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Dentroadunsognomalconcio

Giovedì, 26 Gennaio 2017, 17:15

Sono sempre stata alla costante ricerca di qualcosa di più. E’ da quando sono bambina che mi sento in cerca di qualcosa di prezioso, grande, grandissimo, persino più grande di me, quando mi chiedo cosa sia non so darmi una risposta. Nel corso degli anni qualcuno mi ha detto che sono destinata a qualcosa di grande, inizialmente pensavo si trattasse di un errore di sopravvalutazione, ho ben compreso che non c’era da fare i conti con la mia autostima, o con l’idea che avessero gli altri di me, il problema non era che quella cosa grandissima che mi stava aspettando fosse lì come una prova, e che solo i più audaci e i più in gamba avrebbero potuto superarla. Non si trattava di questo, né di un sacrificio, forse neppure di un desiderio, forse non si trattava nemmeno delle persone, si trattava di me e soltanto me. Di me che sarei stata qualcosa nel mondo, o meglio qualcuno. Da bambina cercavo la fama, volevo a tutti i costi essere qualcuno, e scioccamente pensavo che prima del compimento dei miei quindici anni avrei fatto il botto, e il mio nome sarebbe stato in ogni libreria d’italia. Col tempo questo desiderio si è affievolito, certo non mi dispiacerebbe se un giorno qualcuno potesse tenere il mio libro sul comodino, proprio accanto a letto, che avesse smesso di piangere dopo avermi letto, o che avesse iniziato a farlo sorpreso dall’emozione.

Ciò che voglio adesso è non essere dimenticata. Voglio che qualcuno mi tenga così dentro da non riuscire a lavarmi via, un po’ come succede alla ruggine, che ti si pianta sui vestiti, e non riesci a toglierla via. Non smacchi, non ci provi nemmeno, perché sai che non potrai farcela contro di lei. O come la pioggia, che quando arriva la accetti con pazienza e conforto, immagini che la terra si sia abbeverando, e che i fiumi secchi possano respirare un po’, e che la calura d’estate grazie ad essa possa smorzarsi a poco a poco.

Voglio che il mio nome ti si appicchi addosso, che più provi a tirarlo dalla pelle, più questo ti ustiona. E quando smetterai di lottare capirai che in fondo se ci fossi riuscito a mandarmi via, in qualche assurdo modo, in qualche folle tempo e spazio, ti sarei mancata.

Voglio mancarti maledettamente, anche quando ci sono, perché sai di non averne mai abbastanza. Voglio essere il posto dove sbatti i pugni quando sei nervoso, e il cuscino su cui posare le tempie stanche. Voglio che quando mi guardi ci vedi tutto, e quel tutto smetta di spaventarti ogni tanto. Voglio diventare la tua più grande ossessione, e la tua pioggia, e la neve che ti bagna il vialetto di casa, e il vento che ti butta giù la porta. Voglio che quando ti ritrovi a pensare, io sia il tuo primo pensiero, e che quando inizierai a cantare vorresti cantare forte per me. Voglio essere quella grande cosa che in fondo cercavo per il mondo, ma altro non era che io, e voglio esserlo per te.

A volte tremo al pensiero che anche tu possa dimenticarmi, mi dà conforto il fatto che dopo anni tu non l’abbia ancora fatto. Mi chiedo se non sia stata già ossessione, e pioggia, e neve. Mi chiedo se tu non abbia già per caso posato le tue tempie stanche su di me, se non abbia già cantato forte, e se hai già smesso ogni tanto, solo un po’, di avere paura di me.

E se ti stai chiedendo cos’altro ancora stia desiderando, sto addormentandomi con te.

Strano, quando sono con te riesco a vedere le stelle anche in mezzo al temporale

By miriana

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Sabato, 07 Gennaio 2017, 19:05

C’era una volta un pulcino, i suoi occhi erano così piccoli che chiunque si sforzasse a guardarli, si perdeva in due buchi microscopici e bui. Il pulcino era una pulcina tanto vanitosa quanto insicura, passava le sue giornate a specchiarsi nelle pozze d’acqua per trovare anche solo un dettaglio speciale nel suo piccolo visino. Un giorno, addormentato su un ramo alto alto, di un albero del parco, vide un’ aquila reale. Il suo becco sembrava quasi fatto d’oro, le sue ali erano coperte da schegge infuocate e il suo respiro era così dolce che non sembrava affatto appartenere ad un’ aquila selvaggia. La piccola pulcina a passi incerti guadagnò terreno, e aiuola dopo aiuola raggiunse il ramo alto alto, si mise ai piedi dell’albero centenario e con il suo musetto piccolo quanto una goccia d’acqua, passò tutto il suo tempo a rimirare l’aquila dormire. Quando essa si destò, e in cielo si fece buio, l’aquila si accorse di quel piccolo esserino, spalancò le sue ali grosse e lo raggiunse, beccò qua e là, la pulcina non ebbe paura neanche un istante, ma gli sorrise forte come a sorridere ad un amico. L’aquila che spaventava tutti e aveva spesso problemi nel sentirsi se stesso, poggiò le sue ali lungo i fianchi della pulcina, e quando la sera divenne notte rimase a vegliare sul suo sonno per tutto il tempo a seguire. Giorno dopo giorno la pulcina crebbe in grandezza e bellezza. L’aquila non la lasciava mai sola, ma la pulcina era curiosa, e tante erano le sue domande.

