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Dentroadunsognomalconcio

Giovedì, 29 Novembre 2012, 17:53

Parlarne adesso forse fa ridere, ma se tutti quelli che sono passati nella mia vita vorrebbero avanzare pretese sarebbe davvero un manicomio a cielo aperto. Il termine esatto è passati, perché non tutti restano, non tutti hanno le capacità per sopportare i tuoi difetti e per pensare che forse anche quelli siano carini. Molti non ne hanno il coraggio, altri non ne hanno la forza, spesso si preferisce prendere l’autostrada, piuttosto che passare per la periferia. L’autostrada è veloce,  si arriva a destinazione senza neanche troppi sforzi, in periferia ci sono i gatti randagi da evitare, le auto vecchie dei pensionati che ancora vogliono guidare, gli innamorati nascosti a fare l’amore che occupano troppo spazio. Ma io quelli che amano le cose facili neanche li sopporto, credo che non abbiano semplicemente avuto il coraggio di camminarmi accanto, perché io sono una persona complicata da sopportare, se mi stai troppo vicino rischio di impazzire, ma se ti allontani un centimetro di più credo già che tu non mi voglia più bene, con me ci vuole la giusta misura, la giusta distanza, le giuste parole. Ma amo anche quelli che sbagliano, perché se sbagliano significa che ci hanno provato e allora non posso che applaudire. Ma quelli che sono passati e basta allora al diavolo, perché quando stavo male loro non c’erano, erano forse in qualche bar a bere rhum vecchio quanto il mondo, erano a guardare il cielo, erano forse con la testa saldata su un libro, erano per strada intenti ad innamorarsi, o forse lo erano già, e stavano soltanto camminando con il loro nuovo amore. Quando chiedevo aiuto nessuno mi ascoltava, avevano la musica ad alto volume e così tanta voglia di ballare da stramazzare sul pavimento. Quando desideravo spegnermi e basta loro non c’erano, avevano impegni più urgenti, stelle da catturare nel loro retino, desideravano semplicemente vivere, ed io in quello stato rappresentavo forse la cosa opposta, ma qualcuno che mi ha amata anche in lacrime, anche a pezzi, c’è stato e c’è ancora, qualcuno che ha sopportato i miei lamenti, qualcuno che mettendo da parte l’orgoglio ha cercato di starmi accanto, e di aiutarmi a rimettermi in piedi, è a loro che dico grazie, e a voi venditori di stelle, cabarettisti di strada, mimo di affetti, dico soltanto che dovreste imparare ad amare, perché ciò che fate non gli assomiglia neppure lontanamente.

By miriana

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Mercoledì, 21 Novembre 2012, 18:15

Gli occhi mi fanno impazzire, lo ammetto!

Credo che non ci sia niente di più vero di due cristalli, fari sul mondo.
Li abbiamo tutti più o meno uguali. Io sono nata con gli occhi blu, blu notte dice mia madre,
poi malcapitatamente sono diventati castani, tendenti al nocciola sotto il sole.
Non mi piacciono molto, ma ciò che di bello hanno è la loro autenticità.
Non si nascondono dietro false speranze o astute illusioni,
portano la loro gioia e il loro dolore con una tale fierezza da ferire persino i carnefici.
Sanno piangere e ridere senza il malvezzo della vergogna,
sanno prendere fuoco quando si innamorano delle cose più stupide,
e sanno allo stesso modo diventare più cupi di un pozzo senza fondo quando qualcuno si diverte a tirare calci e pugni.
I miei occhi sanno essere vivi anche se forse sono morta già un miliardo di volte,
e non hanno paura di prender freddo né di schiudersi al sole.
Quando conosco qualcuno cerco di tuffarmi dentro i loro occhi, preferisco quelli azzurri come il cielo,
quelli mi danno la strana illusione di respirare tra le nuvole, o quelli neri come la pece,
essi stessi lampioni del loro buio. Mi ci tuffo con sincerità cercando un piccolo difetto, un grande pregio.
Gli occhi mi raccontano chi sono le persone, cosa hanno fatto, quante volte hanno amato a vuoto, e quante invece  il loro cuore è scoppiato di gioia.
I miei raccontano la storia di una folle disperata che si fida più di uno sguardo piuttosto che di un bacio caldo come il mare dei Caraibi.

