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Dentroadunsognomalconcio

Venerdì, 17 Novembre 2017, 19:27

Alice non aveva mai dormito con nessuno, a volte pensava che rientrasse nelle pratiche comuni che la gente si ritrova ad affrontare tutti i giorni, altre volte la cosa la spaventava a morte:- perché quando dormi non hai più i vestiti, e senza vestiti ti si vede il cuore.-
Amava quel ragazzo, lo amava forse più di sé stessa in certi momenti, ma non aveva mai avuto occasione di dormirci insieme, sarebbe sciocco raccontare che non avevano già fatto l’amore o si erano appisolati qua e là in macchina, sfatti e sudati, ma dormire insieme, beh, quello mai.
I più scettici staranno pensando che archiviata la pratica sesso non ci sia più bisogno di temere o desiderare nulla.
Alice temeva e desiderava la stessa cosa da moltissimi mesi, che quando Lui le aveva chiesto se avesse voglia di restare, quella sera, a casa sua, nel suo letto, lei si era sentita piccola e intontita come dopo una sbronza. Aveva poi scrollato le spalle, quasi ad essere infelice di quella proposta, ma dentro, il cuore stava già facendo percorsi sulla neve con capriole e slittino.
Quando entrò in stanza il letto di lui era spiegazzato qua e là, quasi come se qualcuno ci avesse fatto un’ ora di sesso, le lenzuola erano di ogni colore del mondo, le coperte pure. Faceva freddo lì dentro, tanto che i denti si battevano tra di loro in cerca di riparo, ma niente: il freddo della stanza rendeva difficile ogni cosa, ma non –il guardarsi-
Alice aveva uno strano potere negli occhi, quando lei guardava lui, lo spogliava senza usare le mani, e quando lui guardava lei, lei non aveva più bisogno di mettersi a riparo. Le mostrava ogni difetto, voleva svegliarsi e farsi vedere senza trucco in faccia, di come i suoi occhi riescano ad essere gonfi di prima mattina, di come la bocca che tanto lui amava fosse a tratti secca e tiepida, di come i capelli arricciati potessero risultare arruffati, sparsi qua e là sul cuscino, in mezzo alle federe coi puzzle. Voleva che la luce del mattino filtrando attraverso le finestre della camera puntasse dritta sui suoi difetti maggiori, su quelle smagliature impercettibili sui fianchi di qualche chilo fa, sulle cosce più grosse rispetto alle altre parti del corpo, su quel filo di pancia che se ne stava lì in allerta in attesa che qualcuno lo strattonasse via.
Alice non voleva più nascondersi, anche se la paura le faceva tremare le gambe.
Col freddo folle di quella stanza e di quella stagione, non ci pensò due volte, tirò giù i vestiti, restando nuda ai piedi del letto, lui che l’aveva già vista diverse volte nuda, quella volta ebbe come un sussulto, così a luce accesa, ai piedi di un letto, davanti ai suoi occhi senza preavviso, senza domande.
Nuda, come si sentiva ogni volta che lo amava, senza riserve, senza protezioni, senza richieste.
Alice era nuda e il suo corpo ancora poco abbronzato dall’estate era immobile e freddo. Lui le diede la mano e la fece sedere sul letto, poi fece lo stesso, tirò giù i vestiti, restando nudo e sbigottito.
Alice pensò che non c’era più bisogno di giocare alla commedia, se non ci fossero stati più segreti, le bugie non avrebbero avuto più senso, e tutto sarebbe stato migliore.
Allora pensò che se il suo corpo si adagiava al suo, nuda come mai era stata, le sue funzioni vitali si sarebbero allacciate a quelle di lui.
Cuore, che si allaccia al suo cuore. E batte come un tamburo, e poi si addormenta, fino a non sentirsi più, che fa come una cantilena, che si prende le pause giuste e i ritmi sensati, che ticchetta con precisione e si acquieta quando il suo cuore si acquieta.
