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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Sabato, 23 Gennaio 2021 Ringrazio il mio sesto senso, perchè anche quando mi davano della pazza, io vedevo e sentivo, vedo e sento, cose che in realtà sono diventate tutte vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:32
Grazie per i Link - commenti

Mercoledì, 20 Gennaio 2021 Si chiamano Blackout
Sta succedendo sempre più spesso
Fa paura

Scritto da <$Miriana> alle 23:05
Grazie per i Link - commenti

Lunedì, 18 Gennaio 2021

A volte non so se ciò che vedo è finto o vero, se le forme sono solo curve che vanno e vengono, o stagni in mezzo ai corsi d’acqua. Ho timore che ciò che gli altri vedono di me, sia reale, così come lo specchio parla e grida il suo chiacchiericcio. Fa male impugnare coltelli e forchette, sapendo che alla fine ti farai male, che stai pizzicando pezzi di cose che ti odiano, e che ti prenderanno a morsi dentro e fuori. Che quel gusto che ti si scioglie in bocca, in realtà è come una pinta di veleno e ambra. È strano vedersi alti e smagriti, contro uno specchio, nelle foto belle che mostri agli altri entusiasta, e sentire al contempo, la pelle che ti si arriccia nei punti sbagliati se ti siedi senza compostezza, se lasci calare la schiena dritta, se non allunghi la pelle, se non stendi i bordi in eccesso. Senti il calore che ti si accumula addosso, e poi i punti freddi di posti che nemmeno sapevi di avere. Senti le gambe che fanno fatica ad accavallarsi, l’ansia di avere le spalle più grosse del posto dove dovrai passare, o del maglione a collo alto che hai paura di indossare, delle sciarpe che usi per sentirti della giusta misura e grandezza. La dimensione di quello che sento di essere, si mescola a quello che si aspettano che io sia, con tutti i km marciati, con tutte le rinunce, e i pezzi di zucchero lasciati lì sulla lingua quando il vortice dell’aria inizia a stringersi a cono sulla gola, annaspando, chiedendoti pietà. Allora ti rassegni solo quando c’è un bombardamento di vuoto nello stomaco, come mezzanotte di ogni notte, dove cumuli di macerie, ti chiudono la visione, ti spingono fuori strada, facendoti addormentare così come sei, anche se sei mezza, mezzana, spezzata e vuota nel mezzo. Alla fine dopo le tue infinite capriole, lasci stare, e pensi di essere almeno bella come quel foglio di carta accartocciato in un angolo.

E smetti di piangere, solo allora.


Scritto da <$Miriana> alle 17:24
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Domenica, 17 Gennaio 2021 Non riesco a passare il tempo con me.
Non mi sopporto.
Non appena resto da sola, crollo, è sempre così.
Come si guarisce da sè stessi, come si guarisce dal ricordo?

Scritto da <$Miriana> alle 20:35
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Sabato, 16 Gennaio 2021 la distanza tra i tuoi sogni e la realtà si chiama ione
Ho comprato un braccialetto scritto male, perchè alla parola ione mancano le lettere -az-
L'ho comprato perchè era diverso, perchè forse nessuno l'avrebbe preso, perchè in realtà le cose scritte male, nascondono significati che in pochi possono capire.
E' finto oro, me l'ha comprato mia madre, perchè pensa che quando non ci sarà più, in qualche maniera mi resterà addosso, perchè vorrebbe che i miei sogni si realizzassero, anche se non lo sa, le cose che desidero sono più grandi del mondo, di me, dei sogni di tutti messi insieme, forse non li toccherò mai sul serio con le dita, eppure lei ci crede ancora.
Allora facciamo che ione, vuol dire forza, energia, sacrificio. Ciò che voglio è a distanza di ''moto'', coraggio e tempo.
Perchè in fondo spesso mi sento anche io come quel bracciale, che nessuno avrebbe preso, perchè storpio, ammaccato, mutilato. Ho voluto dargli una possibilità di vivermi addosso, come io, spero, un giorno, di addormentarmi sul petto di chi darà a me la stessa possibilità.

Scritto da <$Miriana> alle 19:39
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 15 Gennaio 2021 Tra una chiamata e un mal di testa
Ti lascio scivolare via
Scappiamo via sempre di fretta
Che brutta questa frenesia
Lasciami entrare un po’ di luce in casa
Oggi neanche mi difendo
Sempre gli stessi errori
Dove c’era il mare adesso è solo fango
E come un valzer la domenica in periferia
Tra le campane e le sirene della polizia
C’è una bambina che abbraccia sua madre
Che sembra la mia
Mi sento come un manichino dentro una vetrina
Non sa di miele questa vita forse di aspirina
E ho provato a imparare l’amore
Ma è sempre cosi
Non riesco a capire
Cos’è
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me
L’incenso che avvolge la stanza
Sembra una nebbia di città
Mi sveglia un autobus che passa
Ripenso a qualche sera fa
Quando mi urlasti
“Ragazzina oggi proprio non ti sto capendo”
Sei sempre bravo tu a ferire
Quante inutili parole al vento
Ancora le sento
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Io ci ho provato a imparare l’amore
Ci ho provato a imparare l’amore
Ma è più forte di me

E tu, e tu mi sembri
Più confusa di me
E tu, e tu
Dicevi è sempre cosi
E tu, e tu
Ancora mille domande
Ma non feriscono più
E quanto tempo ci vuole
Per abbracciarsi la notte
In strada anche se piove
Senza chiedere mai
Senza capire mai
Senza capire
Ti ho dato un pezzo di cuore
Mi prendo tutte le colpe
Ora che abbiamo imparato l’amore
Ora che abbiamo imparato l’amore
Non so smettere
-PEZZO DI CUORE EMMA/ALESSANDRA
Scritto da <$Miriana> alle 20:34
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Mercoledì, 06 Gennaio 2021 Se avessi un nome anche per tutte le volte in cui non ti servo,
quando non ho dita per battere i tuoi sproloqui,
testa per pensare ad una via d'uscita che riguarda solo te,
sensazioni che riescano a tirarti fuori da guai.
Se avessi un nome anche quando sei pregno di vita,
di nuove faccende, di territori già esplorati,
se avessi un nome anche quando hai la faccia rossa,
quando hai bevuto troppo e sei solo cattivo,
quando quegli occhi nemmeno ti appartengono più
perchè li hai dati in matrimonio alla rabbia,
all'odio, allo schifo.
Perchè sono il nulla per te.


