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Dentro un sogno malconcio

Qualcosa di me

Ho 27 anni, sono un Un leone in gabbia e vivo a ancora sulla Luna

Ho letto:
Tutti i libri del mondo

Ho visto:
Persone giurare amore e mentire.

Ascolto:
Cose che mi fanno stare bene e male, tutto il giorno.

Amo:
Poche cose, ma fin in fondo.

Odio:
Dover dimenticare, ed essere dimenticata.

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Marzo 2021

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Luned́, 08 Marzo 2021

Io nemmeno volevo essere donna. Mi sembrava un peccato, una croce, un qualcosa che a lungo andare mi sarebbe sfuggito dalle mani. Amavo i miei capelli corti, forse perché li ho tenuti per tanti anni, e quelli mi restituivano la consapevolezza calma che in un modo o nell’altro, mi sarei camuffata, in mezzo alle donne, e in mezzo agli uomini, diventando io stessa un maschio senza seno e senza beltà. Volevo essere un maschio per acciuffarmi il rispetto di mio padre, perché lui era uno di quelli che credeva nella supremazia di chi porta i pantaloni. Io arrancavo dietro le sue richieste, dietro le sue domande, e quando riuscivo a fare tutto, e a dare le giuste risposte, mi sentivo più maschio dei maschi, e questo mi faceva sentire giusta nel mondo e giusto per lui. Scambiavo la sua mezza stima per amore, e me lo facevo bastare, soffocandola tutta, dietro il mio caschetto, dietro la repulsione accesa che avevo verso quelle che erano miei simili, ma che in realtà mi disprezzavano tanto. Le bambine non mi riconoscevano come loro pari, a loro piaceva spingermi, strapparmi i giochi dalle mani, ridere di me, quando le avevo di fronte, lasciando la sicurezza di un parlato alle spalle soltanto a quelli che in realtà non mi conoscevano affatto. Le bambine erano severe e ingiuste, e non volevo essere una di loro. Io amavo starmene per conto mio, prima con le macchine, e poi con le mie poesie disconnesse. Sta di fatto che né i bambini né le bambine, mi riconoscevano nel loro gruppo, facendo di me la cittadina di una terra di mezzo, dove vivevo e respiravo soltanto io. Crescendo, i miei capelli, si sono allungati con me. Sono cresciuta in altezza, in centimetri, e d’intelletto. Insieme a tutte queste cose, ha preso piede un timore diverso. Non si trattava più di rispetto e di guerra tra infanti, temevo di essere donna, perché temevo le richieste che mi sarebbero state poste. Temevo l’essere mamma, perché questa cosa non apparteneva ai miei sogni, temevo i mestoli da cucina, perché temevo che i maschi,, mi avrebbero chiusa in una stanza con pentole e tegami, a morire di noia e buio, in mezzo a patate e minestroni. Temevo di portare una gonna, un vestito, perché mi sentivo brutta e inadatta, come un vestito da sera, sulle cosce di un uomo troppo peloso. Temevo il corredo, le domande, la richiesta ossessiva di vedermi accanto a qualcuno. In realtà, adesso che sono cresciuta ancor di più, sono le stesse cose che temo oggi. Perché nel mondo in cui viviamo se non sei mamma o non hai intenzione di diventarlo in futuro, sei una donna a metà, e  se non reggi bene un mestolo o tagli perfettamente una mela, sei un essere umano senza valore, se non cammini accanto a qualcuno, diventi una pezza che nessuno vuole portare con sé. Per quanto tutto questo prima mi facesse così paura da solleticarmi il pianto, adesso mi rendo conto che tutte queste cose fanno parte di una sfera chiamata scelte. Posso scegliere cosa mangiare, cosa mettere addosso, cosa dire ad alta voce e cosa tenere tra i miei segreti. Posso scegliere, quindi, se mettere al mondo un figlio, se dedicarmi alla cucina o all’arte, se legare la mia vita a qualcuno o tenerla da parte per quando sarò poco più vecchia.  