e la commessa mi guarda con fare sospetto, mi ci sento quando ho le scarpe basse in mezzo a cento paia di tacchi, quando indosso la giacca e gli altri il corsetto, quando mi immagino a viaggiare per il mondo col mio taccuino, piuttosto che a spingere lievemente una culla. Le apprezzo le donne mamme, come apprezzo le esploratrici, le cuoche, le scienziate, le farmaciste, le bottegaie, quelle appena nate, e quelle che nascono di nuovo, perché scelgono di essere ciò che sono sempre state dentro. Amo tutte le donne, per quanto alcune siano spietate e giudicanti, perché ho imparato a vedere in loro bellezza e poesia. La vedevo già quando alta appena sessanta centimetri, abbracciavo mia madre, sentendo nell’incavo del suo collo, il profumo buono di fiori e vaniglia, vedendo i suoi occhi bagnati, la rivedevo forte e fiera, rialzandosi, quando l’attimo dopo avevo la febbre, o avevo paura. Vedevo la bellezza in mia nonna quando coraggiosa come nessuno, si sottoponeva ad ogni tipo di trattamento medico per restare con noi ancora un po’. Quando dal cassetto marrone, quello accanto alla porta, tirava fuori la sua lacca forte, rendendo i suoi capelli neri, ancora più belli e lucenti. Vedevo la bellezza nelle persone che mi tenevano per mano, nei loro occhi blu cobalto, o in quelli neri di bosco. Nei loro capelli lunghissimi, o in quelli intricati e ricci. Sentivo il loro potere, quando sfiorandomi appena la guancia, il mio mondo tremava e tornava a posto. Vedevo persino in me bellezza, quando piuttosto che rispondere all’odio con l’odio, alle sfide con le sfide, restavo nel mio angolo fatto di libri, arte, e musica, a sognare un mondo che fosse a prova dei miei sogni. Adesso che sono grande, e ho capito che sarò donna, femmina, esploratrice, scrittrice, giornalista, amica, compagna fedele e cuoca delle mie ricette, mi rendo conto che non avrò bisogno di essere necessariamente mamma, guidatrice provetta, modella infallibile. Non dovrò essere la copia di nessuno, nemmeno una bella, nemmeno una brutta, nemmeno il punto di una frase altrui, perché sarò donna sempre, quando taglierò di nuovo i capelli, quando i maschi penseranno di mettermi in un angolo, quando brucerò il pollo, quando sarò stanca e mi reggerò a malapena, e quando sarò felice, saltellando per la stanza, perché chi amavo, si è scoperto innamorato di me.

Perché adesso i miei capelli corti non servono alla versione più adulta di me, che vivo nel mio mondo di mezzo, fatto di grigi neri e bianchi. Dove c’è l’atemporalità, dove puoi essere chi vuoi, diventare cosa sei. Dove mia nonna continua a mettersi la lacca ai capelli, e mia madre profuma ancora di fiori e vaniglia. Dove ho smesso di rispondere a domande stupide, e dove porto in braccio i miei errori, cullandoli piano.

Perché essere donna è un privilegio per pochi, un vezzo, un regalo, una carezza. Perché siamo tutte belle, e tutte profondamente irrisolte, perché siamo forti e imbattibili, docili e tempestose, ed io, con voi, con noi, ho imparato cos’è l’amore.

 


