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Dentroadunsognomalconcio

Venerdì, 07 Dicembre 2018, 17:15

Ogni volta che provo a fare qualcosa o fallisco o arrivo – quasi- alla meta. E’ così in tutte le cose, per tutti i sentimenti che tento di accumulare, per le persone a cui voglio bene, e che in qualche maniera speravo ne volessero anche a me, e anche per i progetti, per le cose che in questo mondo definiamo -serie- e di reale importanza, come un lavoro, una riuscita professionale, un corso o una qualifica. Una volta fallivo, fallivo e basta, di continuo, talvolta non venivo nemmeno presa in considerazione, adesso è diverso, ma le cose non sono cambiate di molto, in verità forse adesso è peggio. Adesso fallisco in un modo più subdolo, più tagliente e difficile da mandare giù, fallisco nella maniera più bastarda, appaio come quelli che agli occhi della gente sono -i perdenti-. Fallisco avvicinandomi alla meta ma senza conquistarla. Una toccata e fuga, veloce, rapida ed importante, che alla fine diventa solo una nube di fumo grigio dove mi perdo, a poco a poco. Come questa volta che in graduatoria sono seconda, ed in teoria dovrei essere quella che insieme al primo, ha vinto -la gara- eppure a parità di punteggio viene scelto quello più giovane, ed io, malgrado mi sento infinitamente piccola, indifesa ed impaurita, per alcune cose e per alcuni, non sono più tanto piccola. Venticinque anni sono troppi se messi accanto ai diciotto o ai venti, eppure a me sembrano cose così simili, e momenti così uguali. Allora anche stavolta nulla di fatto, mi sono tagliata i capelli, ho indossato la mia camicia preferita, e ho parlato alla commissione, sotto domanda, si intende, dei miei sogni. Di come sarebbe stato bello avvicinare i giovani alla lettura, a questi pezzi di carta che nessuno guarda più, a storie che possano avvicinarsi più di quanto pensiamo alla nostra vita, di come l’inchiostro a volte ci salva snodando il nostro dolore in infinite parti che non uccidono più. Gli ho raccontato che mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa ai bambini con la creazione di laboratori, di come sarebbe stato bello spiegare loro che scrivere è una benedizione ed una cura, insegnare loro a mettere fuori tutto -il loro dentro-. Di come il nostro paese sarebbe potuto essere il salotto di qualche scrittore emergente, che un po’ come noi, stava tentando di brillare in mezzo ad un mondo buio. Gli ho raccontato che scrivere mi fa bene, che leggere mi fa sentire sempre nel posto giusto, gli ho detto che non ho potuto continuare gli studi perché non volevo gravare sulla situazione economica della mia famiglia, e che con un lavoro avrei sicuramente alleggerito i carichi economici, ma che imparare mi piace, che la scuola mi manca un casino, perché mi sembrava di avere un obiettivo concreto che si scontrasse con la mia poca voglia di vivere, e che in qualche maniera vincesse. Gli ho raccontato della mia pace, che siamo tutti bravi a parlarne, ad alzare bandiere arcobaleno, a tenerci per mano solo tra pari, ma che la mia pace ha gli occhi tutti uguali, anche se tutti diversi, che la mia pace unisce il ricco, il povero, l’omosessuale, il nero e il malato. Che la mia pace ideale è una pace che ingloba tutto e tutti, senza lasciare qualcuno fuori dal margine di tolleranza consentito. Gli ho raccontato delle cose che ho imparato a fare da sola, per cui non ho documenti che attestino quanto io me la cavi con photoshop o sia veloce a battere al computer. Mi hanno chiesto cosa ci facessi lì, e gli ho risposto che volevo -cambiare- le cose e anche forse un po’ me stessa.
La mia risposta avrebbe continuato, ma gli ho stretto la mano e sono andata via. Ho mostrato un pezzo del mio cuore per cinquantatrè punti e quattro fogli compilati. Seconda, ma non prima sul secondo ragazzo più giovane di me, di conseguenza, ai fini di una classifica sono idonea non classificata, piazzata su un numero -tre- che in verità è un due punto zero. La verità che ripetevo a me stessa era solo una. Era il mio momento, il mio tempo, e un po’ del mio sogno. Perché insegnare mi piace, leggere anche, scrivere è il mio ossigeno. Mi piace organizzare gli eventi, vedere la gente interessata alle mie cose. Mi sarebbe piaciuto vedere la mia città elettrizzata all’idea di vedere uno scrittore da vicino, di accompagnare i loro figli alla seduta – di lettura collettiva- tutti in cerchio, con la voglia nelle piccole tasche. Mi sarebbe piaciuto ascoltare i miei coetanei o giù di lì, organizzare gruppi di ascolto in biblioteca, aiutarli a scrivere, a buttare fuori la rabbia, la paura, i sogni. Per me che alla mia età nemmeno so guidare, e non potrei comunque comprarmi una macchina, l’idea di camminare dieci minuti a piedi, anche sotto la pioggia o il sole d’estate e raggiungere -il luogo perfetto per tutti- era un pezzo dei miei desideri.
Il fatto che più mi fa male è che non è vero che non sono idonea, sono solo – troppo vecchia- e davvero poco fortunata. Questo fa di me -l’esclusa-, di nuovo.
La cosa che più mi faceva stare bene era l’idea di essere utile a qualcuno, di poter fare bene, e fare del bene. Di poter essere io, la persona che avrei voluto al mio fianco, nei miei momenti no, o quella che invece di storcere il naso quando prendevo un libro da comprare da bambina, mi dicesse -te lo regalo, sogna.- L’idea di non essere più un peso per gli altri, ma un regalo, era ciò che rendeva i miei sforzi, quasi giusti. Eppure, non sarà così, perché forse sognare ed impegnarsi, non sempre da i suoi frutti. Io che sogno un giorno di lavorare in libreria senza laurea e senza qualcuno che mi raccomandi, sbatto gli occhi e torno indietro nel mondo. Dove neppure da commessa mi assumerebbero lì, dove non potrò mai permettermi di aprire un negozietto piccolo piccolo nel mio quartiere.
Non so se sono giusta, o se i miei sogni sono troppo stupidi, eppure non vorrei nient’ altro più di così. Vorrei essere prima nella vita di qualcuno, prima in una graduatoria che mi permetta di fare qualcosa di bello. Prima nella mia vita, al di là di ogni problema che ho con me stessa, al di là di ogni colpa che mi autoinfliggo, al di là di ogni crisi o spasmo.
Io che credo sempre nelle cose sbagliate, nelle persone sbagliate, nelle occasioni sbagliate. Io che ripongo la mia fiducia sempre nelle cose errate, nelle persone di ghiaccio, nei progetti nei quali non c’è bisogno di me.
Io che metto sempre tutta me stessa nelle cose che vanno a morire, e piano piano, muoio anche io. Io che non voglio mai aiuti meschini, mai imbrogli e bugie, ma alla fine mi ritrovo a fallire, mentre qualcun altro fa festa.

By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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