Polmoni che si riempiono dei suoi polmoni, e l’aria che ne sarebbe uscita sarebbe stata così lieve che nessun respiro gli sarebbe mai assomigliato.
Respiro che si inceppa, perché si è troppo vicini, tanto da sentire la voglia esplodere nella gola e nella voce, che si strozza e non riesce più a parlare. Gemiti silenziosi che rimbalzano sulle mura, e danno una mano di vernice alle parole scolorite, che non sanno uscire al di fuori di un pensiero.

Ogni cosa di lei era in lui, ed ogni cosa di lui era in lei.
Era meglio del sesso, e meglio di ogni cosa mai avuta prima, la pratica più intima che due innamorati possano mai sperimentare.
Alice era ad un centimetro dal naso di lui, gli buttava aria sulla fronte, che i suoi capelli spettinati si muovevano in ogni direzione. Aveva gli occhi lucidi dall’emozione, e lui aveva i pensieri vividi negli occhi: non era lì a volerla prendere a tutti i costi, a portarsi dentro le sue gambe e dentro il suo ventre, desiderava toccarle il cuore e restarsene dentro i suoi pensieri segreti, e poi… dentro la sua parola cosciente.
Le braccia di lui serravano la vita di lei, fino a quando con un balzo sottile, Alice non salì sulle gambe, era come seduta su una seggiola d’oro, ma per assurdo migliore. Il suo corpo era assolutamente spe**lare a quello di lui, non passava uno spiffero di vento tra le due figure, non c’era spazio, non c’era ferita infetta che potesse spaventare, non c’era paura di pesi e leve.
Un ingranaggio insano che si tiene su un ingranaggio ancora più insano, ma che per assurdo insieme riuscivano a funzionare bene.
Alice mentre lo fissava, e gli accarezzava la tempia nuda, pensava a come sarebbe stato domani: a che voce terribile avrebbe avuto appena sveglia, in che posizione lui l’avrebbe vista, svegliandosi presto, come sarebbe stato il suo profumo, e che cosa si sarebbero detti appena svegli.
Mentre ci pensava, gli occhi le vorticavano veloci, il cuore correva all’impazzata una maratona insostenibile in mezzo a mille profumi.
Lui profumava di fresco e di fiori, e lei iniziò a profumare di lui, a poco a poco, come una conchiglia colorata che prende le sembianze del suo scoglio muschioso.
Aveva il suo odore in ogni parte: sull’incavo del collo, sulla punta della lingua, sullo spettro scosceso delle gambe, sull’inguine ghiacciato, sulle mani freddissime, in mezzo ai seni, all’incurvatura del ventre, in mezzo ai denti.
Il suo profumo era –il profumo- e se avesse tenuto questo bene a mente, avrebbe capito tutte le altre cose, avrebbe inteso il resto dei quesiti. – Il profumo dei risvegli belli- era esattamente quello, c’era da tenerselo in mente, anche quando poi sarebbe tornata a casa sua.
Lui era -il profumo- e lei la fragranza annessa.
Le lenzuola fresche di quel letto sempre disfatto erano la caverna giusta per un freddo spietato.
Lui le tirò su, fino a coprirle il sedere nudo.
Sotto il buio di quel nascondiglio non fece in tempo a pensare, che gli toccò le labbra con dolcezza.
Un bacio… due baci… tre baci…
Infiniti baci, perché non ce n’è mai abbastanza.
Alice non aveva mai baciato nessuno così, e non aveva più dubbi, neanche lui aveva mai baciato una donna in quel modo. Era come mordersi l’anima, prendersi a morsi con ferocia ma senza volersi ferire.
Erano baci dati con desiderio, e non solo baci da bocca e lingua.
Lui non smetteva, non riusciva mai a smettere, e per quanto avesse dubbi sulla buona riuscita dei suoi baci, lei non aveva mai provato niente di meglio.