Scritto da <$Miriana> alle 14:57
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 03 Marzo 2021
Mi ricordo di te
Ricordo i mille giri sulle giostre su di te
Ho fatto un’altra canzone
Mi ricorda chi sono
Ho messo un altro rossetto sopra il labbro superiore
Negli occhi delle serrande si stenderanno e io sparirò
L’ultimo soffio di fiato e sarà la voce ad essere l’unica cosa più viva di me
Voglio che viva a cent’anni da me
Fumo per sbarazzarmi di lei
Ma torna da me
Dove sei finita amore
Come non ci sei più
E ti dico che mi manchi
Se vuoi ti dico cosa mi manca
Adesso che non ci sono più
Adesso che ridono di me
Adesso che non ci sei più
Non so se
Ti ricordi di me
Quanto bello abbracciarti
Che mi mancavi tanto
Sarà bello abbracciarti
Dirti mi sei mancata
In un bosco di me
C’è un rumore incessante
E lo faccio da parte
Tu sei la mia voce
Mi ricordo di te
Mi vedevano ridere sola
Ma eri te
Ho baciato un foglio bianco
E la forma delle mie labbra
Ha scritto da dove nasci tu e che non morirai e se
Negli occhi delle serrande si stenderanno e io sparirò
L’ultimo soffio di fiato darà la voce a quella che è l’unica cosa più viva di me
Baby ne ho fatte
Baby ne ho fatta di strada
Baby ti ho cercato in ogni dove
Nelle corde di gente che non conosco
Ma infondo bastava guardarsi dentro più che attorno
Sei sempre stata in me e non me ne rendevo conto
Dove sei finita amore
Come non ci sei più
E ti dico che mi manchi
Se vuoi ti dico cosa mi manca
Adesso che non ci sono più
Adesso che ridono di me
Adesso che non ci sei più
Io so che
Ti ricordi di me
Perché è bello abbracciarmi
Per sentirti un po’ a casa
Ti ricordi le notti
Che urlavamo per strada
Ma nel bosco di me
Ora siamo tornate
E per sempre sarà
Che tu sei la mia voce
E noi siamo tornate
E per sempre sarà
Sì per sempre sarà
Che tu sei la mia voce
MADAME- SANREMO 2021

Scritto da <$Miriana> alle 17:58
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 10 Febbraio 2021 Eppure non posso dire niente. 
Che importanza avrebbe?

Scritto da <$Miriana> alle 21:02
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 03 Febbraio 2021 A volte basterebbe un abbraccio per lasciar passare tutta questa paura.
ancora porte, ancora usci, ancora referti.
Ancora coraggio.

Scritto da <$Miriana> alle 20:12
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 27 Gennaio 2021 Quanto è difficile tenere a bada tutto.
Chi si ammala ed ami;
tu che ti ammacchi e sei prossima agli squarci;
E poi quanto tempo resta per il resto della vita?

Scritto da <$Miriana> alle 21:27
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 23 Gennaio 2021 Ringrazio il mio sesto senso, perchè anche quando mi davano della pazza, io vedevo e sentivo, vedo e sento, cose che in realtà sono diventate tutte vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:32
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 20 Gennaio 2021 Si chiamano Blackout
Sta succedendo sempre più spesso
Fa paura

Scritto da <$Miriana> alle 23:05
Grazie per i Link - commenti

Lunedì, 18 Gennaio 2021

A volte non so se ciò che vedo è finto o vero, se le forme sono solo curve che vanno e vengono, o stagni in mezzo ai corsi d’acqua. Ho timore che ciò che gli altri vedono di me, sia reale, così come lo specchio parla e grida il suo chiacchiericcio. Fa male impugnare coltelli e forchette, sapendo che alla fine ti farai male, che stai pizzicando pezzi di cose che ti odiano, e che ti prenderanno a morsi dentro e fuori. Che quel gusto che ti si scioglie in bocca, in realtà è come una pinta di veleno e ambra. È strano vedersi alti e smagriti, contro uno specchio, nelle foto belle che mostri agli altri entusiasta, e sentire al contempo, la pelle che ti si arriccia nei punti sbagliati se ti siedi senza compostezza, se lasci calare la schiena dritta, se non allunghi la pelle, se non stendi i bordi in eccesso. Senti il calore che ti si accumula addosso, e poi i punti freddi di posti che nemmeno sapevi di avere. Senti le gambe che fanno fatica ad accavallarsi, l’ansia di avere le spalle più grosse del posto dove dovrai passare, o del maglione a collo alto che hai paura di indossare, delle sciarpe che usi per sentirti della giusta misura e grandezza. La dimensione di quello che sento di essere, si mescola a quello che si aspettano che io sia, con tutti i km marciati, con tutte le rinunce, e i pezzi di zucchero lasciati lì sulla lingua quando il vortice dell’aria inizia a stringersi a cono sulla gola, annaspando, chiedendoti pietà. Allora ti rassegni solo quando c’è un bombardamento di vuoto nello stomaco, come mezzanotte di ogni notte, dove cumuli di macerie, ti chiudono la visione, ti spingono fuori strada, facendoti addormentare così come sei, anche se sei mezza, mezzana, spezzata e vuota nel mezzo. Alla fine dopo le tue infinite capriole, lasci stare, e pensi di essere almeno bella come quel foglio di carta accartocciato in un angolo.

