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Dentroadunsognomalconcio

Mercoledì, 08 Febbraio 2017, 17:52

A volte ho come la sensazione di non essere  in grado di amare. Non sono capace, mi sfugge sempre tutto di mano, mi apro il petto, lascio che il cuore fuoriesca, che la bocca parli, che i denti battano, che le braccia abbraccino e che gli occhi parlino, che tutto questo appaia agli altri molto bello, ma in un secondo momento appare soltanto troppo. Credo di non essere brava ad amare, perché non sono adatta, perché forse non riesco ad amarmi, perché non mi amo, perché soffro della sindrome dell’abbandono, un po’ come un cane ferito che si trascina morente sull’autostrada. Il suo padrone ha giocato tanto con lui, gli ha insegnato tante cose, facendosi insegnare tanto, ma non appena il cane si è slogato la zampa, soltanto un po’, il suo padrone ha preferito prendere un cane più apposto, per cui non ci volesse del tempo per metterlo in sesto, un cane per cui non spendere medicine, amore, o tempo.

 Il tempo, quello che rivendico sempre. Mi sento sempre fuori tempo, e cerco sempre di avere del tempo dagli altri, poi quando mi viene dato mi sento in difetto, perché so che quel tempo sarebbe potuto essere speso in maniera differente, ma perché con me? Tutto il mio amore, che riempiva i polmoni, accarezzava le ossa e distendeva la mente, si trasforma per gli altri in una rete da trappola, in una se vai via vado via anche io, in un se non sei qua, piangerò e sarà colpa tua. Mi chiedo se esista un modo giusto di amare, o per amare qualcun altro. Mi chiedo se l’amore non sia universale, se non c’è niente da spiegare, se non è forse tutto scontato che io voglia stare con te e tu voglia stare con me , distesi, nello stesso letto ad accarezzarci i capelli, a raccontarci la vita, con i piedi ben saldi al muro di destra e la testa all’indietro, come a guardarti. Mi chiedo se non sia spontaneo addormentarsi al telefono, gridarsi un –non andare- prima ancora che l’altro abbia fatto un passo. Mi chiedo se ci sia un modo sbagliato di dire le cose, di sorridersi forte, di farsi un regalo, di tenersi i ricordi dentro, e le foto tra le dita, se non è forse amore anche il fatto di litigare, e fare la pace, perché il giorno non vale la pena passarlo senza l’altro, e la notte non ha senso alcuno senza darsi la buonanotte. Mi chiedo se amare non sia dare tutto ciò che si possiede, senza pretendere nulla, ma aspettarsi di tutto. Se amore non è amore, quando prometti, e prometti davvero, e quella promessa mantiene un valore per sempre. Amore  è amore quando non si chiede all’altro di fare la tua stessa fatica, quando tiri via lo strofinaccio,  e sorridendo finisci quei piatti incrostati. Amore è quando lasci dormire l’altro, nel mentre puoi guardarlo per ricordarti ogni dettaglio, se quando sei stanco sai di poter non parlare, ma di toccare le sue braccia e sentire la vita che scorre dal suo sangue al tuo, amore è quando taci e sai tutto, quando dici tutto ma la cosa più bella deve ancora esplodere nella tua testa. Amore è quando non dimentichi, ma sai perdonare, quando accarezzi la sua pelle con fragilità e passione, come a costruire un vaso e avere paura di romperlo.

Amore è amore perché ha mille facce, mille modi di essere, e di radicarsi dentro. Amore è tutto ciò che sembra tale, anche quello che non ha un nome, ma che ti sa addormentare.

Piango perché non so amare, perché sono ridicola e fuori di testa, perché nel mezzo delle cose e delle persone c’è sempre qualcuno con la sua faccia d’oro più bravo di me nello scegliere i regali, nello stare zitto al momento giusto, nell’amare troppo e mai troppo abbastanza, nel trattenerlo dai suoi impegni, facendo dimenticare ogni cosa da fare, senza togliergli il respiro.

Io tolgo il respiro, e il tempo, e gli impegni, e la ragione, e la pace.

Sono brava solo a togliere, mai a dare.

Quello che dò è una valanga che soffoca, che sopprime e spaventa.

Quello che dò è così tanto che in fondo si preferisce il niente.

Sono facilmente dimenticata.

By miriana

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Martedì, 07 Febbraio 2017, 16:47