Ogni volta che si baciavano si respiravano dentro, e ogni volta che il suo respiro toccava quello di lei, accadeva una strana magia: dove uno riempie l’altro senza incastrarsi per forza.
Quando lui, stanco e appagato si addormentò per primo tenendola stretta al suo corpo, Alice non ebbe più paura della sua nudità, e del suo cuore.
Lei lo sentiva, e quando il suo respiro incasinato, per la prima volta, iniziò ad essere regolare, capì che anche lei era la sua medicina, come lui lo era sempre stato per lei.
Il suo respiro si placò lentamente, come dopo una tormenta, e lei fece lo stesso, a poco a poco, rannicchiata sul suo petto caldo, calma, come mai lo era stata.

Profumo e fragranza
addormentati l’uno sull’altro.

By miriana

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Lunedì, 23 Ottobre 2017, 17:11

Il limite non è uno strapiombo con sotto i lupi e le piante carnivore, non è un burrone dove piove solo pioggia acida, non è quando arrivi fin sopra e batti con la testa su un tappo ermetico, il limite sei tu, e lo raggiungi quando d’un tratto, tutte le cose che conoscevi diventano sconosciute, e tutto quello che sapevi di te, si perde. Non te ne accorgi, non è un nero che diventa bianco, è una gradazione di sfumature che non ti arriva davanti agli occhi, ma che ti impregna il cuore. Ti avvelena –il limite- e non puoi nemmeno difenderti da qualcosa che non si vede, ma che ti sta portando lontana da te stessa. Come un animale feroce che ti prepara le buche dentro le quali poi, in seguito cadrai.
Dal bianco al nero è un attimo, ma è tutto dentro la testa.
Sono tante le cose che ci sconvolgono, poche quelle che pensiamo di conoscere, ma se potessi descrivere il mio limite, potrei disegnarlo con me che salto in una stanza dopo aver mangiato.
E’ che salti i pasti con la convinzione che meno mangi più sarai bella e all’altezza delle persone, poi qualcuno arriva e ti costringe a mangiare, sotto minaccia, allora tu mangi, butti giù e sorridi, chi è lì a guardarti non se ne accorge neppure del tuo disagio, della tua –malavoglia- di cenare. Guardi il piatto vuoto, e ti congratuli con te stessa di avercela ancora una volta fatta, prendi posto sulla sedia, la televisione si mette a parlare di cose rapide, il tuo sguardo si blocca su un punto luminoso, e capisci di aver fatto una sciocchezza.
Hai cenato, e adesso quelle calorie ti si piazzeranno ovunque, sei venuta meno alla –dea digiuno- e –lei- una a caso che amiamo, o odiamo, o tutte e due le cose, adesso sarà più bella di noi.
Prendo e inizio a saltare, getto le scarpe in un punto della stanza, faccio in modo che la porta si richiuda per metà: e salto, salto, salto, più che posso, anche se le braccia mi fanno male, e le gambe iniziano a tremare. Salto e non smetto, perché più salti e più le cose che hai mangiato diventeranno nulle. Mi sento il respiro tremare, fare capriole tra il cuore e lo sterno, l’immagine alla televisione si sfoca, salto fino a sbattere per terra, completamente senza forze.
Sorridi perché ce l’hai fatta, perché hai fatto in modo che il tuo aver ceduto sia stato punito abbastanza. Quando mi rialzo dal pavimento non ho quasi più forza per fare nulla, penso –che bello, non sarò più in carne di lei, non sarò meno piacente di lei-
Dopo aver toccato il limite però inizio a piangere forsennatamente, tanto che quasi non respiro, gli occhi mi bruciano, la salivazione è quasi sparita del tutto, la fronte semi lucida inizia a farmi male, e le gambe sono completamente distrutte. Capisco di aver fatto una cosa –malata- perché di ammalati si tratta. Perché sono cose che puoi fare solo quando raggiungi –il limite- della tua testa, quando non capisci più dove stai andando e cosa vuoi essere, quando ogni cosa che eri non appare più vera. Quando pensi che qualcuno sia meglio di te per cose che non dovrebbero contare, e quando mangiare le cose che ti piacevano prima diventa una tortura spietata.