E smetti di piangere, solo allora.


Scritto da <$Miriana> alle 17:24
Grazie per i Link - commenti

Domenica, 17 Gennaio 2021 Non riesco a passare il tempo con me.
Non mi sopporto.
Non appena resto da sola, crollo, è sempre così.
Come si guarisce da sè stessi, come si guarisce dal ricordo?

Scritto da <$Miriana> alle 20:35
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 16 Gennaio 2021 la distanza tra i tuoi sogni e la realtà si chiama ione
Ho comprato un braccialetto scritto male, perchè alla parola ione mancano le lettere -az-
L'ho comprato perchè era diverso, perchè forse nessuno l'avrebbe preso, perchè in realtà le cose scritte male, nascondono significati che in pochi possono capire.
E' finto oro, me l'ha comprato mia madre, perchè pensa che quando non ci sarà più, in qualche maniera mi resterà addosso, perchè vorrebbe che i miei sogni si realizzassero, anche se non lo sa, le cose che desidero sono più grandi del mondo, di me, dei sogni di tutti messi insieme, forse non li toccherò mai sul serio con le dita, eppure lei ci crede ancora.
Allora facciamo che ione, vuol dire forza, energia, sacrificio. Ciò che voglio è a distanza di ''moto'', coraggio e tempo.
Perchè in fondo spesso mi sento anche io come quel bracciale, che nessuno avrebbe preso, perchè storpio, ammaccato, mutilato. Ho voluto dargli una possibilità di vivermi addosso, come io, spero, un giorno, di addormentarmi sul petto di chi darà a me la stessa possibilità.

Scritto da <$Miriana> alle 19:39
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 15 Gennaio 2021 Tra una chiamata e un mal di testa
Ti lascio scivolare via
Scappiamo via sempre di fretta
Che brutta questa frenesia
Lasciami entrare un po’ di luce in casa
Oggi neanche mi difendo
Sempre gli stessi errori
Dove c’era il mare adesso è solo fango
E come un valzer la domenica in periferia
Tra le campane e le sirene della polizia
C’è una bambina che abbraccia sua madre
Che sembra la mia
Mi sento come un manichino dentro una vetrina
Non sa di miele questa vita forse di aspirina
E ho provato a imparare l’amore
Ma è sempre cosi
Non riesco a capire
Cos’è
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me
L’incenso che avvolge la stanza
Sembra una nebbia di città
Mi sveglia un autobus che passa
Ripenso a qualche sera fa
Quando mi urlasti
“Ragazzina oggi proprio non ti sto capendo”
Sei sempre bravo tu a ferire
Quante inutili parole al vento
Ancora le sento
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me

E tu, e tu mi sembri
Più confusa di me
E tu, e tu
Dicevi è sempre cosi
E tu, e tu
Ancora mille domande
Ma non feriscono più
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Ora che abbiamo imparato l’amore
Ora che abbiamo imparato l’amore
Non so smettere
-PEZZO DI CUORE EMMA/ALESSANDRA
Scritto da <$Miriana> alle 20:34
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 06 Gennaio 2021 Se avessi un nome anche per tutte le volte in cui non ti servo,
quando non ho dita per battere i tuoi sproloqui,
testa per pensare ad una via d'uscita che riguarda solo te,
sensazioni che riescano a tirarti fuori da guai.
Se avessi un nome anche quando sei pregno di vita,
di nuove faccende, di territori già esplorati,
se avessi un nome anche quando hai la faccia rossa,
quando hai bevuto troppo e sei solo cattivo,
quando quegli occhi nemmeno ti appartengono più
perchè li hai dati in matrimonio alla rabbia,
all'odio, allo schifo.
Perchè sono il nulla per te.


