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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Agosto 2021

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Sabato, 07 Agosto 2021

Guardando l’accendino con il quale si era accesa le candeline della sua torta di compleanno, le sovvenne alla mente una cosa che aveva letto qualche tempo prima, in maniera distratta, sfogliando uno di quei giornali con cui si passa il tempo. L’aveva ascoltata più volte quella notizia, talvolta mentre cucinava, a volte mentre era alla guida. La radio aveva parlato di misteriose morti, tutte avvenute alla fatidica età di ventisette anni. Non aveva mai amato particolarmente il compleanno, neppure quello degli altri, neppure quello delle star famose, neanche quello della zia lontana che pretende una telefonata. Si era sempre tenuta lontana da panna, fragole, candeline e fiammelle. Si era tenuta lontano da tutte queste cose per due motivi semplici, il primo è che non le importava assolutamente più niente, il secondo è che per troppo tempo le era importato troppo. Spegnere le candeline aveva significato per lei, una ricerca assurda di pace e amore, un concentrato potente che porta il nome di felicità. Non l’aveva trovata, neppure quando a tredici anni aveva ottenuto il suo primo telefono serio, neppure quando le avevano comprato un criceto, neanche quando ai suoi diciotto anni aveva stappato una costosissima bottiglia di Brut. Il suo desiderio sembrava rimbalzare in mezzo a quelle fiammelle, che anno dopo anno, aumentavano nel loro numero, ma mai nella loro efficacia. Non funzionava, neppure se esprimeva quel preciso desiderio e dopo rideva, neanche se batteva le mani, se piangeva, se versava sulla panna tre lacrime sincere e un sussulto di paura. Niente, così aveva smesso di crederci, e aveva smesso di preparare torte. Quel compleanno era differente, per il semplice fatto che ne compiva vent’otto stavolta. Si era tenuta l’anno bonus per capire se a differenza degli altri, i famosi, per lei ci sarebbero state cose differenti. Poi ricordò di quel programma alla radio, ascoltato un giorno che non aveva nulla da fare, e se ne stava seduta sul sedile principale della sua vecchia auto. Il conduttore parlava di uno strano club chiamato CLUB27. È un gruppo triste e malinconico, i cui membri sono tutti morti, e tutti assurdamente giovani. Questo nome deve le sue origini alla morte di Kurt Cobain, leader dei nirvana, il quale mise un punto alla sua vita con un colpo di fucile alla testa dopo aver assunto eroina. Seguì Jimi Hendrix, soffocato dal suo stesso vomito dopo un cocktail di alcol e tranquillanti. La morte che la toccava da più vicino, però, fu quella di Amy Whinehouse, trovata senza vita nel letto di casa sua, dopo uno shock da alcol. Tutti morti a ventisette anni, tutti, stranamente in possesso di un accendino bianco, lo stesso che aveva usato per accendere le candeline di una torta che aveva evitato di preparare per troppi anni. Ma se Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Morrison, Cobain e molti altri, erano stati pianti dalle folle, il suo corpo non sarebbe nemmeno stato ritrovato, perché casa sua era un segreto per tutti quelli che conosceva. Non aveva premuto il grilletto, tirato su col naso, vomitato l’anima, o fatto scorrere nelle vene alcuna sostanza, eppure il lasso di tempo che tutti chiamano ventisette, le era sembrato una tortura. Aveva perso ogni cosa, aveva smesso di credere nell’amore, nei buoni sentimenti, aveva voltato le spalle ai vagabondi, ai bambini, a quelli che fino a quel momento le erano sembrati buoni. Si era accorta delle tantissime porte in faccia, della gelosia sprezzante di troppa gente, di chiacchierate vuote, del sesso meccanico con gente che prometteva di amarla, e che poi al mattino non ne aveva ricordo. Si era fatta portavoce della tristezza, si era lavata le mani dalla vergogna, si era trovata addosso lo stemma dell’amante, il tanfo del tradimento, la chiazza paonazza di chi da un giorno all’altro, scopre di essere stata dimenticata. Aveva ceduto via la sua collezione di buoni propositi, aveva iniziato a mangiare quasi niente, e a turno, mangiato troppe schifezze, si era riempita di buio. Aveva ingoiato a cucchiaiate stelle innocenti, aveva messo giù il telefono, si era drogata di ricordi, aveva ascoltato ossessivamente voci ormai perdute, aveva mescolato il pianto con la rabbia, e lo aveva mandato giù come limone senza zucchero. Aveva smesso di amare ogni cosa, persino sé stessa, se l’era presa con lei, allo specchio, sputando all’altezza degli occhi, sentendosi un ripiego, una parentesi, un dolce smezzato, una sigaretta che fumi all’osso e poi lanci via. Quando aveva finito di piangere, si era trovata dinanzi quella torta alla panna, con ventotto candeline e un silenzio da brividi. Le aveva spente, tutte, ad una ad una, con un’accuratezza che non l’aveva mai contraddistinta. Aveva superato quel numero maledetto, aveva rinunciato al club27, senza accorgersi, però, di esserne il membro onorario, perché da troppo tempo, aveva dimenticato com’è che si vive, e com’è che si ama.  Quando l’accendino bianco, cadde di sotto, seguendo la spinta leggera del suo corpo, la vita sembrò impossessarsi di quello che ne rimaneva del suo sguardo. Un boccone dopo l’altro, la torta divenne briciole, e poi più niente. Sul vassoio bronzato della cucina, troneggiava il vuoto, lo stesso che premurandosi del suo cervello spento, la spedì dritta a letto.


Scritto da <$Miriana> alle 18:23
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