Mangi e ti senti in colpa, non mangi e ti ci senti comunque.
Piango perché ho iniziato ad avere paura di me stessa, la persona con cui dovrò condividere il resto del tempo che mi rimane, mi fa così paura. Ho paura di quello che vedo allo specchio quando guardo il mio corpo, e ho paura quando guardo il mio viso, quando nei miei occhi non vedo più la luce, quando il pallore diventa sempre più spaventoso, e quando sono felice di sentirmi dire – com’è che sei così magra? Sei stata male?-
In realtà sono stata bene, ma solo in apparenza, non ho preso farmaci, non ho avuto la febbre, non sono stata in ospedale, né ho avuto un virus strano, sono solo stata male con me stessa e nessuno se n’è accorto.
Noi del –limite- siamo bravi a nasconderci, non ci trovi, neppure se ti impegni, perché sembriamo persone risolute, persone apposto e felici, perché abbiamo tutti un bel sorriso e una testa brillante, ma nascondiamo dei mostri sotto ai vestiti che di notte prendono il nostro posto.
Perdo me stessa tutte le volte in cui non mi rispetto, in cui mi faccio promesse che poi non mantengo, mi perdo quando al mattino mi alzo e mi dico – ancora un giorno..- mi perdo quando piango e non riesco a smettere fino a quando non perdo tutte le forze e mi addormento, mi perdo così tanto che inizio a fare fatica a distinguere il giorno dalla notte, i sogni dalle cose vere, e quando nella testa ho dei buchi di memoria da fare spavento.
Ci sono giorni che alzarmi dal letto è più faticoso che arrivarci, che vorrei disperatamente aver accettato la cura del dottore, quella con qualche psicofarmaco e qualche tranquillante, giorni in cui non ho forze per fare niente, tranne che pensare al vuoto delle cose che non ho. Ci sono giorni che fingo con tutti, che mi sento lo stomaco contorcersi e il cuore esplodere, ma non lo dico a nessuno. Giorni in cui la lama dei coltelli da cucina mi invitano ad accarezzarli col ventre, e giorni in cui immagino a cosa farebbe meno male tra tutti i modi possibili per scappare da questo casino di vita.
Poi a volte senza nemmeno accorgercene ci facciamo del male: alle braccia, alle gambe, alla testa, al cuore. E il cuore non si rimargina, resta ferito fino ad incrostarsi.
Smettiamo di esistere a poco a poco, diventiamo solo persone che – più o meno sono al mondo- ma non nel mondo. Selvaggi d’emozioni, persi in una giungla senza fine.
Allora smettiamo di uscire, ci rintaniamo nelle casse buie delle nostre case, e quando mettiamo la testa fuori casa, ci sentiamo più inquieti di prima, perché la gente corre veloce, parla in continuazione, e giudica i nostri silenzi, le nostre mezze parole, ti sbatte le cose in faccia, e la felicità altrui sembra quasi un dispetto.
Non parliamo più, perché nessuno capisce il nostro linguaggio, perché tutti si limitano a pensare che –la depressione non esiste- che sono solo cose che uno crea a tavolino per richiamare l’attenzione e la compassione altrui.
Chi è depresso non cerca la compassione, talvolta le attenzioni insistenti delle persone preoccupate disturbano invece di fare piacere. – devi solo uscire un po’ di più, socializzare e pensare positivo- spesso le tre cose non risolvono niente, perché sono soluzioni sbrigative per problemi profondissimi. Non puoi pensare che un bel fiore cresca sano e forte se il suo seme in profondità è ricoperto di sabbia e calce.