Scritto da <$Miriana> alle 17:13
Grazie per i Link - commenti

Domenica, 03 Gennaio 2021 Si chiama sconforto, e nemmeno due tazze di camomilla e medicina, riescono a farlo passare.
Scritto da <$Miriana> alle 22:39
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 02 Gennaio 2021 "E amarti non ha senso se poi io non mi so amare".
Scritto da <$Miriana> alle 20:18
Grazie per i Link - commenti

Giovedì, 31 Dicembre 2020 E' finito.
Quest'anno senza speranze, quest'anno che mi ha fatta a pezzi almeno cento volte.
E' finito l'anno senza abbracci, l'anno che mi ha tenuta col fiato sospeso,
quello dei sè, quello dei ma.
L'anno che mi ha vista prima infinitamente piccola e poi immensa.
L'anno che mi ha messa troppe volte alla prova,
dove ho scoperto che forse il mio futuro sarà diverso.
L'anno che mi ha cambiata in modo totale,
che mi ha vista meno fiduciosa,
con meno speranze,
eppure con centomila forze da investire su di me.
E' stato un anno di saluti 
saluti dedicati a chi ha deciso di interrompere il suo cammino insieme a me,
l'anno dei vigliacchi che in silenzio hanno esploso l'ultimo dardo,
l'anno dei coraggiosi, di quando ci si sorride anche se in torno c'è la guerra.
L'anno dei regali rimpallati fatti col cuore,
delle cose da scrivere e da leggere, ammucchiate sulla scrivania,
l'anno dell'oro, delle mie turbe, delle mie tantissime notti insonni.
L'anno delle attese e delle consapevolezze,
l'anno del peso che cala giù, di corsa, come la discesa delle montagne russe,
delle costole che fanno paura,
dei saltelli in camera,
l'anno dove come non mai, ho tenuto a mente le parole di nonna,
l'anno che mi ha vista debole e poi rinata,
l'anno dello specchio imperiale,
delle prove, dei tentativi,
persino dei silenzi che a poco a poco mi hanno resa più forte.
L'anno del rimpasto sentimentale,
delle pillole mandate giù come cioccolata,
delle decisioni, e delle cose messe lì in pausa
per quando sarò più forte.
L''anno delle grida, dei pugni,
della pelle sbucciata,
delle canzoni che ancora ascolto.
L'anno delle grandi paure,
delle rinunce, dei -forse domani-
L'anno di chi ha scarabocchiato sul mio cuore,
delle lacrime salate come acqua di mare,
delle nuotate al largo,
dei fiumi, delle grandi piogge.

Facciamo che proverò a dimenticare tutto, 
ed iniziare da capo.
Auguri a tutti,
anche a chi ha sparato l'ultimo colpo.


Scritto da <$Miriana> alle 17:02
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A volte la notte o la poggia,
fanno uno strano rumore. 

Scritto da <$Miriana> alle 05:19
Grazie per i Link - commenti

Martedì, 29 Dicembre 2020 A volte le cose che immagino, diventano vere.
Scritto da <$Miriana> alle 23:51
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 25 Dicembre 2020 Buon Natale a tutti,
a chi è dovuto andar via, per forza di cose,
a chi ha deciso di andar via,
a chi si guarda ancora indietro
e a chi è costretto a guardare solo avanti.
A chi sta piangendo,
e a chi a capo tavola beve calici di vino ridendo.


Scritto da <$Miriana> alle 16:28
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Martedì, 22 Dicembre 2020 Quando ero piccola Natale era bello.
Non erano giornate noiose da passare a casa, ma era la volta dei nonni.
La mia nonna era speciale. Quando entravo nel salone, per posare il cappotto, c'era sempre un forte odore di agnello con le patate. Per quanto io fossi maniaca delle pulizie anche da bambina, quell'odore mi confortava, mi faceva sentire sempre a casa.
I miei nonni abitavano a pochi passi da me, quella casa in realtà c'è sempre, ma sono anni che non ci metto più piede.
La cucina era così piccola, che a stento ci si entrava tutti. I più piccoli sedevano ai margini del frigo, accanto al balcone, in una tavola a parte, destinata il resto dei mesi al balcone principale. I grandi invece sedevano nella tavola -classica- quella della cucina. Mia nonna cucinava sempre un sacco di cose, tutte buonissime. Quando mi vedeva mangiare poco, mi incitava sempre a prendere qualche boccone in più, ma quello credo che sia la mania di tutte le nonne.
La nonna in genere sedeva di fronte a me, -dal lato dei piccoli- perchè voleva godersi i suoi nipoti. Mi chiedeva che classe facessi, se i miei voti fossero buoni, e poi mi sorrideva, con quel sorriso buono che aveva solo lei.
Mia nonna profumava sempre di ammorbidente e talco. Non ho più trovato da nessuna parte un profumo così buono.
Coi miei cugini era sempre una festa. Ci inventavamo i giochi più belli con poche cose. Allestivamo delle vere e proprie tende fatte con mollette, tovaglie da tavola e sedie di fortuna. Ci sentivamo indiani, bambini, pirati, a volte persino ostaggi di una rapina. Le piastrelle dei miei nonni erano freddissime, perchè fuori si gelava, ma seduta accanto ai miei cugini, sentivo uno strano calore che mi faceva sentire come ai Caraibi. 
Ci raccontavamo le storie più buffe, io coccolavo i miei cugini più piccoli, e mi sentivo un po' madre, anche se in realtà ero bambina anche io. Sarà il solito istinto di -protezione- quella nota che mi contraddistingue da sempre: ho bisogno di accudire qualcuno per sentirmi felice, anche se le mie premure andrebbero date solo a chi merita.

  I vetri del balcone avevano gli aloni del freddo, dalla cucina venivano tutto il tempo grida di felicità, battute vietate ai minori, rumori di stoviglie, la risata di mia nonna, il profumo buonissimo dei dolci migliori.
Quando arrivava la sera, toccava a noi. I più piccoli mangiavano la bistecca al sangue. Io l'adoravo, come l'adoro ancora oggi. Non mi importava un granchè dei pacchi regali, la cosa che mi piaceva di più di quei giorni, era il fatto che ogni impegno si azzerasse, noi piccoli non avevamo scuola, e i grandi smettevano di lavorare. Era una sorta di carezza stretta, che amabilmente ci costringeva tutti in una casa. Mia madre era ancora felice, perchè nessuno le aveva strappato un pezzo del suo cuore. Io adoravo vederla così, credo di non avere mai più visto un sorriso così puro da parte sua.

