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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Agosto 2021

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Giovedý, 12 Agosto 2021

Oggi ho incrociato sulla mia strada, mentre correvo, una schedina del gioco del lotto. L’ho incontrata mentre correvo nel mio campo di atletica, nei miei 12 km giornalieri, anche adesso che c’è caldo, e la gente è al mare, io sono lì a rincorrere l’aspetto che desidero. Più corro, più ho caldo, a volte abbasso la testa, e ricordo di quante cose sono successe lì dentro. Ho amato, desiderato, sono stata investita da centomila voglie, ho fatto l’antipatica, mi sono messa addosso troppi vestiti quando faceva freddo, quasi nessuno, quando intendevo sentirmi bella per qualcuno che in realtà non mi vedeva affatto. Nuda, talvolta, con la pelle a chiazze, sotto il sole cocente d’estate, senza mare, senza bracciate, io in mezzo all’erba, con le scarpe da ginnastica smontate, con le gomme luride, con i segni di gesso a formare segmenti a cui non so dare nomi. Ecco, sommersa dal verde, accecata dal sole, ho incontrato quello che per taluni è solo un rifiuto, un foglio, una disfatta. Qualcuno non ha vinto, e si è vuotato le tasche, pensando che il pavimento, fosse il giusto serbatoio per i fallimenti. Io che leggo tutte le cose che mi circondano, i cartelli, le etichette, le smorfie, io che leggo tutto ancora prima che mi venga spiegato, ho incrociato la schedina del lotto e ho sorriso. Non sono una che crede al caso, e non sono una che si vuota le tasche in mezzo alla natura. Quei numeri mi hanno cercata, e sono rimasti accanto ai fiori, sull’asfalto rossastro, per essere trovati da me. Cinquantatré nella smorfia napoletana, vuol dire “o viecchj”, io che sono una che crede nella parità di genere, penso che non importi quanto uno sia vecchio o vecchia, se alla fine hai perso un caro, sai che è lui che ti è venuto a cercare. Una parte di me ha pensato che mia nonna è venuta lì per un saluto, forse perché mi ha ascoltata piangere tutta la notte, forse perché mi vede provata, forse perché sono un po’ stanca di tante cose. “la vecchia”, quella che ormai se n’è andata troppo tempo fa, mi è venuta a cercare nel posto più sicuro dove poteva incrociarmi. Coi suoi capelli neri, l’andatura scoscesa, me la immagino persino in carne, come prima che si ammalasse, e mangiava di tutto, perché era giusto avere due portate e il dolce, persino la frutta, tutto in un pasto unico. Mia nonna è venuta lì, a braccia conserte, mi ha ribadito che è accanto a me, che non se n’è andata davvero, che quando avrò finito di fare tutte le cose che devo fare, mi aspetta dall’altra parte, e sarà come correre, come faccio tutte le mattine, superando un ostacolo due, un pezzo di cielo spaccato in due. La mia vecchia non teme il caldo e non teme la distanza, e tramutatasi in una schedina del lotto, mi è venuta a salutare. Io che ho fatto posto a mia nonna, accanto a me, ho poi scoperto che il 53 vuol dire liberazione, e la cosa è ironica, perché io sono nata proprio nel giorno cinque di vent’otto anni fa. Secondo una lettura veloce, i miei angeli mi stanno suggerendo di abbandonare le paure e le preoccupazioni, vogliono dirmi che tutto è possibile. A voce alta, loro mi invitano a realizzare “la mia vita migliore”, liberarmi dai cavilli, distruggere il lascia passare di incanti e schiamazzi brutali, mollare la cima della redenzione, la credenza assurda che alla fine anche i cattivi possono migliorare, e diventare puliti. E ‘il microcosmo del cuore, che con parole imperative, intende farti cambiare, dirottare la strada che avevi scelto, e che alla fine si è rivelata funesta.  Il numero tredici, vuole farti capire che anche le cose negative, alla fine possono trasformarsi in cose positive. Come dopo uno schiaffo, che ti fa bruciare la faccia, ma che ti fa capire che quella mano selvaggia, non è quella che dovrai tenere stretta alla tua. Tuttavia, questo sembra un riferimento religioso, perché nella kabbalah il numero 13 si riferisce a uno, Dio. Il numero traballa di energia positiva, vuole che tutto cambi, e tutto in realtà sta già cambiando. Mentre i due numeri, sembrano cullare la creatività della mia penna, aiutando la mente e le forze, all’espressione pura e senza mezzi termini delle cose nuove che sto scrivendo. Si uniscono, si allacciano, mi rendono il fascino, il talento e la lealtà, come se fossero la macchia di un solo elemento diluito. Mentre mi asciugo il sudore, il pianto e le forze spente, mi accorgo che alla fine non è mai niente perduto, che se faccio più fatica di altri, è perché forse la meta da raggiungere è più alta e lontana.

Tengo duro, perché accanto a me, la mia vecchia, agitando il suo prezioso ventaglio, mi sorride, e mi racconta, ancora una volta, che mani delicate ci volevano, e che forza allo stesso tempo si impiegava, per cucire i guanti dei ricchi, e il filamento fragile della sua vita.


Scritto da <$Miriana> alle 18:00
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