Se non sblocchi il dentro, non vedrai mai –il fuori-
Chi non mangia non è che si diverte a non mangiare, chi si taglia le braccia non adora il colore del suo sangue, chi si chiude in casa non è felice di aver tagliato fuori il mondo, chi non è più sè stesso non fa altro che stare male.
Allora forse è un circolo vizioso che prende dentro il suo club solo i più fragili, quelli che stanno quasi per cadere di sotto, quelli che odiano vivere, e quelli che non hanno niente per cui lottare. O forse il club accetta solo i più forti, quelli che sanno essere profondi, quelli che reggeranno il dolore senza impazzire del tutto, quelli che in un modo o nell’altro, anche se ammaccati in più punti riusciranno ad arrivare al traguardo finale.
Ogni giorno spezzo il filo della –fine corsa- ogni giorno che passo in vita è una piccola vittoria che diventa grande, quando il giorno dopo, riesco ancora a svegliarmi. Forse non ho mai avuto bisogno di grandi cose, forse il segreto per tutto è l’amore. Una persona che ama ed è riamata non sarà immune dalle brutture della vita, né dal precipizio, ma prima di buttarsi di sotto, o lasciare che il vento faccia il suo corso, forse impiegherà qualche secondo di più prima di cancellarsi dalla vita.
Siamo solo di passaggio, ma sarebbe bello lasciare un segno profondissimo.
Bisognerebbe cercare e distruggere –il limite-, prima di cedere del tutto a questo circo affascinante che ha per capo un tizio incappucciato.
Perché detto tra noi, non si vince, non si perde
si sta solo nel mezzo.

By miriana

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Martedì, 17 Ottobre 2017, 16:21

La nostra storia ha dell’incredibile, e infatti nessuno ci crede quando la racconto. La prima cosa che mi viene chiesta è: in dieci anni non vi siete mai guardati in faccia? La mia risposta è no, perché nel mondo obiettivo l’unica risposta da poter dare all’interlocutore impaziente è no, la risposta che non do mai, invece, è che si ho visto almeno le tue dieci facce, e per ognuna di esse che ho visto mi sono innamorata e spaventata al tempo stesso. Ho avuto paura quando per cose fortuite ho scoperto che la tua –allegria- non fosse del tutto naturale e opera della tua personalità, ho avuto paura perché io quelle cose non le conoscevo, perché prima di quel momento le avevo ascoltate solo al telegiornale o alla chiacchierata informale sulle droghe leggere in seconda media, ma tutta quella paura si è sciolta nel giro di qualche secondo quando ho visto per la prima volta i tuoi occhi. Gli scettici a questo punto della storia sbuffano e vanno via o si fanno una risata, ma io li ho visti i tuoi occhi anche se in realtà non sono mai stati vicino ai miei. Ho sentito il loro peso impaurito e la loro gioia pesata in grammi e poi in chili: eri triste, felice, euforico, poi da capo, io ero lì a guardare i tuoi occhi senza pensare a cosa potessero nascondermi, io la tua verità, la –nostra- verità me la sentivo sbattere in faccia con una tale energia da non poter credere il contrario. Ho avuto paura quando ho scoperto che tu –eri diverso- e che la tua diversità non era uguale agli altri, o almeno uguali –ai più- tu appartenevi ad un mondo differente che anche questa volta avevo sentito solo per sentito dire e nient’altro. Ma non scappavo, e non mi spiego se sia stata incoscienza o curiosità, o magari solo amore. La gente pensa che per essere innamorati di qualcuno ci sia bisogno di andare a mangiare un gelato, dormire nello stesso letto, organizzare i sabato sera, e avere in mano il telefono dell’altro. Io non ho nemmeno una foto di noi due insieme, ma posso dire di essere stata insieme a te più di quanto non lo sia stata con nessun altro. E la cosa strana e magica al tempo stesso, è che non mi è servito mangiare quel gelato, dormire accanto a te o controllare il tuo telefono per innamorarmi di te, credo di averlo fatto dal primo istante in cui il tuo nome ha sfiorato il mio.