 Io indiana, bambina, pirata, e ostaggio, volevo che quelle giornate non finissero mai, per non allontanarmi mai da quella che in ogni caso era la mia famiglia.
Mia nonna era ciò che teneva tutto saldo, il bullone che annodava le viti matte, la stringa delle scarpe malandate. Lei era il motivo per cui tante volte restavo anche quando avevo da fare, solo per accarezzarle il collo, e ascoltare le sue storie di vita difficili.
Avere i nonni è un lusso che non mi è più capitato.
Avere mia nonna a Natale e tutti i giorni, non mi è più successo.
A volte la immagino ancora lì seduta nella sua amatissima cucina, a cucinare il suo agnello, a dirmi di mangiare, a chiedermi di sorridere un po', a dirmi - chi ti ha spezzato il cuore che lo ammazzo?- a chiamarmi -miliana- con quella dolcezza di chi non sa parlare bene, ma sa tenerti stretta al cuore.
Vorrei tornare a venti natali fa, per riaverti, per riavere indietro tutto.
Buon Natale nonna, ovunque tu sia, ti amo.

Scritto da <$Miriana> alle 19:26
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Sabato, 19 Dicembre 2020 Succede all'improvviso
non te ne accorgi affatto
è un attimo
ti fa serva
prigioniera
e bambina.
La luce viene presa a morsi da un cieco
e alla fine ti si tinge l'aria di un sottovuoto che non conosci
gli dai un nome
che ti si stringe dentro
la chiami ansia
due schiaffi al sonno.

Scritto da <$Miriana> alle 23:59
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Venerdì, 18 Dicembre 2020 Il corredo.
Ma quale corredo?
Quando mai mi hai conosciuta, 
quando ti sei sforzato di farlo?
Non lo sai.
Non sai nemmeno quando sono stata bene,
figuriamoci quando sono stata male.
Ma quali passioni,
ma quale ruota che si segue.
Io non seguo niente, non ho mai seguito nessuno,
e quando mi è sembrato di stare seguendo me stessa,
anche li mi sono accorta di stare sbagliando.
Ma quale saluto a bordo di una nave altrui,
io non salpo se la nave non è mia.
Tu non lo sai mica quanto ho pianto
quanto ancora piangerò.
Pensi che tutto abbia un prezzo,
persino io.
Non mi soppeso, perchè se salgo su una bilancia adesso,
c'è poco e niente come libra.
Mi hanno svuotata, come cleopatra d'Egitto.


Scritto da <$Miriana> alle 20:56
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Mercoledì, 16 Dicembre 2020 Quando guardo le luci di natale penso.
Quando mi trovo in giro penso sempre un sacco.
Credo che i pensieri mi si leggano negli occhi
come il futuro viene letto dai mistici dai fondi del caffè.

Chissà cosa dicono i miei occhi.

Scritto da <$Miriana> alle 23:33
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Martedì, 15 Dicembre 2020 Oggi ho mal di gola.
Ce l'ho sempre, quando parlo o quando scrivo.
Perchè dovrei avere mal di gola se scrivo?
Perchè quando devo lavorare, e devo raccontare di un libro, leggo ad alta voce, come se parlassi ad un caro amico. Diversamente non sa fare. In verità parlo ad alta voce anche quando devo rileggere, o quando scrivo cose per conto mio.
E' un bisbiglio leggero, che se fatto di continuo, alla fine stanca comunque.

Beh, sono stanca.
Ma quando arrivo stanca alla sera, lo preferisco.
Mi concilia di più il sonno, e riesco ad avere meno incubi ed ansie.

Mi piace parlare dei libri degli altri,
sperando che prima o poi, 
qualcuno possa essere in una stanza come la mia,
dall'altra parte dell'Italia,
con questa stessa luce arancio,
con la candela sulla sinistra e la penna sulla destra,
a parlare di ciò che ho scritto io.

Per ora, un abbraccio, che di questi tempi serve sempre.

Scritto da <$Miriana> alle 20:03
Grazie per i Link - commenti

Sabato, 12 Dicembre 2020 Sono sabato strani, questi sabato.
Scritto da <$Miriana> alle 20:58
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Mercoledì, 09 Dicembre 2020 Che poi avere poco e dividerlo, fa bene al cuore.
Avere niente e dividerlo, fa bene al cuore.
Ho comprato dei vestiti che non sono miei, e questo ha fatto bene al cuore.
Che strana la sensazione di chi esce da un negozio e ha comprato per altri.
Meschinità per gli egoisti, stranezze per gli ingordi, sazietà per quelli che vivono nella bontà.
Io che non so più se sono buona o solo addormentata, riesco a pensare di aver fatto la cosa giusta.
Che poi mi viene detto -grazie- ed io non capisco.
Le cose che ho comprato andranno a chi riesce ad essere felice con poco, e questo rende tutto questo, un gesto senza prezzo.
Oggi ho corso su e giù per otto chilometri, e alla fine sono collassata, come mi succede sempre ultimamente, ma la sofferenza è una questione di allenamento, che se frizionata bene, non ti demolisce mai del tutto.
Cioccolato, una boccata d'aria, e un tergicristallo sotto la pioggia.
Quando ho toccato cibo, avevo perso l'appetito e la luce, e avevo pianto un po'.
Una carezza fatta di voce, ti rimette in circolo un po' della vita che avevi perso sotto la pioggia.
Eppure adesso che il caldo ha smesso di soffiare, è ancora troppo strano essere qui di fronte al muro, a desiderare di dormire.


Scritto da <$Miriana> alle 23:31
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Venerdì, 04 Dicembre 2020 Bentornata a casa Mirià
Scritto da <$Miriana> alle 18:45
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Sabato, 25 Luglio 2020