Quando andavo alle medie avevo problemi con la mia professoressa di matematica. Lei non vedeva in me quello che in molti vedevano. Mi diceva spesso con la sua espressione arrogante, che non mi sarebbe bastato fingermi una scrittrice se poi nelle altre cose non ero brava, o meglio non lo diceva mai a me, si riferiva all’intera classe, 30 ragazzi assolutamente ordinari, non che nell’essere ordinari ci sia qualcosa di brutto, dicendo che non sarebbe bastato a qualcuno di noi fare gli scrittori se poi di numeri non ci capivamo niente. Elargiva il suo discorso a tutti, per poi, sulla fine, puntare il suo sguardo cattivo su di me. Lei odiava il fatto che io avessi un sogno, e che per quel sogno ero disposta a grandi cose. Non sopportava il fatto che la professoressa d’italiano portasse i miei temi in sala di consiglio per farli leggere agli altri. -E’ solo una ragazzina che sa usare bene il congiuntivo- diceva lei sottovoce. Per la mia professoressa ero molto più di una ragazzina che sapeva coniugare i verbi, lei pensava che io avessi talento, ripeteva ai miei di permettermi di sbocciare, di non lasciar morire tutto quel talento, e di valorizzarmi, starmi a sentire, anche se spesso riuscivo a parlare poco. Anche il professore di francese mi amava a modo suo, diceva che io avessi un’ attitudine alla lingua piuttosto eccezionale, pensava che certe cose mi venissero spontanee come a pochi. Io con loro due mi sentivo a casa, non che mi piacessero solo i loro complimenti, ma mi piaceva il fatto di non voler deluderli, di dare il massimo ogni volta per sbalordirli sempre di più. Le prima volte che la prof di matematica mi muoveva quelle accuse, io abbassavo la testa, pensavo tra me e me se scrivere così, in modo diverso dagli altri, non mi avrebbe portato problemi, non avesse fatto di me quella strana, quella incomprensibile. Sentivo la mia diversità come un peso da portare piuttosto che un premio del destino. D’altra parte cercavo di innamorarmi dei numeri, cercavo di impegnarmi sul serio, di prendere dei bei voti, di interessarmi alle espressioni algebriche molto più che a Leopardi o Manzoni, o al tema libero. Passavo i miei pomeriggi a buttare sangue sul libro giallo di algebra, mia madre mi diceva- basta così, se non ci riesci lei ti capirà- Io sapevo che non avrebbe capito, soprattutto se a non aver capito la lezione ero io. Consumavo le matite e le gomme a furia di segnare e cancellare, calcolare e riprovare, spesso la mia testa dura riusciva a combinare qualcosa di buono, arrivavo alle nove di sera con le dita sporche di matita e il tavolo ricoperto di cancellature. Il giorno dopo speravo che lei avesse apprezzato i miei sforzi, che in qualche modo riuscisse a vedere anche un quarto di ciò che vedevano gli altri in me, ma per lei restavo solo una ragazzina presuntuosa dalla penna fortunata. Nonostante tutti i miei sforzi, i numeri non mi piacevano mai più delle lettere, non riuscivano a mettere ordine nella mia testa, per quanto un calcolo riuscito bene desse la soluzione di un casino, le lettere per me restavano il modo migliore di mettere in ordine le cose. Scrivere mi faceva sentire me stessa, rendeva possibile cose che in realtà non lo erano, e soprattutto mi davano una dimensione che fosse mia. Io ero quello, io ero brava in quello, io potevo essere quello se mi fossi impegnata ancora e ancora. Sfortunatamente agli esami di terza media la mia professoressa di italiano si ruppe una gamba, il mio tema fu letto anche dalla prof di matematica. Quando mi sedetti al tavolo della commissione sapevo benissimo che mi avrebbe fatto nera. Lei era molto amica del professore di tecnica. Erano cucchiaio e forchetta, bottone e camicia. Non abbassai mai la testa, non mostravo la mia paura. Mi tenevo la mano stretta ai jeans, e li fissavo negli occhi. Non furono per niente gentili o carini, o comprensivi. Nonostante io avessi fatto i miei tre anni in modo impeccabile, alcuno sconto mi fu fatto. La prof mi sventolò il tema sulla faccia, mi guardò e mi disse –niente da dire, ordinario come sempre, nessuno si aspettava il contrario.- Non c’erano errori di ortografia o grammatica, ma che fosse corretto non mi rendeva entusiasta neanche un po’, volevo che qualcuno ci avesse visto il cuore in quelle righe blu su un foglio bianco, ma lei non ce lo vedeva mai, lei notava solo i numeri che mi mancavano. Con lo stesso sguardo incattivito iniziò a farmi una serie di domande tutte difficili. Pensai che fosse davvero facile farmi la guerra senza il mio generale presente, tuttavia pensai che la vita mi avesse messo alla prova, così, pensai di potercela fare. Risposi a molte delle domande, quando arrivammo agli esercizi di matematica, mi disse che avevo svolto bene più o meno tutto, ma che i numeri non sarebbero mai stati dalla mia parte. Lo credo anche io, d’altronde nel corso degli anni ho sempre impiegato molta fatica a capirci qualcosa, anche se a dire il vero il non essermi mai arresa ha dato i suoi frutti.

A distanza di anni ho capito che i numeri, aveva ragione Lei, non saranno mai dalla mia parte, ma che le lettere lo saranno sempre, perché sono mie, perché mi appartengono, perché le sento dentro e fuori, perché mi mettono pace, mi distraggono, mi incollano gli squarci, stanno a sentire i miei malesseri, e qualche volta emozionano chi in me vede qualcosa, a differenza sua.

Le lettere mi permettono di non pensare a nulla, esattamente come in questo momento disperatissimo, dove non voglio pensare, dove non posso pensare, e allora scrivo, e parlo di me, di una me lontana, che non si è mai allontanata troppo.

By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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