Non si spiega, lo so, e forse non sono nemmeno così brava a spiegarlo, ma la verità è tutto quello che ho da raccontare. Mi sono poi innamorata della tua follia, che col tempo, è assomigliata alla mia. Mi sono innamorata di tutte le volte in cui dal niente ti mettevi a fare qualcosa o a perdere del tempo, poi mi è piaciuto il tuo senso per la giustizia, il tuo modo di parlare ai –malfattori- , mi sono piaciute tutte le tue voglie, poco quelle che includevano altre donne. Mi sono piaciuti persino i tuoi vizi, i tuoi sbagli, e le tue paure.
Nonostante fossi piccola io con te riuscivo a sentirmi una donna, le persone che mi osservavano mi dicevano che in qualche modo cambiavo quando c’eri tu, loro pensavano si trattasse di semplice –adattamento- io ero estremamente convinta che fosse tutta opera del mio amore per te. E infatti cambiavo, e mi facevo grande e capace solo se ad avere bisogno eri tu.
Credo che certe cose capitino una sola volta nella vita, con un numero ristrettissimo di persone, a volte solo con una: con te mi è successo e non so perché. Ci siamo innamorati l’uno dell’altra senza accorgercene, quasi come se fosse una prassi naturale, quasi come se non ci fosse niente da capire o spiegare: io e te, e basta. Per quanto volessi stringerti al mio petto, in qualche maniera io lo facevo già, per quanto volessi baciare la tua bocca, l’avevo baciata almeno un milione di volte con il tocco delle nostre parole,più di quanto lo avessero fatto le altre, per quanto volessi fare le cose di una ragazza comune, non mi pesava così tanto fare cose diverse con te.
Diciamo che in fondo tu non ti sei perso niente per me, io un po’ di cose appartenenti alla mia età, ma ripensandoci non le cambierei per niente al mondo.
Io ti aspettavo ogni sera, a volte col cellulare stretto tra le mani, aspettavo che tu tornassi a casa e che fossi al sicuro, poi a volte crollavo e mi vibrava il telefono sotto al cuscino, perché in fondo anche io ero per te il tuo ultimo pensiero prima di dormire.
I tuoi amici ti prendevano un po’ in giro per la mia età, i miei mi prendevano e mi prendono ancora un po’ in giro sul fatto che in fondo –non ci siamo mai visti per davvero-, un po' come dire...tanto casino per niente.
Tu non sei tanto casino per niente.
Me lo ripeto ogni volta che sto male, ogni volta che ho paura di non farcela, ogni volta in cui ho investito tutto il mio cuore in emozioni folli.
Tu sei tanto casino, per tutto.
E sei un casino speciale, che nessuno può capire, che i miei amici e i tuoi amici non potranno mai avere e mai capire. Li capisco, forse se fossi uno di loro farei la stessa cosa, ma io sono una di –noi- e non posso fare altrimenti che amare tutto il nostro –mare di guai- accettarlo a volte con tanta sofferenza, e capirlo come solo chi l’ha messo al mondo può farlo.
Non abbiamo avuto grandi scelte sul fatto di amarci, eppure credo che se avessimo potuto scegliere di farlo, l’avremmo fatto comunque.
Perché –accireme- è quello che ti ripeto ogni secondo, e quello che probabilmente vorresti ripetermi anche tu. Uccidimi, dammi il colpo di grazia, perché senza di noi è una calma piatta che sbriciola e annienta. Senza di noi è un giornata con un sole a metà, e una notte con una luna grigissima.
Allora accireme, fammi vedere.
Accireme è spegnimi anche le stelle, perché questa luna senza di te non è bella neanche da guardare. Accireme e stringimi più forte quando avrò perso calore, accireme mille volte, ma non lasciarmi andare.