La nostra casa aveva la forma e i colori della mia testa. Le sue finestre si affacciavano sugli spigoli del tuo corpo. La luce che entrava in camera, riusciva a sfiorarti le caviglie ancora prima che tu potessi accorgertene. Avevo tirato fuori le lenzuola di lino e quelle di cotone dei colori che preferivi tu. Dormivi pancia sotto, poi di lato, a volte perdevi il senso della geometria e ti spalmavi negli angoli più estremi. Ci capitava di addormentarci su un posto concavo, chiamato dagli altri col nome di tempia. L’amaca dei miei pensieri riusciva a dondolarti anche quando avevi voglia di piangere. Saltellavi sulle mie sinapsi, quando ero distratta o quando mi capitava di pensarti di meno. Il mio cervello sobbalzava, e toccando i profumi dei nostri momenti migliori, sembrava accogliere tutto come una spugna di mare, e con un solo movimento, si ritraeva su sé stesso, ritornando nella forma originaria con il tuo nome sul davanti. Era un giorno d’estate, quello in cui appesa al tuo solito filo di capelli, giocavi a farmi il solletico nei punti giusti. Io ero distratta ed arrabbiata, a tratti ero entrambe le cose nello stesso momento. Dall’armadio del mio sterno, sono uscite due nuove figure, sembravano fatte di argilla, paglia e lacrime. La prima, la conoscevo, era capelli d’oro. Lei con la sua solita andatura ci veniva in contro speditamente. Se n’era andata un giorno qualunque, uno di quelli dove al mio bacio, avevi risposto con un altro bacio più lungo, ed io mi ero acquietata, pensando di essere al sicuro. Capelli d’oro aveva fatto spallucce, e poi se n’era andata, usando la porta principale della mia testa. La seconda non l’avevo mai vista, mi era capitato qualche volta di immaginarmela, ma non aveva mai avuto nomi né facce. Era una persona longilinea, con la risata facile, senza armatura né spade. Camminava lentamente, come chi è sicuro di arrivare a destinazione. Tra le mani portava un pezzo di carne rossastro, quello che più avanti, avrei capito fosse il tuo cuore. Non me ne ero curata, mi ero seduta a guardare la scena in un angolo, conscia che le avresti mandate via. Capelli d’oro ti si era seduta addosso, con le sue solite frasi pronte, quelle che avrebbero dovuto farti sentire capito, e tu a poco a poco, ti sentivi davvero compreso. La seconda figura, senza bocca e né occhi, aveva avuto lo stesso fascino della prima su di te, se non in modo maggiore. Con il palmo della tua mano, le avevi spostato i capelli inesistenti dalla fronte, le avevi chiesto di parlarti, anche se non aveva una bocca. Ti eri incuriosito così tanto che le avevi dato un po’ della tua voce. Tu diventando afono, ti eri innamorato di lei, sotto la carica delle sue parole. Si era messa a raccontare di come avesse fatto tanta fatica ad uscire dall’armadio vecchio della mia testa, di come fosse scampata ai tarli, ai topi, e di come la polvere le avesse mangiato la faccia. Tu eri dispiaciuto, a tratti quasi arrabbiato con l’invenzione melensa delle mie meningi. Volevi difenderla, persino da mostri che non le erano più accanto. Provai a venirti in contro, ma tu mi spingesti da un lato. Le mie spalle urtarono le pareti della mia testa provocando un grande terremoto di sentimenti. Capelli d’oro, s’era messa seduta su una vena importante, e ridendo, aspettava il momento esatto in cui sarei scoppiata a piangere. Nell’aria si respirava il tanfo di qualcosa che va a fuoco. I nostri ricordi già ammassati in un angolo, stavano bruciando a gruppi di quattro. Provai a recuperarne qualcuno, ma le palle di fuoco bruciavano rapide come carta pesta. Piansi, sperando che i serbatoi d’acqua potessero arrivare fino al cranio. Un po’ d’acqua si fece spazio sui canali superiori, qualche ricordo bruciacchiato si fermò sulla punta delle mie scarpe. Lo raccolsi, chiudendomi in difesa. Quando mi girai indietro, sembravi un’altra persona. La tua faccia, era diventata un muro bianco come quella della seconda figura. Non avevate più bocche, ma sembravate parlavi, non avevate più occhi, ma eravate lì a fare gli sguardi migliori. Le mie parole non riuscivano più a toccarti, perché non possedevi più orecchie per sentire. Non ricordavi i nostri baci, perché la tua bocca ormai era una striscia continua cucita sul davanti. Non mi vedesti piangere, perché avevi perso occhi uguali ai miei. La testa fu investita da un traballare continuo, simile a quello della terra prima di un’eruzione. Fiumi di sangue arrivarono ai piedi degli ospiti, e ai miei. Il mio corpo era in avaria totale. Sforzandomi ancora un po’, trovai tre piatti, quelli che piacevano a noi, coi ricami floreali sul bordo, tre posate, quelle d’oro massiccio. Spalancai le finestre dei miei occhi, permettendo alla luce lunare di farsi spazio avidamente tra le pareti. Con le caviglie immerse in un acquitrino di sangue, avevo messo anche i fiori al centro tavola. Capelli d’oro fissandomi incattivita, rideva ancora. Tu eri al centro, prendendo posto dove ti sedevi quando c’eravamo noi. Ad occhi chiusi la mia testa permise alla nostra canzone di fare cassa armonica nell’intera scatola cranica. Anche i due, senza orecchie, sembrarono allertarsi sotto quelle note. Feci quattro passi, e le bocche ricrebbero, al sesto spuntarono anche le orecchie, al decimo passo, eri tornato in te stesso. Anche quella figura, adesso, aveva un volto. Le vostre nuove labbra furono rodate l’attimo dopo che mi avvicinai alla porta d’uscita. Vi stavate baciando, seduti al nostro tavolo, sotto la nostra canzone. La stanza si era riempita di sangue e lacrime, ma a loro non sembrava importare. Quando ti diedi un ultimo sguardo, tu le stavi sorridendo, e le stavi cantando uno dei versi che mi sussurravi all’orecchio, di sera, per farmi addormentare.  Né un saluto, né un bacio d’addio. L’argilla del suo corpo, sembrò catturare il tuo, e allacciandosi alle tue braccia, sembrò di assistere ad un albero che nasce. La porta fece un cigolio simile alle case dei fantasmi, e poi un grande tonfo sul finale. Ero uscita correndo in un corridoio che dava segnali di allarme. Lampeggianti rossi e sirene, mi gridavano di uscire. Mi ero smarrita, e avevo paura. Provai a cercare la tua mano, ma mi aggrappai al vuoto della tua assenza. Quando raggiunsi la porta di emergenza la spinsi con forza, catapultandomi all’esterno.

Il mio corpo giaceva fermo in un letto, con le spalle solide al muro. Gli occhi non mi erano mai caduti né ricresciuti. Erano fermi a guardare un punto indecifrabile. Il vuoto copriva i rumori della città. Non c’era sangue, né lacrime né argilla. Non c’era alcun tavolo né bocca che potesse attirare la mia attenzione.

Passò un po’ di tempo, quello necessario per rivedere cinque stagioni estive tornare. Gli occhi spalancati sul niente mi permettevano di non vederti, di non vedervi. Ero uscita da me, dimenticando come si guarda, come si bacia, persino come si fa a parlare. Avevo perso la stanza della mia vita, e insieme avevo perso te.



Scritto da <$Miriana> alle 17:24
Grazie per i Link - commenti

Venerdì, 24 Luglio 2020 Sere come queste. Sere di calci e grida violente.
Sere come queste dove non ti senti forte abbastanza.
Ancora meno, adesso.
Sere dove vorresti solo un bacio.

