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Ho: 30 years old
Vivo a : Nel paese dei balocchi
Segno zodiacale ARIETE :)
Libri letti: Il volo dell'angelo
Musica Uder Pressure - Queen e David Bowie
Nu juorno buono - Rocco Hunt
Disperato erotico stomp - Lucio Dalla
Il mondo è reale - Afterhours
La canzone che scrivo per te - Marlene Kuntz feat Skin
e tante, tante altre...
Film preferiti : Il pescatore di sogni

Il blog

Male di miele
Credo negli angeli ma
frequento l’inferno.

Amo & Odio

Amo » Amo chi rispetta i momenti e gli spazi altrui. Amo la gente allegra, che sprizza energia positiva da tutti ni pori. Amo la raffinatezza e l'eleganza dei messaggi scritti col cuore. Amo chi è genuino, chi non è artefatto. Amo chi è diretto, anche a costo di ferire chi ha difronte.
Amo perdutamente la follia.
Odio » Odio l'ipocrisia mascherata da buonismo. Odio chi è invadente, chi non nutre rispetto verso chi ne nutre per lui. Odio chi fa i moralismi agli altri. Odio chi scarica le proprie frustrazioni personali cercando un capro espiatorio. Odio i monologhi senza senso. Odio l'illogicità.

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Citazione

Io sono integro e puro, sia di corpo che di spirito: non ho commesso peccati né di carne né di pesce.

Lei è un cretino: si specchi, si convinca.

Toto'

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  La grafica è a cura di Hypnotize:
Template copyright :
Hypnotize
Martedì, 29 Aprile 2014

La mia pelle è carta bianca per il mio racconto.


Quel cordone ombelicale, che mi aveva strappato violentemente da quel grembo materno, mi gettava in pasto agli avvoltoi.
Il passato, era sempre lì pronto ad afferrarmi durante i miei cedimenti ed il presente era il suo degno alleato, in questa guerra fredda che aveva l’aria di non finire più.

Tra quelle corsie grigie, quei camici impalliditi, quelle flebo che avevano il suono della pioggia che scende lieve su un campo appena arato, mi smarrii ancora.

Un anno fa, hai rischiato di lasciarmi per sempre, come la mamma.
Eravamo io e te, papà, in quell’ospedale.
Io provavo a leccarmi le ferite, cercando conforto negli sguardi della gente, che era lì, per ragioni più o meno simili alle nostre.
Ma percepivo solo più dolore del mio, e quando m’avvicinai a quel medico, impavido e cinico, che aveva una specie di repulsione per i meridionali,
fui cacciata via. Volevo solo cercare di rendermi utile. Ma quel suo mantello di cenere, marchiato a fuoco dai ricordi dei campi di concentramento di Auschwitz, elargivano solo sconforto. Un malessere che mi tormentava l’anima, ma nessuno mi avrebbe impedito di starti accanto durante la notte, nemmeno lui. Dormire su una sedia a sdraio era il male minore, tanto le mie ossa non le sentivo più. All’alba ci svegliavamo e una volta prese le medicine, ti salutavo, riprendevo l’autostrada e andavo a lavoro.
Un tran tran di quelli che toglievano respiri di vita.

Cercavo di parlarne con qualcuno, ma nessuno riusciva a leggermi dentro. E quelli che ci provavano, li trovavo così stupidi, così vuoti e superficiali, che mi mantenevo a distanza di sicurezza.

Le giornate in ospedale sembravano interminabili.

Antonio, 38 anni, era il suo compagno di stanza. Un ragazzo pieno di vita e di voglia di fare, che sprizzava energia positiva da tutti i pori.
La notte, mi lasciava in custodia il telecomando della sua tv.
Mi diceva: “ Spegni tu la tv, tanto ti addormenterai per ultima.”
Suo padre era un uomo esile, scavato dalle rughe del dolore.
Quel giorno eravamo io e il suo papà, in quel corridoio, in attesa di buone nuove. Il tono di voce di quel medico cinico e pieno di risentimento e di rabbia, per un’esistenza che evidentemente gli turbava la vita,
sentenziò così : “ Spostati da quel muro, non vedi che si regge da solo?”
Guardai quell’uomo distaccarsi dal muro con uno sguardo avvilente, che furono un ca**otto in pieno volto, l’ennesimo.