Mi rendo conto che questo amore senza corpo è un amore che gli altri non possono vedere, ma che colpa ne ho se io ti sento dentro come un giardino che cresce, cresce e fa l’amore?
Che colpa ne ho se ti ho amato senza sapere come sei fatto, che nome avessi, senza contatto di spine e fili elettrici, solo sentendoti addosso.
Forse è un legame che non si può spezzare, che non ha bisogno di gelati, letti e appuntamenti.
Cose tutte belle, ma che non ti insegnano ad amare.
Forse è qualcosa che non puoi tagliare, perché non esistono forbici né martelli abbastanza feroci per tagliare un pezzo di pelle così cucito insieme.
Tu sei parte di me, e io son parte di te, in qualsiasi posto del mondo e del tempo,
io ti sento.
Ma ti prego, accireme, che senza di te non riesco più a stare.

By miriana

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Sabato, 26 Agosto 2017, 19:20

Ho pensato per anni alle cose sbagliate, pensavo di essere pronta, pensavo di essere giusta, un po’ come una che pensa di avere le misure adatte per quella giacca da sogno, vive per avere quella giacca dai bottoni d’oro, fa esercizio, mangia sano, indossa cose brutte per abituarsi all’idea che poi avrà qualcosa di meraviglioso, poi arriva in negozio, e indossando quella giacca scopre che è di una taglia più piccola, o che non le sta così bene addosso, o che ha quattro bottoni d’oro invece di tre.
Delusione, rabbia, angoscia.
E poi ti perdi, perché hai desiderato così tanto quella giacca, che ti eri capacitato dell’idea che fosse solo tua, che fosse adatta a te, e che tu fossi in grado di portarla bene.
Non tutte le giacche che ci piacciono ci rendono belli, qualcuna è un pezzo di stoffa che ci rende invisibili.
Sono cresciuta per anni con l’idea di essere forte abbastanza da reggere certi urti, non ho mai avuto così tanta paura da scappare via, ho sempre pensato che in fondo ero una ragazzina sveglia, una che prende colpi e sa incassare, una che anche se spingono giù alla fine si rimette sempre in piedi sulle sue ginocchia.
Pensavo, scioccamente che anche le cose più brutte del mondo potessero solo scivolarmi addosso, arrivare alla mente e diventare idee e basta, poi problemi, e poi soluzioni.
Ho sempre pensato che tanto prima o poi si risolve tutto, che ogni cosa trova il modo di fluire, e tornare a casa, o trovare una nuova casa.
Pensavo che i mostri avessero delle facce buffe, fino a quando non li ho visti davvero, e ho capito che forse i tuoi mostri sono mostri, e fanno paura, ma quelli che inseguono le persone che ami sono ancora più spaventosi, perché da un momento all’altro potrebbero attaccarle, e fargli del male, e tu che hai i tuoi mostri cuciti addosso, e scopri di non essere all’altezza, di non avere tutta quella forza dentro, non puoi che restare a guardare mentre quelle bestie feroci divorano chi ami.
Poi inevitabilmente quel massacro fa di te la preda perfetta, e muori, insieme a chi hai visto morire.
La realtà delle cose mi è rimbalzata addosso creando una grande voragine, ma solo interna. Come un grosso cratere di un vulcano ancora acceso che non si mostra più, ma è pronto a scoppiare. Dentro ho sentito dei filamenti di pelle squarciarsi in più direzioni, ho sentito nello stomaco formarsi un groviglio di lamenti e dolore: una sfera di urla strazianti che non viene lanciata fuori.
Le cose che non riescono ad uscire sono quelle più tremende: come farfalle carnivore che ti fanno del male, senza che tu te ne accorga, senza che l’insetticida riesce a toccarle e ucciderle senza uccidere anche te.