Sarebbe ipocrita dire che la paura mi è passata, la sento ancora, mezzana e irrequieta, quando qualcuno mi chiede l’età, domandandosi quando inizierò “la vita adulta”, fatta di biberon o baci fronte mare, di mutuo, di stoffe da rappezzare, di polpettoni da servire agli ospiti. Mi sento ancora nel mio territorio grigio, quando qualcuno mi dice -cambierai idea- sfiorandomi la pancia come un pallone, o gridandomi addosso che non sono degna di avere il seno, di avere il germe della vita dentro di me, se nessuno arriverà mai a toccarlo. Mi sento inadeguata quando al reparto maschile, provo le cose che mi piacciono, e la commessa mi guarda con fare sospetto, mi ci sento quando ho le scarpe basse in mezzo a cento paia di tacchi, quando indosso la giacca e gli altri il corsetto, quando mi immagino a viaggiare per il mondo col mio taccuino, piuttosto che a spingere lievemente una culla. Le apprezzo le donne mamme, come apprezzo le esploratrici, le cuoche, le scienziate, le farmaciste, le bottegaie, quelle appena nate, e quelle che nascono di nuovo, perché scelgono di essere ciò che sono sempre state dentro. Amo tutte le donne, per quanto alcune siano spietate e giudicanti, perché ho imparato a vedere in loro bellezza e poesia. La vedevo già quando alta appena sessanta centimetri, abbracciavo mia madre, sentendo nell’incavo del suo collo, il profumo buono di fiori e vaniglia, vedendo i suoi occhi bagnati, la rivedevo forte e fiera, rialzandosi, quando l’attimo dopo avevo la febbre, o avevo paura. Vedevo la bellezza in mia nonna quando coraggiosa come nessuno, si sottoponeva ad ogni tipo di trattamento medico per restare con noi ancora un po’. Quando dal cassetto marrone, quello accanto alla porta, tirava fuori la sua lacca forte, rendendo i suoi capelli neri, ancora più belli e lucenti. Vedevo la bellezza nelle persone che mi tenevano per mano, nei loro occhi blu cobalto, o in quelli neri di bosco. Nei loro capelli lunghissimi, o in quelli intricati e ricci. Sentivo il loro potere, quando sfiorandomi appena la guancia, il mio mondo tremava e tornava a posto. Vedevo persino in me bellezza, quando piuttosto che rispondere all’odio con l’odio, alle sfide con le sfide, restavo nel mio angolo fatto di libri, arte, e musica, a sognare un mondo che fosse a prova dei miei sogni. Adesso che sono grande, e ho capito che sarò donna, femmina, esploratrice, scrittrice, giornalista, amica, compagna fedele e cuoca delle mie ricette, mi rendo conto che non avrò bisogno di essere necessariamente mamma, guidatrice provetta, modella infallibile. Non dovrò essere la copia di nessuno, nemmeno una bella, nemmeno una brutta, nemmeno il punto di una frase altrui, perché sarò donna sempre, quando taglierò di nuovo i capelli, quando i maschi penseranno di mettermi in un angolo, quando brucerò il pollo, quando sarò stanca e mi reggerò a malapena, e quando sarò felice, saltellando per la stanza, perché chi amavo, si è scoperto innamorato di me.

Perché adesso i miei capelli corti non servono alla versione più adulta di me, che vivo nel mio mondo di mezzo, fatto di grigi neri e bianchi. Dove c’è l’atemporalità, dove puoi essere chi vuoi, diventare cosa sei. Dove mia nonna continua a mettersi la lacca ai capelli, e mia madre profuma ancora di fiori e vaniglia. Dove ho smesso di rispondere a domande stupide, e dove porto in braccio i miei errori, cullandoli piano.

Perché essere donna è un privilegio per pochi, un vezzo, un regalo, una carezza. Perché siamo tutte belle, e tutte profondamente irrisolte, perché siamo forti e imbattibili, docili e tempestose, ed io, con voi, con noi, ho imparato cos’è l’amore.

 


Scritto da <$Miriana> alle 14:57
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