Scritto da <$Miriana> alle 17:13
Grazie per i Link - commenti

Domenica, 03 Gennaio 2021 Si chiama sconforto, e nemmeno due tazze di camomilla e medicina, riescono a farlo passare.
Scritto da <$Miriana> alle 22:39
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 02 Gennaio 2021 "E amarti non ha senso se poi io non mi so amare".
Scritto da <$Miriana> alle 20:18
Grazie per i Link - commenti

Giovedì, 31 Dicembre 2020 E' finito.
Quest'anno senza speranze, quest'anno che mi ha fatta a pezzi almeno cento volte.
E' finito l'anno senza abbracci, l'anno che mi ha tenuta col fiato sospeso,
quello dei sè, quello dei ma.
L'anno che mi ha vista prima infinitamente piccola e poi immensa.
L'anno che mi ha messa troppe volte alla prova,
dove ho scoperto che forse il mio futuro sarà diverso.
L'anno che mi ha cambiata in modo totale,
che mi ha vista meno fiduciosa,
con meno speranze,
eppure con centomila forze da investire su di me.
E' stato un anno di saluti 
saluti dedicati a chi ha deciso di interrompere il suo cammino insieme a me,
l'anno dei vigliacchi che in silenzio hanno esploso l'ultimo dardo,
l'anno dei coraggiosi, di quando ci si sorride anche se in torno c'è la guerra.
L'anno dei regali rimpallati fatti col cuore,
delle cose da scrivere e da leggere, ammucchiate sulla scrivania,
l'anno dell'oro, delle mie turbe, delle mie tantissime notti insonni.
L'anno delle attese e delle consapevolezze,
l'anno del peso che cala giù, di corsa, come la discesa delle montagne russe,
delle costole che fanno paura,
dei saltelli in camera,
l'anno dove come non mai, ho tenuto a mente le parole di nonna,
l'anno che mi ha vista debole e poi rinata,
l'anno dello specchio imperiale,
delle prove, dei tentativi,
persino dei silenzi che a poco a poco mi hanno resa più forte.
L'anno del rimpasto sentimentale,
delle pillole mandate giù come cioccolata,
delle decisioni, e delle cose messe lì in pausa
per quando sarò più forte.
L''anno delle grida, dei pugni,
della pelle sbucciata,
delle canzoni che ancora ascolto.
L'anno delle grandi paure,
delle rinunce, dei -forse domani-
L'anno di chi ha scarabocchiato sul mio cuore,
delle lacrime salate come acqua di mare,
delle nuotate al largo,
dei fiumi, delle grandi piogge.

Facciamo che proverò a dimenticare tutto, 
ed iniziare da capo.
Auguri a tutti,
anche a chi ha sparato l'ultimo colpo.


Scritto da <$Miriana> alle 17:02
Grazie per i Link - commenti

A volte la notte o la poggia,
fanno uno strano rumore. 

Scritto da <$Miriana> alle 05:19
Grazie per i Link - commenti

Martedì, 29 Dicembre 2020 A volte le cose che immagino, diventano vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:51
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 25 Dicembre 2020 Buon Natale a tutti,
a chi è dovuto andar via, per forza di cose,
a chi ha deciso di andar via,
a chi si guarda ancora indietro
e a chi è costretto a guardare solo avanti.
A chi sta piangendo,
e a chi a capo tavola beve calici di vino ridendo.