Scritto da <$Miriana> alle 20:44
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Lunedì, 20 Luglio 2020 Fa cosi male.
Scritto da <$Miriana> alle 22:45
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Sabato, 18 Luglio 2020 Come deve essere bello avere qualcuno "ci sarò comunque vada". Qualcuno che vuole sorprenderti ogni giorno con le piccole cose. Come deve essere rassicurante piangere e avere qualcuno accanto a te che ti dice "la risolviamo", qualcuno che fa la spesa al posto tuo e ci include le cose che ti piace mangiare, che non si addormenta prima che tu abbia smesso di tremare. Come dev essere bello pensare al futuro senza timore di camminare da soli. Come deve essere bello? 
Scritto da <$Miriana> alle 17:37
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Giovedì, 25 Giugno 2020 Ho le braccia peggio di un colapasta, sono andata in ipoglicemia senzaac saperlo, causa medici incompetenti, e ho una vita da rifare.
Ti abbraccio, mirià, continua a correre, e ogni tanto a sperare, che qualcuno ti ami.

Scritto da <$Miriana> alle 23:00
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Venerdì, 05 Giugno 2020 Che mondo è uno in cui non posso stare con la persona che voglio?
uno in cui vengo asfaltata da chi ha la laurea grazie a mamma e papà, i quali hanno pagato tutto?
che mondo è uno in cui devo vergognarmi di quella che sono perchè gli altri dicono di essere migliori?
che mondo è uno in cui mi hanno riempita di bugie?
uno in cui sono un ruotino di scorta?
un mondo dove le cose che scrivo avvizziscono?
che mondo è uno dove alle 17.26 piango, invece di fare l'amore?
che mondo è uno di questi dove sono piena di rabbia e non posso nemmeno vendicarmi del male?
che mondo è un mondo dove chi sa di aver sbagliato non cambia?
uno di quelli dove osservo quell'annuncio di lavoro dove mi scarta a priori senza sentirmi parlare?
che mondo è un mondo dove devo spiegare come si ama, cosa s fa, come ci si comporta?
che mondo è questo posto dove devo farmi bastare tutto, perchè non merito nient'altro che questo?
che mondo è un mondo così?