By miriana

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Domenica, 18 Novembre 2012, 16:44

La cosa bella è che io con le persone ci parlo sempre, non è una questione di simpatia, quella non c’è neppure sempre, è che alle persone importanti della mia vita io prendo il mio cuore, lo metto in una busta di plastica, e lo regalo senza pensarci due volte. Qualche volta la busta si è bucata, o forse qualcuno ha preferito fargli prendere così tanta aria da farlo scoppiare. Regalare il cuore non è una cosa da poco, è uno di quei regali che dovresti fare poco, e invece io do sempre quello, forse perché non saprei cos’altro dare, se non quell’assurdo muscolo che tanto ha fatto e continua a fare da padrone nella mia piccola vita. Ho sempre straparlato, e straparlando ho fatto magari guai, costruito ponti che sapevano d’amore, altri con il ghigno della gelosia. Con le mie parole qualche volta ho abbattuto silenzi, e altre ho dato vita ad altrettante pause sonore da poter riempire uno stadio di rabbia e risentimento. Qualche volta ho pianto anche solo con una parola, e ho riso di un semplice errore, di uno stupido tizio incontrato per caso.  Con i miei discorsi avrò fatto innamorare qualcuno, e magari far capire a qualcun altro che quell’amore era al capolinea, tanto quanto un treno pronto a schiantarsi sulla corsia opposta. Ho fatto dei miei pensieri dei sacrilegi d’amore, e delle mie paure dei burroni dentro il quale farci una festa. Ho sperato che le mie preghiere potessero dare un senso alla mia, e alla loro vita, la vita di quelli che amo, che ho amato, e che magari riuscirò ad amare un giorno. Pensavo che d’amore si vive, e d’amore si muore, per lo stesso motivo per il quale il mondo continua a girare.

By miriana

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Domenica, 11 Novembre 2012, 18:19

Bianca in viso come la neve, si stringe al suo vestito come fosse una placca d’oro e d’argento, ha le fiamme dell’inferno nello sguardo e l’oscurità della torre dentro la quale qualcuna l’aveva messa a dormire fin dentro l’anima. Non ha più le gote pulite, né i capelli ben spazzolati, ha il freddo delle catene nelle ossa quasi rotte, e il silenzio della prigione che  pugnala la mente in più punti vicini e stretti. Non si lascia cadere, ma è intenta ad osservare il vuoto mentre il cosmo continua a girare, anche gli uccelli si sono abituati alla sua assenza, ma furtivi, mentre la regina Ravenna non li sta a guardare, quasi sembrano aspettare la ragazza più bella del Reame varcare la soglia di quel castello incantato, e tornare Regina. Il cielo non ha smesso di piangere però, e non c’è giorno in cui le sue nuvole non siano solidali alla sua triste scomparsa, non tutti credono che la ragazza sia morta, qualcuno pensa ancora che sia prigioniera nel castello, e non è una bugia stupida, Biancaneve dorme ancora lì, non lo fa per tutto il giorno come racconta quella strana leggenda, neanche aspetta il principe azzurro, non crede che qualcuno rischierà la sua vita pur di salvarla, né che la regina cattiva tutto d’un tratto smetta di odiarla. Il suo unico peccato è la bellezza che si porta in viso, ha la grazia nella bocca rossa che muove sempre troppo poco, ma mai in momenti inopportuni, ha la serenità di una parola soltanto cantata, e il regal vizio di aspettare che l’altra persona smetta anche solo di respirare per poi replicare il suo pensiero. La sua pelle è un autostrada di pensieri potenti, e le sue mani costruiranno la spada che soltanto ella saprà maneggiare senza la sanguinaria cattiveria degli uomini, lei è mortale, seppur non lo sembri, ha il coraggio di chi toccando terra non potrebbe mai soccombere. Ma non è bella soltanto fuori, ciò che si porta dentro è di gran lunga superiore a ciò che traspare fuori, ha l’esplosione di una gioia multipla dentro lo stomaco, e un amore che aspetta soltanto un destinatario e un caldo nido. Un giorno la triste ragazza aspettando un inverno ricco di neve, si alzò in piedi, e scrollandosi la polvere scura dal vestito che portava ormai da anni, si arrampicò all’inferriata, diede uno sguardo agli alberi di sotto che ormai ripiegati su sé stessi erano colmi di neve, quasi con tutta la forza che aveva dentro con un grosso spintone la porta della sua prigione si piegò in due parti, e la ragazza poté scappare velocemente dietro gli angoli nascosti del castello che soltanto ella conosceva, angoli bui, angoli che soltanto il vero padrone di quel posto poteva conoscere, Biancaneve non vedeva la luce da anni, e ricordava a malapena casa sua, soprattutto per il fatto che quel castello non assomigliava neanche un po’ a quello che amò tanto da bambina. Biancaneve d’un tratto divenne lucente come la luce del sole che scioglie la neve più fitta, il suo vestito vecchio divenne così bello da fare invidia a chiunque gli posasse  su lo sguardo, i suoi capelli più scuri della notte si arricciarono di magiche onde, e con la spada ancora infissa nel terreno chissà da quale rivoluzionario già dormiente in una fossa, affrontò Ravenna senza curarsi del fatto che avrebbe anche potuto perdere, che magari un giorno la casualità della vita le avrebbe restituito la libertà senza troppi sforzi, ma non volle aspettare, la ragazza voleva essere ella stessa il suo bel destino, non voleva che qualcun altro combattesse al posto suo, voleva liberarsi di quel vecchio incantesimo che la teneva prigioniera ad un impolverato letto e vittima di una mela avvelenata. Non un morso, né due, avrebbero ucciso la bella regina che tutti attendevano. Biancaneve sorrise ma si dispiacque persino di quelle gocce di sangue che la vecchia regina aveva sparso sul bel pavimento di un tempo.  La regina buona con la spada e il sorriso più bello restituì al suo popolo la libertà tanto sognata, e a sé stessa regalò un bacio d’amore lungo come l’infinito, e dolce quanto il suo nome.