Scritto da <$Miriana> alle 16:28
Grazie per i Link - commenti

Martedì, 22 Dicembre 2020 Quando ero piccola Natale era bello.
Non erano giornate noiose da passare a casa, ma era la volta dei nonni.
La mia nonna era speciale. Quando entravo nel salone, per posare il cappotto, c'era sempre un forte odore di agnello con le patate. Per quanto io fossi maniaca delle pulizie anche da bambina, quell'odore mi confortava, mi faceva sentire sempre a casa.
I miei nonni abitavano a pochi passi da me, quella casa in realtà c'è sempre, ma sono anni che non ci metto più piede.
La cucina era così piccola, che a stento ci si entrava tutti. I più piccoli sedevano ai margini del frigo, accanto al balcone, in una tavola a parte, destinata il resto dei mesi al balcone principale. I grandi invece sedevano nella tavola -classica- quella della cucina. Mia nonna cucinava sempre un sacco di cose, tutte buonissime. Quando mi vedeva mangiare poco, mi incitava sempre a prendere qualche boccone in più, ma quello credo che sia la mania di tutte le nonne.
La nonna in genere sedeva di fronte a me, -dal lato dei piccoli- perchè voleva godersi i suoi nipoti. Mi chiedeva che classe facessi, se i miei voti fossero buoni, e poi mi sorrideva, con quel sorriso buono che aveva solo lei.
Mia nonna profumava sempre di ammorbidente e talco. Non ho più trovato da nessuna parte un profumo così buono.
Coi miei cugini era sempre una festa. Ci inventavamo i giochi più belli con poche cose. Allestivamo delle vere e proprie tende fatte con mollette, tovaglie da tavola e sedie di fortuna. Ci sentivamo indiani, bambini, pirati, a volte persino ostaggi di una rapina. Le piastrelle dei miei nonni erano freddissime, perchè fuori si gelava, ma seduta accanto ai miei cugini, sentivo uno strano calore che mi faceva sentire come ai Caraibi. 
Ci raccontavamo le storie più buffe, io coccolavo i miei cugini più piccoli, e mi sentivo un po' madre, anche se in realtà ero bambina anche io. Sarà il solito istinto di -protezione- quella nota che mi contraddistingue da sempre: ho bisogno di accudire qualcuno per sentirmi felice, anche se le mie premure andrebbero date solo a chi merita.

  I vetri del balcone avevano gli aloni del freddo, dalla cucina venivano tutto il tempo grida di felicità, battute vietate ai minori, rumori di stoviglie, la risata di mia nonna, il profumo buonissimo dei dolci migliori.
Quando arrivava la sera, toccava a noi. I più piccoli mangiavano la bistecca al sangue. Io l'adoravo, come l'adoro ancora oggi. Non mi importava un granchè dei pacchi regali, la cosa che mi piaceva di più di quei giorni, era il fatto che ogni impegno si azzerasse, noi piccoli non avevamo scuola, e i grandi smettevano di lavorare. Era una sorta di carezza stretta, che amabilmente ci costringeva tutti in una casa. Mia madre era ancora felice, perchè nessuno le aveva strappato un pezzo del suo cuore. Io adoravo vederla così, credo di non avere mai più visto un sorriso così puro da parte sua.

 Io indiana, bambina, pirata, e ostaggio, volevo che quelle giornate non finissero mai, per non allontanarmi mai da quella che in ogni caso era la mia famiglia.
Mia nonna era ciò che teneva tutto saldo, il bullone che annodava le viti matte, la stringa delle scarpe malandate. Lei era il motivo per cui tante volte restavo anche quando avevo da fare, solo per accarezzarle il collo, e ascoltare le sue storie di vita difficili.
Avere i nonni è un lusso che non mi è più capitato.
Avere mia nonna a Natale e tutti i giorni, non mi è più successo.
A volte la immagino ancora lì seduta nella sua amatissima cucina, a cucinare il suo agnello, a dirmi di mangiare, a chiedermi di sorridere un po', a dirmi - chi ti ha spezzato il cuore che lo ammazzo?- a chiamarmi -miliana- con quella dolcezza di chi non sa parlare bene, ma sa tenerti stretta al cuore.
Vorrei tornare a venti natali fa, per riaverti, per riavere indietro tutto.
Buon Natale nonna, ovunque tu sia, ti amo.

Scritto da <$Miriana> alle 19:26
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 19 Dicembre 2020 Succede all'improvviso
non te ne accorgi affatto
è un attimo
ti fa serva
prigioniera
e bambina.
La luce viene presa a morsi da un cieco
e alla fine ti si tinge l'aria di un sottovuoto che non conosci
gli dai un nome
che ti si stringe dentro
la chiami ansia
due schiaffi al sonno.