Scritto da <$Miriana> alle 16:28
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Domenica, 17 Maggio 2020 Sono passate 111410 ore, 56 minuti e 12 secondi più o meno dalla prima volta che ti ho incontrato. Le ho contate, e solo oggi mi accorgo di quanto tempo sia trascorso da quel giorno, anche se sembra soltanto ieri. Eravamo lì in piedi, come soldatini spensierati che avevano voglia di far festa, incapaci di pensare al bene o al male, nuovi nelle nostre vesti, pienamente nella nostra generazione: volevamo cantare, ballare, parlare di cose leggere che ci portassero lontano. Volevamo progettare le feste e gli incontri più divertenti: io nel mentre, progettavo la mia vita con te. Una persona normale non si metterebbe a contare le ore, e forse non avrebbe nemmeno in testa il primo giorno che ha incontrato un altro. Quando incroci qualcuno non sai se sarà un passante, o la parte più importante del tuo futuro, non ci pensi, e non lo segni su alcun diario. Eppure, quelli che contano, riesci subito a beccarli. Li trovi a giocare con la tua vita, a pizzicare le corde dei tuoi desideri, e tu li lasci lì, nella stanza segreta del tuo cuore, senza paura che quella persona la metta sottosopra. Poi a volte, proprio lui ti delude, e mette un gran baccano in trenta metri quadri dove prima riusciva a starci tutto. La sua presenza diventa così invadente, che in mezzo al casino, i sentimenti che inizi a provare per quell’essere umano, fanno tremare le pareti. Poi alla fine lui decide di andare via, e dimentica la chiave dentro la stanza, richiudendosi la porta alle spalle. Quelle stanze non le apri più, non le sfondi, non ci puoi entrare dalla finestra. Non le bruci nemmeno, perché sono antiincendio. Allora quel gran baccano finisce per condizionare la tua vita. La mia stanza sottosopra è ancora lì. Non posso entrare e non posso nemmeno far finta che non esista. Ma quando ti ho visto sapevo pienamente che avrei dovuto tenere il conto, sapevo che ci saresti stato sempre, sapevo che nei miei racconti futuri il tuo nome sarebbe comparso in quasi tutte le righe. Parlavo di te, parlavo solo di te. E quando non ero intenta a farlo, parlavo con te: volevo fare questo, poi quello, volevo prendere e partire con te. Volevo superare le mie paure, volevo sfidare il tempo e lo spazio, credendo che avresti fatto lo stesso. Per amore mi sono svestita più volte, lasciando cadere la mia pelle e le mie esigenze, per farmi carico di tutto, anche se il peso mi lasciava curvata sulle spalle. Ma li abbiamo sprecati quei secondi, li abbiamo buttati via quei minuti, e le ore le abbiamo lasciate cadere nel vuoto. Solo i secondi faccia a faccia sono quelli che non si sprecano. Solo i minuti mano nella mano sono quelli che vale la pena di vivere. Per le ore c’era bisogno di fare l’amore: tutto il tempo, intrecciati in un abbraccio, a sentire il sudore colare nella schiena, a sentir le ossa quasi gracchiare perché il corpo cede alla fatica. Sapevo che eri tu, anche dopo dieci secondi. E tu sapevi che ero io? E adesso, riesci ancora a ricordarlo?
Scritto da <$Miriana> alle 18:11
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Venerdì, 07 Dicembre 2018 Ogni volta che provo a fare qualcosa o fallisco o arrivo – quasi- alla meta. E’ così in tutte le cose, per tutti i sentimenti che tento di accumulare, per le persone a cui voglio bene, e che in qualche maniera speravo ne volessero anche a me, e anche per i progetti, per le cose che in questo mondo definiamo -serie- e di reale importanza, come un lavoro, una riuscita professionale, un corso o una qualifica. Una volta fallivo, fallivo e basta, di continuo, talvolta non venivo nemmeno presa in considerazione, adesso è diverso, ma le cose non sono cambiate di molto, in verità forse adesso è peggio. Adesso fallisco in un modo più subdolo, più tagliente e difficile da mandare giù, fallisco nella maniera più bastarda, appaio come quelli che agli occhi della gente sono -i perdenti-. Fallisco avvicinandomi alla meta ma senza conquistarla. Una toccata e fuga, veloce, rapida ed importante, che alla fine diventa solo una nube di fumo grigio dove mi perdo, a poco a poco. Come questa volta che in graduatoria sono seconda, ed in teoria dovrei essere quella che insieme al primo, ha vinto -la gara- eppure a parità di punteggio viene scelto quello più giovane, ed io, malgrado mi sento infinitamente piccola, indifesa ed impaurita, per alcune cose e per alcuni, non sono più tanto piccola. Venticinque anni sono troppi se messi accanto ai diciotto o ai venti, eppure a me sembrano cose così simili, e momenti così uguali. Allora anche stavolta nulla di fatto, mi sono tagliata i capelli, ho indossato la mia camicia preferita, e ho parlato alla commissione, sotto domanda, si intende, dei miei sogni. Di come sarebbe stato bello avvicinare i giovani alla lettura, a questi pezzi di carta che nessuno guarda più, a storie che possano avvicinarsi più di quanto pensiamo alla nostra vita, di come l’inchiostro a volte ci salva snodando il nostro dolore in infinite parti che non uccidono più. Gli ho raccontato che mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa ai bambini con la creazione di laboratori, di come sarebbe stato bello spiegare loro che scrivere è una benedizione ed una cura, insegnare loro a mettere fuori tutto -il loro dentro-. Di come il nostro paese sarebbe potuto essere il salotto di qualche scrittore emergente, che un po’ come noi, stava tentando di brillare in mezzo ad un mondo buio. Gli ho raccontato che scrivere mi fa bene, che leggere mi fa sentire sempre nel posto giusto, gli ho detto che non ho potuto continuare gli studi perché non volevo gravare sulla situazione economica della mia famiglia, e che con un lavoro avrei sicuramente alleggerito i carichi economici, ma che imparare mi piace, che la scuola mi manca un casino, perché mi sembrava di avere un obiettivo concreto che si scontrasse con la mia poca voglia di vivere, e che in qualche maniera vincesse. Gli ho raccontato della mia pace, che siamo tutti bravi a parlarne, ad alzare bandiere arcobaleno, a tenerci per mano solo tra pari, ma che la mia pace ha gli occhi tutti uguali, anche se tutti diversi, che la mia pace unisce il ricco, il povero, l’omosessuale, il nero e il malato. Che la mia pace ideale è una pace che ingloba tutto e tutti, senza lasciare qualcuno fuori dal margine di tolleranza consentito. Gli ho raccontato delle cose che ho imparato a fare da sola, per cui non ho documenti che attestino quanto io me la cavi con photoshop o sia veloce a battere al computer. Mi hanno chiesto cosa ci facessi lì, e gli ho risposto che volevo -cambiare- le cose e anche forse un po’ me stessa.
La mia risposta avrebbe continuato, ma gli ho stretto la mano e sono andata via. Ho mostrato un pezzo del mio cuore per cinquantatrè punti e quattro fogli compilati. Seconda, ma non prima sul secondo ragazzo più giovane di me, di conseguenza, ai fini di una classifica sono idonea non classificata, piazzata su un numero -tre- che in verità è un due punto zero. La verità che ripetevo a me stessa era solo una. Era il mio momento, il mio tempo, e un po’ del mio sogno. Perché insegnare mi piace, leggere anche, scrivere è il mio ossigeno. Mi piace organizzare gli eventi, vedere la gente interessata alle mie cose. Mi sarebbe piaciuto vedere la mia città elettrizzata all’idea di vedere uno scrittore da vicino, di accompagnare i loro figli alla seduta – di lettura collettiva- tutti in cerchio, con la voglia nelle piccole tasche. Mi sarebbe piaciuto ascoltare i miei coetanei o giù di lì, organizzare gruppi di ascolto in biblioteca, aiutarli a scrivere, a buttare fuori la rabbia, la paura, i sogni. Per me che alla mia età nemmeno so guidare, e non potrei comunque comprarmi una macchina, l’idea di camminare dieci minuti a piedi, anche sotto la pioggia o il sole d’estate e raggiungere -il luogo perfetto per tutti- era un pezzo dei miei desideri.
Il fatto che più mi fa male è che non è vero che non sono idonea, sono solo – troppo vecchia- e davvero poco fortunata. Questo fa di me -l’esclusa-, di nuovo.
La cosa che più mi faceva stare bene era l’idea di essere utile a qualcuno, di poter fare bene, e fare del bene. Di poter essere io, la persona che avrei voluto al mio fianco, nei miei momenti no, o quella che invece di storcere il naso quando prendevo un libro da comprare da bambina, mi dicesse -te lo regalo, sogna.- L’idea di non essere più un peso per gli altri, ma un regalo, era ciò che rendeva i miei sforzi, quasi giusti. Eppure, non sarà così, perché forse sognare ed impegnarsi, non sempre da i suoi frutti. Io che sogno un giorno di lavorare in libreria senza laurea e senza qualcuno che mi raccomandi, sbatto gli occhi e torno indietro nel mondo. Dove neppure da commessa mi assumerebbero lì, dove non potrò mai permettermi di aprire un negozietto piccolo piccolo nel mio quartiere.
Non so se sono giusta, o se i miei sogni sono troppo stupidi, eppure non vorrei nient’ altro più di così. Vorrei essere prima nella vita di qualcuno, prima in una graduatoria che mi permetta di fare qualcosa di bello. Prima nella mia vita, al di là di ogni problema che ho con me stessa, al di là di ogni colpa che mi autoinfliggo, al di là di ogni crisi o spasmo.
Io che credo sempre nelle cose sbagliate, nelle persone sbagliate, nelle occasioni sbagliate. Io che ripongo la mia fiducia sempre nelle cose errate, nelle persone di ghiaccio, nei progetti nei quali non c’è bisogno di me.
Io che metto sempre tutta me stessa nelle cose che vanno a morire, e piano piano, muoio anche io. Io che non voglio mai aiuti meschini, mai imbrogli e bugie, ma alla fine mi ritrovo a fallire, mentre qualcun altro fa festa.