 


By miriana

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Giovedì, 01 Novembre 2012, 20:00

Non c’ho mai pensato a come sarebbe essere famosi per davvero, a volte fingo di esserlo, provo nella mia testa discorsi e frasi serie da dire magari ad una conferenza, una di quelle dove le persone ti fissano come fossi un Dio, una di quelle dove resti con i pugni piegati su sé stessi sotto al bancone di legno per tutta la durata del tempo, non perché quella gente è cattiva o spietata, ma perché  la pressione è così grande che non riesci a sopportarla. Io non so perché voglio diventare una scrittrice di professione, potrei esserlo per me stessa, potrei scrivere magari le fiabe ai miei figli, potrei riempire il mio computer con milioni di storie, così soltanto per passatempo, invece no, quando penso ad un futuro, penso sempre al fatto che la gente mi riconoscerà per strada, che magari qualcuno leggendo un  mio romanzo trovi la forza di alzare quella cornetta e chiamare una persona lontana, che qualcuno pianga del mio pianto nascosto, che qualcuno in quelle troppe righe nere piazzate su un foglio bianco, ci trovi un po’ della sua vita. Io volevo diventare una contorsionista, quando mi chiedevano quale fosse il mio sogno rispondevo sempre quello, mi immaginavo in un grosso circo, circondata da elefanti e da strane donne con la bocca dipinta di rosso, non l’ho mai capito il reale motivo di quel grande sogno, so che sul tavolo della cucina cercavo di piegare la gamba così tanto da riuscire a raggiungere il collo, qualche volta ci sono anche riuscita, poi i chili e l’anzianità precoce mi hanno fermata ad una sedia. Ma non è questo il punto, è che non ricordo perché ho iniziato a scrivere, non so se fuori pioveva o c’era il sole, non so se mia madre quel giorno mi avesse accarezzata, o se la mia bambola mi avesse sorriso un po’ di più da farmi capire che l’immaginazione è la cosa più importante che io possa avere. Mi ha aiutato parecchio quel sogno, e continua a farlo ancora oggi, scrivere mi ha sempre fatto sentire meno sola, anche magari in mezzo ad un mucchio di persone, non capisco come facessi, ma ci riuscivo davvero a sentirmi strana e diversa anche avendo a disposizione bambini e bambine di ogni genere ed età, mi sentivo non speciale in modo positivo, piuttosto temevo che potessi sembrare agli altri troppo stramba se invece di farmi un giro per i corridoio della scuola, prendessi la penna come fosse un pennello da pittore, e ci passassi quei dieci minuti con una tale voglia da far paura. Erano stupide le poesie che scrivevo, se le rileggo oggi riesco a ridere anche per quaranta minuti di fila, parlavo di amori e di ipotetici sentimenti anche senza averne mai provato l’emozione che ti spinge ad amare. Amavo solo i miei genitori all’epoca, o forse anche qualcun altro che avesse la mia altezza e i miei stessi denti assenti, ma non sapevo cosa significasse essere una cosa e l’altra, essere pieni e sazi senza aver mangiato un piatto di patatine. Mi immagino così’  grande e grossa, dietro ad un microfono scuro che faccia sembrare la mia voce ancora più ridicola e da barbie, sarò nervosa, le mie gambe si muoveranno alla velocità di un treno, e mi mancherà la voce magari mentre qualcuno tenterà di farmi una domanda su quel romanzo vendutissimo in ogni parte dell’Italia. Io non avrò bisogno di prepararmi nonostante l’amnesia precoce, ma i miei personaggi sono figli miei, le cose che invento sono sempre state nella mia testa, hanno fatto a pugni con i miei sogni da bambina, e hanno convissuto con il concreto desiderio di trovarmi un mestiere serio, uno di quello con cui ci compri il pane, ma se dovessi trovarmi dietro a quel microfono significherà che non avrò mollato, che sarò stata tenace e severa con me stessa anche quando arriveranno quei giorni in cui mi sentirò una fallita, significherà che avrò lottato per avere una penna ed un foglio tutta la vita tra le dita, significherà che la contorsionista avrà lasciato spazio a quella giovane donna, a quella madre premurosa, a quella figlia che fa di un sacrificio un dono prezioso, a quella stupida e piccola bambina che ancora mi dormirà dentro per cento anni ancora.

 


By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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