Scritto da <$Miriana> alle 23:59
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 18 Dicembre 2020 Il corredo.
Ma quale corredo?
Quando mai mi hai conosciuta, 
quando ti sei sforzato di farlo?
Non lo sai.
Non sai nemmeno quando sono stata bene,
figuriamoci quando sono stata male.
Ma quali passioni,
ma quale ruota che si segue.
Io non seguo niente, non ho mai seguito nessuno,
e quando mi è sembrato di stare seguendo me stessa,
anche li mi sono accorta di stare sbagliando.
Ma quale saluto a bordo di una nave altrui,
io non salpo se la nave non è mia.
Tu non lo sai mica quanto ho pianto
quanto ancora piangerò.
Pensi che tutto abbia un prezzo,
persino io.
Non mi soppeso, perchè se salgo su una bilancia adesso,
c'è poco e niente come libra.
Mi hanno svuotata, come cleopatra d'Egitto.


Scritto da <$Miriana> alle 20:56
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Mercoledì, 16 Dicembre 2020 Quando guardo le luci di natale penso.
Quando mi trovo in giro penso sempre un sacco.
Credo che i pensieri mi si leggano negli occhi
come il futuro viene letto dai mistici dai fondi del caffè.

Chissà cosa dicono i miei occhi.

Scritto da <$Miriana> alle 23:33
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Martedì, 15 Dicembre 2020 Oggi ho mal di gola.
Ce l'ho sempre, quando parlo o quando scrivo.
Perchè dovrei avere mal di gola se scrivo?
Perchè quando devo lavorare, e devo raccontare di un libro, leggo ad alta voce, come se parlassi ad un caro amico. Diversamente non sa fare. In verità parlo ad alta voce anche quando devo rileggere, o quando scrivo cose per conto mio.
E' un bisbiglio leggero, che se fatto di continuo, alla fine stanca comunque.

Beh, sono stanca.
Ma quando arrivo stanca alla sera, lo preferisco.
Mi concilia di più il sonno, e riesco ad avere meno incubi ed ansie.

Mi piace parlare dei libri degli altri,
sperando che prima o poi, 
qualcuno possa essere in una stanza come la mia,
dall'altra parte dell'Italia,
con questa stessa luce arancio,
con la candela sulla sinistra e la penna sulla destra,
a parlare di ciò che ho scritto io.

Per ora, un abbraccio, che di questi tempi serve sempre.

Scritto da <$Miriana> alle 20:03
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Sabato, 12 Dicembre 2020 Sono sabato strani, questi sabato.
Scritto da <$Miriana> alle 20:58
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Mercoledì, 09 Dicembre 2020 Che poi avere poco e dividerlo, fa bene al cuore.
Avere niente e dividerlo, fa bene al cuore.
Ho comprato dei vestiti che non sono miei, e questo ha fatto bene al cuore.
Che strana la sensazione di chi esce da un negozio e ha comprato per altri.
Meschinità per gli egoisti, stranezze per gli ingordi, sazietà per quelli che vivono nella bontà.
Io che non so più se sono buona o solo addormentata, riesco a pensare di aver fatto la cosa giusta.
Che poi mi viene detto -grazie- ed io non capisco.
Le cose che ho comprato andranno a chi riesce ad essere felice con poco, e questo rende tutto questo, un gesto senza prezzo.
Oggi ho corso su e giù per otto chilometri, e alla fine sono collassata, come mi succede sempre ultimamente, ma la sofferenza è una questione di allenamento, che se frizionata bene, non ti demolisce mai del tutto.
Cioccolato, una boccata d'aria, e un tergicristallo sotto la pioggia.
Quando ho toccato cibo, avevo perso l'appetito e la luce, e avevo pianto un po'.
Una carezza fatta di voce, ti rimette in circolo un po' della vita che avevi perso sotto la pioggia.
Eppure adesso che il caldo ha smesso di soffiare, è ancora troppo strano essere qui di fronte al muro, a desiderare di dormire.