E poi posai il mio sguardo su quel camice, su quegli occhi, e lanciai il mio sguardo di sfida, che solo Dio, poteva sapere cosa stessi provando.
Se solo ne avessi avuto la possibilità e non fosse stato il medico di mio padre, avrei scatenato una guerra all’ultimo sangue. Gli avrei fatto riacquistare quel briciolo di umanità che calpestava coi lustrini, a suon di parole, che come lame ferivano nel profondo del suo orgoglio.
co**ione!

Antonio, non seppe nulla di tutto ciò. Rimaneva un nostro segreto quello.
“ Papà cosa ha detto il Dr.?”
“ Nulla, blaterava con la sua équipe.”

Mio padre era incavolato, ma sapeva che quell’uomo, gli aveva salvato la vita, nonostante tutto.

Trenta giorni trascorsi e via. Eravamo in fase di ripresa.
Antonio, fu dimesso qualche giorno prima. Ma le visite nei giorni a seguire erano diventate un appuntamento fisso. Ci rincontravamo spesso.

Ma in uno di quei giorni grigi e senza luce, Antonio non si fece vivo.
Ero perplessa, ma pensai che forse era andato meglio del previsto e non aveva più bisogno di controlli.

Fin quando mio padre, in un corridoi che portava alle scale dell’uscita, intravide suo fratello. Ci avvicinammo a passo svelto, lo fermammo, e non appena si voltò, capii che il suo mondo in quel momento sarebbe potuto finire anche lì. Quella sensazione la conoscevo bene anche io.

“ Antonio, dov’è?”
“ Antonio è morto due giorni fa. Non ha retto. Il cancro si era ripresentato.”

Lo abbracciamo, come se tutto si richiudesse in quell’unico istante.

Mi presi in braccio da sola. Non potevo pensare a me, in quel momento, e pian piano, la strada del ritorno ci riportò a casa.

I miei discorsi con Dio, non hanno mai avuto tregua. MAI.

Mi chiedevo solo quante altre volte, doveva bastonarmi.
Quante percosse, avrei dovuto subire.
 
Quante? Non mi era dato saperlo. A nessuno è dato saperlo.
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Ed oggi, siamo ancora qui, io e te, papà, stavolta a combattere col mostro sanguisuga. Quel mostro che aveva portato via la mamma e Antonio.

Quel mostro che stiamo combattendo con la tua forza intramontabile, con quel tuo spirito di positività, di allegria, di tenacia, che non ti abbandonano mai.

Sei un gladiatore papà. Ed io una degna figlia del tuo sangue.

Alisea ha pasticciato qui alle 13:56 - Link - commenti
Lunedì, 28 Aprile 2014



“Sono una persona rumorosa ma non logorroica, rumorosa nel senso che i rumori me li porto dentro. Ho troppe personalità che sgomitano per imporsi, nel mio stomaco ho troppe emozioni che fatico a ragionarci, nella mia testa ho così tante contraddizioni che i miei pensieri sono in una perenne guerra fredda.”

Alisea ha pasticciato qui alle 15:52 - Link - commenti
Sabato, 26 Aprile 2014

“Alessandra hai paura. Sei diffidente. Sei prudente. Non vivi. Non ti emozioni. Sei morta.”

 

“In effetti ho emozioni sempre più periferiche.
 A volte, mi si emoziona solo l’alluce.”

Alisea ha pasticciato qui alle 13:54 - Link - commenti (2)


Ogni giorno è un’opportunità, diceva il saggio.
Un ritornello, “Big City Life”, che fa da sveglia.
Un sobbalzo da quell’incubo che mi ha tormentato tutta la notte.
Voleva possedermi e tenermi incatenata alle lenzuola, ma non aveva ancora capito che so mettere a tacere tutto ciò che è in grado di lacerarmi. Che sono una Fenice. Rinasco da me.


Start…let’s go.       
  