-Perché non posso volare come te?-

-Perché tu sei diversa.-

-Perché sono diversa?-

-Perché tu non rischi come noi, perché sei unica, e perché non mi assomigli.-

-Io voglio assomigliarti e voglio volare accanto a te.-

-Non puoi, non voglio.-

 

Queste erano le domande di sempre, queste erano le risposte di sempre.

 La pulcina si innamorò perdutamente dell’aquila selvaggia, e per quanto esso fosse a sua volta completamente perso di quell’esserino di terra, non riusciva mai a darle il rischio che sarebbe costato il suo amore. Più la pulcina gli confessava il suo amore, più l’aquila le diceva che non aveva molto senso, alchè un giorno, confidando sulla realtà delle cose rispose alla pulcina che lui l’avrebbe amata e scelta tra tante, solo se un giorno ella gli sarebbe assomigliata, solo se ella avrebbe volato al suo fianco.

 

La pulcina pianse per tre giorni di fila, tanti erano i galli a farle la corte, ma lei non voleva un gallo, non voleva nessuno che non fosse la sua bella aquila selvaggia, così di notte poco prima di dormire, le si presentò la luce fatua dei desideri. Quella piccola luce le chiese allora quale fosse il suo grande sogno, e a cosa sarebbe stata disposta a rinunciare per esso. La pulcina disse alla luce fatua che voleva essere un’ aquila reale, e che avrebbe rinunciato per sempre ad essere della sua specie per quanto le piacesse. Così la luce fatua le entrò nel petto, e prima che facesse giorno il suo aspettò mutò totalmente.

Quando ella si ridestò pensò fosse stato solo uno strano sogno, ma quando si avvicinò alla pozza d’acqua lasciata dalla pioggia notturna, notò che il suo aspetto era assolutamente diverso. Le sue piccole ali non funzionanti adesso erano grandi e piumate, ricoperte da schegge biancastre, il suo piccolo becco, era ormai una grande bocca d’oro, e i suoi minuscoli occhi adesso erano due grandi punti luminosi. Quando l’aquila selvaggia si posò sul suo ramo, nel parchetto della città, dove ogni giorno faceva visita alla sua pulcina si accorse che ella era sparita, provocandogli una profonda angoscia, prima che potesse partire in cerca della sua piccola amata, l’aquilotta batté le ali per la prima volta e raggiunse a gran fatica il ramo alto alto, quello dove aveva sempre visto il suo innamorato.

-Sono io mio dolce amore..-

L’aquila selvaggia si accorse di chi si trattasse da quella voce sottile ed elegante

-Pulcina?-

-Tu avevi detto che semmai fossi stata in grado di volare e se ti fossi assomigliata, in qualche modo mi avresti amata, eccomi..-

-Tu sei pazza… non tornerai mai più come prima.-

-Non voglio tornare come prima se il mio aspetto ostacola il nostro amore.-

-E’ questo aspetto che lo ostacolerà sempre, adesso sei troppo uguale a me, io non ti voglio così. Ne ho cento mila uguali a te, vattene via!-

Le parole dell’aquila furono così violente, che l’aquilotta perse quota, cadde fino a schiantarsi sull’erba bagnata. L’aquila la trovava assolutamente ripugnante, l’aveva per sempre bandita dal suo cuore. Tanto era l’amore che provava per quel rapace che non aveva avuto problemi a rinunciare a sé stessa,  ma quando l’aquila ripartì in cerca di qualcuno di diverso, qualcuno che potesse essere come la pulcina, l’aquilotta divenne spenta, fino a non muoversi più dal ramo alto alto, dove il suo amato non vi fece più ritorno.

 

L’aquilotta non sarebbe più ritornata pulcina, e l’aquila selvaggia non sarebbe mai più ritornato da una così uguale alle altre, non l’avrebbe mai più amata come una volta.

 

L’aquilotta si ammalò gravemente, si lasciò poi morire sul quell’albero antico, dove una volta aveva visto la cupola della città sulle ali del suo amato profondissimo amore.

By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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