Scritto da <$Miriana> alle 23:31
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Venerdì, 04 Dicembre 2020 Bentornata a casa Mirià
Scritto da <$Miriana> alle 18:45
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Sabato, 25 Luglio 2020

La nostra casa aveva la forma e i colori della mia testa. Le sue finestre si affacciavano sugli spigoli del tuo corpo. La luce che entrava in camera, riusciva a sfiorarti le caviglie ancora prima che tu potessi accorgertene. Avevo tirato fuori le lenzuola di lino e quelle di cotone dei colori che preferivi tu. Dormivi pancia sotto, poi di lato, a volte perdevi il senso della geometria e ti spalmavi negli angoli più estremi. Ci capitava di addormentarci su un posto concavo, chiamato dagli altri col nome di tempia. L’amaca dei miei pensieri riusciva a dondolarti anche quando avevi voglia di piangere. Saltellavi sulle mie sinapsi, quando ero distratta o quando mi capitava di pensarti di meno. Il mio cervello sobbalzava, e toccando i profumi dei nostri momenti migliori, sembrava accogliere tutto come una spugna di mare, e con un solo movimento, si ritraeva su sé stesso, ritornando nella forma originaria con il tuo nome sul davanti. Era un giorno d’estate, quello in cui appesa al tuo solito filo di capelli, giocavi a farmi il solletico nei punti giusti. Io ero distratta ed arrabbiata, a tratti ero entrambe le cose nello stesso momento. Dall’armadio del mio sterno, sono uscite due nuove figure, sembravano fatte di argilla, paglia e lacrime. La prima, la conoscevo, era capelli d’oro. Lei con la sua solita andatura ci veniva in contro speditamente. Se n’era andata un giorno qualunque, uno di quelli dove al mio bacio, avevi risposto con un altro bacio più lungo, ed io mi ero acquietata, pensando di essere al sicuro. Capelli d’oro aveva fatto spallucce, e poi se n’era andata, usando la porta principale della mia testa. La seconda non l’avevo mai vista, mi era capitato qualche volta di immaginarmela, ma non aveva mai avuto nomi né facce. Era una persona longilinea, con la risata facile, senza armatura né spade. Camminava lentamente, come chi è sicuro di arrivare a destinazione. Tra le mani portava un pezzo di carne rossastro, quello che più avanti, avrei capito fosse il tuo cuore. Non me ne ero curata, mi ero seduta a guardare la scena in un angolo, conscia che le avresti mandate via. Capelli d’oro ti si era seduta addosso, con le sue solite frasi pronte, quelle che avrebbero dovuto farti sentire capito, e tu a poco a poco, ti sentivi davvero compreso. La seconda figura, senza bocca e né occhi, aveva avuto lo stesso fascino della prima su di te, se non in modo maggiore. Con il palmo della tua mano, le avevi spostato i capelli inesistenti dalla fronte, le avevi chiesto di parlarti, anche se non aveva una bocca. Ti eri incuriosito così tanto che le avevi dato un po’ della tua voce. Tu diventando afono, ti eri innamorato di lei, sotto la carica delle sue parole. Si era messa a raccontare di come avesse fatto tanta fatica ad uscire dall’armadio vecchio della mia testa, di come fosse scampata ai tarli, ai topi, e di come la polvere le avesse mangiato la faccia. Tu eri dispiaciuto, a tratti quasi arrabbiato con l’invenzione melensa delle mie meningi. Volevi difenderla, persino da mostri che non le erano più accanto. Provai a venirti in contro, ma tu mi spingesti da un lato. Le mie spalle urtarono le pareti della mia testa provocando un grande terremoto di sentimenti. Capelli d’oro, s’era messa seduta su una vena importante, e ridendo, aspettava il momento esatto in cui sarei scoppiata a piangere. Nell’aria si respirava il tanfo di qualcosa che va a fuoco. I nostri ricordi già ammassati in un angolo, stavano bruciando a gruppi di quattro. Provai a recuperarne qualcuno, ma le