Scritto da <$Miriana> alle 17:15
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Sabato, 30 Giugno 2018 A luglio di due anni fa più o meno in questo periodo, giorno più, giorno meno, inviavo un messaggio che mi ha cambiato la vita, o meglio ri-cambiato. Non mi aspettavo in realtà una risposta, o una grande risposta, in realtà non mi aspettavo proprio nulla, nemmeno da me stessa, oltre che dall’altra persona. Pensavo fosse solo un messaggio, e invece, era -un messaggio- speciale. Lo inviai di istinto, senza pensarci troppo, ero un po’ angosciata per le cose che avevo saputo, in realtà anche spaventata. Ma il sentimento che dominava gran parte di me stessa era il rimpianto di non aver avuto qualcosa che doveva essere, e che adesso, a causa di circostanze esterne, inspiegabili e pericolose, non potevano più svolgersi in nessun’altra maniera. Mi diedi della sciocca il secondo dopo aver premuto -invio- poi pensai che non è mai sciocco qualcosa fatto di istinto, perché generalmente è il cuore che prevale su altri organi, specialmente quello che abbiamo nella testa: lo spocchioso, testardo, e terrificante cervello.
Alla fine ricevetti una gradita risposta, e dopo anni di silenzio, era molto più di quanto mi aspettassi. Pensai che malgrado la paura di -perdere definitivamente quella persona- le cose, non erano successe per caso. A volte persino le cose brutte, ci portano in destinazioni piacevoli.
Il fatto che io e quella persona stessimo riparlando, e la nostra vita si fosse in qualche maniera riallacciata, era assolutamente una destinazione piacevole, ma soprattutto impensabile.
A ripensarci, qualche anno prima, mentre sorseggiavo la mia cocacola col ghiaccio, non avrei mai pensato di rivederlo, né di riparlarci, né che in qualche modo il suo pensiero arrivasse fino a me. Ognuno aveva quella che si era scelto, ognuno stava camminando in una direzione propria, e il caso aveva scelto, in modo ingiusto, direzioni piuttosto opposte.
Quando il mio messaggio toccò il suo, capii che in fondo le cose non erano cambiate molto, che certe persone le ritrovi così come le lasci, forse con qualche ammaccatura in più, qualche ferita sul braccio, qualche persona in perdita, qualche persona in aggiunta, forse la ritrovi in una casa diversa, con dei vestiti diversi, con dei capelli diversi, ma tutto sommato chi lasci, lo ritrovi là dov’era.
Anche noi eravamo cambiati in qualche maniera, la vita ci aveva più volte messi a dura prova, ci aveva spinti al limite, ci aveva fatto piangere, ci aveva schiacciati in un angolo, ci aveva fatto tremare dalla paura, ci aveva fatti correre, desiderare, ci aveva persino spezzati a volte. Ci aveva dato qualcosa di carino, ma ci aveva anche tolto molto.
Poi era stata più clemente, e aveva solo cambiato i nostri capelli, il nostro armadio, la nostra casa, e la nostra età. Ma quando gli sorrisi per la prima volta, la prima dopo anni intendo, capii che in verità i cambiamenti che ci avevano investito, non avevano cambiato -noi insieme-
Per anni la gente ci aveva scambiato per una coppia, io sorridevo quando qualcuno faceva presenta questa sensazione, l’altra persona un po’ meno, andava nel panico, arrossiva, poi sottovoce diceva che in verità non stavamo insieme.
Col senno di poi ho capito che fosse solo paura di contaminare un giardino, che si pensava essere incontaminato. Io ero assolutamente radioattiva, ma nessuno se n’era accorto, fino a quando non ho compiuto diciotto anni.
Mi sono dannata per molti anni, poi ho capito che ogni cosa ha il suo tempo, le sue battute, i suoi spazi, e le sue chiavi. Che una canzone senza i giusti accordi è terrificante, e che senza il ritmo giusto, c’è solo una accozzaglia di note e parole.
La nostra canzone andava scritta solo più in là, ma andava scritta.
Il mio messaggio ha scritto a penna la chiave di violino, ad inizio battuta, poi abbiamo fatto tutto il resto insieme.
Penso di essere stata piuttosto coraggiosa ad amare qualcuno che per anni ti considera solo la sua piccola sorellina, che nutre qualcosa di profondo e bello per te, ma che lo reprime per la troppa paura.
Penso di essere stata davvero testarda a non mollare quando le cose erano completamente fuori controllo.
Ma sono stata brava, adesso posso dirlo. Sono stata brava perché malgrado tutto ho amato in un modo disumano, e si è visto in ogni parte del mondo, in ogni galassia, su ogni stella possibile.
Chiunque posasse il suo sguardo su di me poteva assolutamente ammirare tutto il mio amore per quella persona.
Malgrado tutto, anche il male mi è servito, perché dopo un incidente di percorso che mi ha praticamente dislocato ogni ossa del corpo, quel male, mi ha svegliata da quel torpore maledetto che puoi sentire solo dopo una botta violenta. Un po’ come il bacio che sveglia una principessa addormentata da anni: io non ero una principessa però, e quella persona non è un principe, ma so che quel bacio è stato tanto leggero quanto potente, so che mi ha dato una scossa diversa, mi ha accarezzata, mi ha protetta da un male incredibile, e poi mi ha rasserenata, come da tanto non mi succedeva. E so che anche il mio bacio, ha fatto lo stesso.
Malgrado tutto, non ci sono rimpianti. Non c’è una cosa che a ripensarci mi viene da dire – forse non avrei dovuto- o forse – avrei dovuto mollare prima- o avrei -dovuto fare in un modo diverso-
Ogni cosa che ho fatto è stata fatta col cuore, con la pancia, con la rabbia, con l’energia degli occhi, con la morbidezza della bocca, con l’armonia delle carezze, con la forza del pianto. Ho fatto tutto -secondo me- senza forzarmi a regole di altri, a convenzioni sociali, a schemi precisi ed infallibili.
Ho fallito innumerevoli volte, ma per ogni fallimento c’era anche un nostro sorriso, c’era una nostra canzone, una nostra chiamata, un nostro abbraccio, una nostra serata.
Per ogni lacrima che versavo ce n’erano due di gioia che mi si fermavano nell’angolo degli occhi, quando quasi inaspettatamente mi sentivo chiamare - amore- e per me era tutto, tutto ciò che poteva contare al mondo.
Per molti contano i soldi, la professione, il successo, le corse contro il tempo per arrivare a fare tutto, per me la cosa più importante è amare ed essere amati, perché quando ci sono queste due cose, arrivi anche a fare soldi, ad avere un buon lavoro, ad avere successo, e smetti persino di correre, perché non ne hai più bisogno.
Allora dopo il dolore, ho imparato da capo a vivere, e nel corso di questi due anni mi sono ri-educata a tante cose.
Ho imparato ad affezionarmi di nuovo alle canzoni, perché anche le dediche che non fai, possono considerarsi delle dediche, perché quando canti a squarciagola quelle canzoni che il tuo cuore si è scelto, è come gridare al mondo tutto l’amore che hai. Allora mi sono riabilitata anche alle playlist su spotify, ne ho creata una apposita con tutte le nostre canzoni, che aggiorno man mano che la nostra vita è andata avanti insieme. Così ho la canzone della nostra riappacificazione dopo una lite violenta, la canzone dei momenti divertenti, ho la canzone del ritorno a casa, e quella che mi ha fatto piangere a dirotto. Ho anche delle canzoni che non gli ho mai dedicato, ma che sembrano scritte solo per noi.