                                                                                                      by Alisea
Alisea ha pasticciato qui alle 10:09 - Link - commenti
Martedì, 22 Aprile 2014





Il giorno della pasquetta nella mia testa, aveva un unico intento, quello di prendere e andare...andare, in un posto nuovo, lontano dai soliti volti, dalle solite ricorrenze annuali.
Dormii fino a tarda mattinata, rimisi a posto quello che c’era da sistemare, per troppi giorni rimasto lì in disordine, mi preparai qualcosa da mettere sotto i denti e via.
Il tempo, era solo uno stupido nemico da abbattere in quel momento.
Avevo bisogno che il vento penetrasse dal finestrino a 120 km/h, che mi scompigliasse i capelli, avevo bisogno di posare il mio sguardo sulla natura del mondo. Voglia di perdermi ancora, per poi ritrovarmi di nuovo.
La strada andava da sé, tanto avevo con me la mia bussola…persino le sorprese dell’uovo di pasqua, avevano percepito il mio senso di smarrimento.
Quell’odore di salsedine e quella brezza improvvisa, riuscirono a ridonarmi la pace. La serenità di quel posto riuscivo a percepirla nell’aria, tra i volti dei passanti, nei sorrisi dei bambini.  Mi sedetti sugli scogli. Dovevo parlare col mio amico.
E’ una specie di rituale per me, e Jim negli anni, mi era stato d’aiuto:
“Sii sempre come il mare che infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci.”
Non avevo mai sottovalutato quell’interminabile forza, quella potenza, quell’ostinatezza. Il mare era la cura. La mia buona dose di ripartenza.
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Message in a bottle:
 

“ Ciao amico mio, scusa se non vengo a trovarti spesso, ma avevo smarrito le briciole di Hansel e Gretel J
In realtà, non solo quelle.
Ma ora sono qui.
Sono venuta a donarti un po’ del mio tempo.
Sono felice di ritrovarti informa come sempre. Cambiato per niente.
Ti ammiro, lo sai.
Abbi cura di te, come io farò di me.
Tranquillo.
Sono figlia di quelle onde io.”
Alisea ha pasticciato qui alle 17:19 - Link - commenti
Domenica, 20 Aprile 2014
 
 


“Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.”



Alisea ha pasticciato qui alle 22:00 - Link - commenti
Sabato, 19 Aprile 2014

   

   

   


Vorrei semplicemente riprendere in mano la mia vita.
Vorrei farlo senza che nessuno mi vincolasse a stare chiusa in una scatola.
Vorrei  essere una ragazza di 30 anni, col margine di esperienze che ho, e con un minimo di spensieratezza che mi riporta indietro nel tempo. Quel tempo fondamentale per riuscire a riappropriarmi di quell’ebbrezza che mi faceva volteggiare nell’aria, come una piuma, sorretta da un alito di vento,  come la piuma nel film “ Forrest Gump”, incurante di tutto ciò che mi circonda.
 Vorrei avere degli spazi miei e del tempo per me. Vorrei poter uscire e rientrare tardi, senza la consapevolezza di ciò che DEVO.  Scrollarmi di dosso TUTTO, fare una piccola valigia e andarmene di nuovo, alla ricerca di posti nuovi.
Invece no, non posso fare le ore piccole perché la mattina ha l’oro in bocca ed io devo procedere con la sceneggiatura di Desperate Housewives ed incarnare la parte  della figlia e della donna modello che tutti vorrebbero avere. 
Un automa, privo di esternazioni fuori luogo. Privo di emozioni che tralascino dei cedimenti. Priva della mia malinconia e dei miei rifugi quotidiani.  
Ma ci sarà un tempo in cui sarò all’altezza soltanto delle mie aspettative.