palle di fuoco bruciavano rapide come carta pesta. Piansi, sperando che i serbatoi d’acqua potessero arrivare fino al cranio. Un po’ d’acqua si fece spazio sui canali superiori, qualche ricordo bruciacchiato si fermò sulla punta delle mie scarpe. Lo raccolsi, chiudendomi in difesa. Quando mi girai indietro, sembravi un’altra persona. La tua faccia, era diventata un muro bianco come quella della seconda figura. Non avevate più bocche, ma sembravate parlavi, non avevate più occhi, ma eravate lì a fare gli sguardi migliori. Le mie parole non riuscivano più a toccarti, perché non possedevi più orecchie per sentire. Non ricordavi i nostri baci, perché la tua bocca ormai era una striscia continua cucita sul davanti. Non mi vedesti piangere, perché avevi perso occhi uguali ai miei. La testa fu investita da un traballare continuo, simile a quello della terra prima di un’eruzione. Fiumi di sangue arrivarono ai piedi degli ospiti, e ai miei. Il mio corpo era in avaria totale. Sforzandomi ancora un po’, trovai tre piatti, quelli che piacevano a noi, coi ricami floreali sul bordo, tre posate, quelle d’oro massiccio. Spalancai le finestre dei miei occhi, permettendo alla luce lunare di farsi spazio avidamente tra le pareti. Con le caviglie immerse in un acquitrino di sangue, avevo messo anche i fiori al centro tavola. Capelli d’oro fissandomi incattivita, rideva ancora. Tu eri al centro, prendendo posto dove ti sedevi quando c’eravamo noi. Ad occhi chiusi la mia testa permise alla nostra canzone di fare cassa armonica nell’intera scatola cranica. Anche i due, senza orecchie, sembrarono allertarsi sotto quelle note. Feci quattro passi, e le bocche ricrebbero, al sesto spuntarono anche le orecchie, al decimo passo, eri tornato in te stesso. Anche quella figura, adesso, aveva un volto. Le vostre nuove labbra furono rodate l’attimo dopo che mi avvicinai alla porta d’uscita. Vi stavate baciando, seduti al nostro tavolo, sotto la nostra canzone. La stanza si era riempita di sangue e lacrime, ma a loro non sembrava importare. Quando ti diedi un ultimo sguardo, tu le stavi sorridendo, e le stavi cantando uno dei versi che mi sussurravi all’orecchio, di sera, per farmi addormentare.  Né un saluto, né un bacio d’addio. L’argilla del suo corpo, sembrò catturare il tuo, e allacciandosi alle tue braccia, sembrò di assistere ad un albero che nasce. La porta fece un cigolio simile alle case dei fantasmi, e poi un grande tonfo sul finale. Ero uscita correndo in un corridoio che dava segnali di allarme. Lampeggianti rossi e sirene, mi gridavano di uscire. Mi ero smarrita, e avevo paura. Provai a cercare la tua mano, ma mi aggrappai al vuoto della tua assenza. Quando raggiunsi la porta di emergenza la spinsi con forza, catapultandomi all’esterno.

Il mio corpo giaceva fermo in un letto, con le spalle solide al muro. Gli occhi non mi erano mai caduti né ricresciuti. Erano fermi a guardare un punto indecifrabile. Il vuoto copriva i rumori della città. Non c’era sangue, né lacrime né argilla. Non c’era alcun tavolo né bocca che potesse attirare la mia attenzione.

Passò un po’ di tempo, quello necessario per rivedere cinque stagioni estive tornare. Gli occhi spalancati sul niente mi permettevano di non vederti, di non vedervi. Ero uscita da me, dimenticando come si guarda, come si bacia, persino come si fa a parlare. Avevo perso la stanza della mia vita, e insieme avevo perso te.



Scritto da <$Miriana> alle 17:24
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Venerdì, 24 Luglio 2020 Sere come queste. Sere di calci e grida violente.
Sere come queste dove non ti senti forte abbastanza.
Ancora meno, adesso.
Sere dove vorresti solo un bacio.

Scritto da <$Miriana> alle 20:44
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