Ho imparato che fare la pace dopo la guerra, ha un sapore dolcissimo, che ti mette in pace col mondo, che canti girando per casa, o sotto la doccia. Che ridi per sciocchezze, che abbracci tua madre per quanto sei felice, che scrivi, scrivi, e appari una romantica sdolcinata. Una pace che ti toglie persino la fame, che ti fa dormire col sorriso, che ti accende, dove il buio ti aveva rapita.
Ho imparato che i problemi divisi per due appaiono più piccoli, e i grossi elefanti della vita sembrano solo formiche minuscole, da schiacciare con un piede.
Ho imparato che fare la spesa insieme può essere motivo di lite, perché magari dimentico qualcosa che mi era stato detto di ricordare, ma che scegliere il cibo insieme è forse – sentirsi come una famiglia- anche se in realtà non lo si è per davvero. Che quando si rincasa a casa tardi c’è la preoccupazione devastante che sia successo qualcosa, ma che quando alla fine ci si becca, il cuore fa salti all’indietro, un po’ come rivedersi dopo vent’anni, anche se magari ci si è salutati solo sette ore prima.
Ho imparato che dormire insieme è eccezionale, perché i mostri non ti fanno più paura. Che piangere senza nascondersi, non è una vergogna, ma una pratica molto speciale. Che guardare lo stesso programma in tv ti fa sentire meno distante, che ricevere il buongiorno ti fa partire davvero col piede giusto. Ho imparato che -d’amore si muore- davvero, e non è una sciocchezza. Che una foto può essere più preziosa dell’oro nero. Che stare al telefono a farsi le smorfie e giocare coi filtri bellezza è divertente. Ho imparato che fare l’amore è mostrare tutta la mia -radioattività- e non mi dispiace. Che non ero sbagliata, ero solo fuori tempo. Ho imparato che la gelosia ti toglie il respiro, ma ti fa sentire anche quanta paura hai di perdere tutto. Ho imparato che un tram in ritardo significa avere più tempo per stare insieme, e che le notti più belle sono quelle dove magari piove, si è seduti in macchina, con un passante che non si toglie di torno, e con una luce arancione sul viso, perché poi ci si bacia come due ragazzini, e non c’è niente di meglio al mondo.
Ho imparato che le cose omesse, o le bugie bianche fanno un male cane. Ho imparato che a volte ci sarà qualcuna migliore di me, ma che non necessariamente – dovrà essere migliore di me- per quella persona. Ho imparato ad aspettare e rispettare gli orari di lavoro, a tenere a mente mille impegni, come se fossero i miei. Ho imparato quanto sia bello raccontare di quell’amore agli altri, o di quanto sia potente starsene zitti, ma col cuore negli occhi e il respiro un po’ corto. Ho imparato che i silenzi saranno tanti e profondi, che -basta- non significa per forza basta davvero. Che una parola brutta, a volte può essere solo detta per rabbia, che scusarsi davvero mette la pace nel cuore. Ho imparato che i baci belli sono anche quelli quasi accennati, che baciarsi al telefono non è così’ ridicolo come si poteva pensare. Ho imparato a toccare uno schermo e sentire davvero la carezza, ho imparato ad usare i siti delle compagnie aeree, amazon estero, a girare su google maps per vedere cose che non ho visto con i miei occhi. Ho imparato a pensare in grande anche quando non ci riuscivo. A sperare nelle cose impossibili, un po’ come l’Alice di carroll.
Ho imparato che bisogna dirsi ti amo quando si è in pace, ma dirselo ancora più forte, e ancora più volte, quando si è in guerra.
Ho imparato che dirsi ti amo fa tremare le gambe.
Ho imparato che piangere fino a svenire, succede.
E che ridere fino a sentirsi lo stomaco bruciare, succede.
E che amare fino a sentirsi davvero vivi, succede.
Ho imparato che nello stomaco oltre le farfalle ci sono i coccodrilli e le giraffe. Persino i panda, perché quelli gli assomigliano un sacco.
Ho imparato che a volte si ha così voglia di abbracciarsi, che le ossa fanno un po’ male. Che respirare la stessa aria a volte fa un po’ paura. Che tenersi per mano ti restituisce un bel po’ di dolore indietro, che è bello accarezzarsi un po’ le dita, fino a confondersi.
Ho imparato a sbattere le porte dell’auto, a cercare il suo profumo in ogni profumeria, spruzzarmelo addosso e avere un po’ i brividi. E che c’è più casino in un pullman che in un mercato. Che i pacchi possono essere mandati anche indietro, che le camicie possono essere stirate in verticale. Che a letto ci si può passare una giornata intera e sentirsi apposto come dopo una gita in barca.
Ho imparato che sognare di -fare qualcosa- è già fare qualcosa.
Che non esistono cose davvero impossibili, solo cose possibili in modi diversi.
Ho imparato che cucinare porta via molto tempo, che mandare messaggi quando si è arrabbiati porta via molte forze. Ho imparato che strofinarsi la faccia è davvero tenero, e che il mio profumo preferito è quasi stomachevole, perché non si toglie di dosso, nemmeno dopo la doccia. Ho imparato che ricevere regali non è poi così sbagliato, che farne uno è davvero difficile, perché ogni cosa ti sembra banale o inutile.
Ho imparato che da me fa buio prima che in altri posti. Ho imparato che scrivere dei biglietti al mare è romantico, che se mi arrabbio sono quasi più bella. Che fare l’amore è come bere da una sorgente infinita di stelle fuse.
Ho imparato che tifare per una squadra di calcio può essere divertente.
Ho imparato a fare pizze gourmet e vantarmi con tutti di chi me l’ha insegnato. Ho imparato che la storia non è così noiosa. Che aspettare rende le cose più interessanti. Che a volte le promesse arrivano ad essere mantenute anche dopo dieci anni. Che non serve un contratto firmato per sentirsi – sposati-.
Ho imparato che togliersi subito i vestiti di dosso può sembrare inopportuno, ma che anche a novembre può fare caldo sotto la pioggia. Ho imparato che dei messaggi di compleanno, scritti nel modo giusto, sono più belli di una festa piena di gente. Che a mezzanotte del capodanno, con le linee intasate, coi brindisi sbagliati, coi posti sbagliati, puoi persino amare da lontano, più degli altri.
Ho imparato che quando qualcuno ti dice – ci amiamo più degli altri- forse all’inizio non ci credi, ma ripensandoci, riesci a capire che non è così sbagliato, perché in tutta la storia del mondo, mai due, si sono amati più di noi.
Allora non mi pento di niente. Nemmeno se adesso fa male.
Che settecentotrenta giorni di amore, non sono abbastanza, e non sono nemmeno pochi.
Settecentotrenta giorni che al di là di ogni errore, tristezza, sbaglio, parola, mi hanno dato ogni cosa che desideravo.
E allora grazie, e auguri lo stesso.

Scritto da <$Miriana> alle 20:39
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