Alisea ha pasticciato qui alle 16:45 - Link - commenti
Venerdì, 18 Aprile 2014

23 Luglio 2007.

Una data come un’altra se non si fosse portata via con sé, per sempre, una parte preziosa, di me.
Ero una fanciulla di 23 anni, allegra e spensierata, che aveva incominciato da poco ad inquadrare le tappe fondamentali del suo percorso di crescita.
Ero iscritta alla Facoltà di Scienze Dell’educazione, riuscivo a portare a casa sempre buoni voti, non avevo mai preso un 18. Mi piaceva l’ambiante universitario, tranne che per l’ansia a cui mi sottoponeva la seduta di esami.
Non ero una figlia modello o meglio cercavo di esserlo, ma con lei cozzavo sempre. Avevamo dei caratteri, per alcuni aspetti, troppo simili e per altri, completamente differenti.
Ma mi amava incondizionatamente, come io amavo lei.
Ma un destino beffardo e crudele, quel giorno, decise di portarmela via. Via per sempre.
Non potevo immaginare cosa di lì a poco avrebbe cambiato la mia vita.
Furono duri i giorni antecedenti,  in quel letto d’ospedale, tra camici impalliditi, corsie grigie e senza luce, prive di calore umano. Solo io e te e quella mascherina di ossigeno che ti teneva in vita. Fu dura osservare quel tuo sguardo lucido che voleva cercare di capire. Voleva capire attraverso gli occhi di una figlia, se ci sarebbero state delle possibilità. Io ti sussurravo : “ Tranquilla, ritornerai presto a casa con noi.”
Lei mi guardava e mi leggeva dentro, come solo un genitore sa fare. Lo sapeva che non sarebbe successo, ma sapeva anche che non avrebbe mai accettato la verità.
Quei 15 giorni sembravano interminabili e i suoi respiri affannosi erano diventati i miei. Non c’era nulla da fare, le metastasi erano ovunque. Dovevo solo farmi forza e sorreggere il peso del mondo che mi stava crollando addosso e il peso di quell’interminabile sofferenza che non riuscivo a gestire.
Gli ultimi giorni, perse la lucidità, ed entrò in coma. Riuscivo a malapena a reggermi in piedi lì accanto a lei. Facevo fatica a respirare. Facevo fatica a vedermi vivere. Sarei voluta lasciarmi andare anch’io, ma lo sguardo di mio padre perso nel vuoto, mi distolsero da lei e mi riportarono a lui. Lei dovevi andare. Era stato già deciso e nessuno c’aveva chiesto il consenso. Lui doveva reggersi invece. Dovevo essere io il suo pilastro e viceversa.
Uscii fuori a piangere non riuscivo più a vederla in quello stato. Presi una boccata d’aria, e nell’arco di pochi minuti, mi abbandonò per sempre. Quel PER SEMPRE, lo odiavo con tutta me stessa. 
Non ci fu il tempo per pensare. Si doveva pensare all’organizzazione del funerale. Dovevo riappropriarmi della mia lucidità ed andare avanti e così feci.
Dovevo assuefarmi di quel vuoto che stava facendo delle crepe dentro di me e nello stesso tempo continuare a respirare e a reggermi in piedi.
Quando vennero a sigillare la bara, sentii il ronzio di quel trapano attraversarmi il cervello e una totale disperazione di fondo, che mi faceva tremare le gambe e mi faceva venire la nausea. Come se non fossi più la padrona del mio corpo. Un urlo liberatorio a quel punto, fece sobbalzare tutti gli “spettatori” che erano lì ad assistere alla scena. Un vento spalancò le finestre e la sua anima volò per sempre via di lì.
I giorni seguenti erano soltanto un incubo che non cessava mai. Sentivo la sua voce in ogni angolo, mi giravo ed andavo a cercarla. Ma lei non c’era. Solo vuoto intorno a me e dentro di me.
Da lì in poi, quando nemmeno la sua voce veniva più a farmi compagnia, decisi di adottare un’unica via d’uscita: l’autolesionismo. Mangiavo a sbavo, incurante di nulla, aggressiva, sempre scontrosa, bevevo quel poco che serviva a farmi vomitare l’anima. Conoscevo gente pessima, mi circondavo della loro presenza. Rientravo all’alba e facevo quel ca**o che volevo. Senza regole. Ero diventata ingestibile. Con mio padre indossavo la “maschera” più bella che possedevo e avevo imparato a fingere bene.
Non volevo che lui potesse assistere, al degrado al quale mi ero inabissata.
Non stavo bene con me stessa e di conseguenza non stavo 
bene con nessuno.
Il mio mondo sarebbe potuto finire anche lì. 

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Alisea ha pasticciato qui alle 22:05 - Link - commenti (3)