Ho sempre pensato di essere una ragazzina sveglia e capace: mi rendo conto che non sarei stata né sveglia abbastanza né capace. Che tutto quel male mi avrebbe travolta, come ha fatto adesso, allo stesso modo, forse prima in modo peggiore.
Non sarei stata capace di mettere sul fuoco il veleno e darglielo a bere come minestra, non sarei stata capace di vederlo in orizzontale sul ciglio della strada e tirarlo su senza mettermi distesa accanto, a sentirgli il respiro e poi forse a piangere forte.
Non sarei stata capace di dirgli – bevi, se vuoi- - vai a comprare il vino per gli ospiti- senza sentirmi il cuore scoppiare e l’ansia mangiarmi da dentro.
Per tutto quel – coraggio- ci vuole una pietra nel cuore. Io sono soffice dentro e fuori.
Le pietre non mi riempiono, né mi toccano.
La prova più grande forse sarebbe stata la mia: vuoi davvero perderlo senza perderti?
Mi sarei persa, solo per stare con te.
Ho pensato per molto tempo che non mi importasse di quanto tu fossi sporco fuori e dentro, di come le tue mani avessero toccato le cose sbagliate, di come la tua testa fosse stata usata per scopi diabolici: volevo che quello sporco fosse anche mio, che le mie mani toccassero le tue quando avevi stretto tra le dita le cose sbagliate, volevo che la mia testa si fosse unita alla tua per – scopi diabolici-
Tutto questo, se fosse stato con te.
Fai rampe di scale pericolose, anche se non sono della tua misura, se alla fine della tromba di scale c’è chi desideri ad aspettarti.
Forse è verità, o forse è solo pazzia, la stessa che non mi abbandona, la stessa che è sempre stata con me.
Vedere qualcuno che ami distruggersi è devastante, essere la sorvegliante di quella distruzione, forse lo è ancora di più: fare la cosa giusta non è sempre fare la cosa più semplice, anzi.
Non è tanto l’atto in sé, non senti dolore fino a che l’ago non ti buca la carne, prima che il dottore ti dica giù i vestiti, non immagini quanto sia doloroso, ma per uno che ha mangiato quintali di torte, e pasticcini, fino a diventare un diabetico cronico, desiderare – una mousse al cioccolato- dopo molto tempo, forse è ancora più pericoloso.
Il desiderio è più grave della cosa in sé, il peccato tenta il peccatore, il peccatore desidera il peccato.
Sarà che sono una debole sotto sotto, sarà che chi ama non riesce ad essere forte abbastanza, che il tuo carattere va a farsi fo**ere e basta, perché la paura di vedere quella persona star male è più grande di tutto, persino di te stessa.
Ho messo su le basi, anche se non mi viene riconosciuto, o se il –suo lavoro- è stato più valido ed importante del mio: ho cercato di insegnargli qualcosa, di spiegargli cosa fosse giusto, di legarlo a qualcuno, di legarlo a me, in modo che il mio ricordo/presenza gli avesse aperto gli occhi e tenuto ancorato a qualcosa quando le cose si sarebbero messe male.
Non era importante sentirmi dire –scappa- io non scappavo perché non mi andava, perché non c’era un posto sicuro nel mondo, se al sicuro non c’eri anche tu.
Andare a dormire pregando, sperando, immaginando che stesse andando tutto ok… mentre là fuori c’era la guerra del tuo cuore, la sfida dei tuoi sensi, e il delirio della tua vita.
La mia idea non lo teneva legato a niente, era perso, ed io mi perdevo di riflesso.
Stavolta posso dire che probabilmente lei è meglio di me, non che non l’abbia già ammesso tante volte, almeno cento volte a me stessa: a me mancano le qualità per resistere alla guerra, non ho le pietre nel cuore, e non ho le riserve giuste, sparo poco e male, solo quando mi parte la testa.
Lei è meglio di me per mille e uno motivi, ma quello più importante è che grazie a lei – ha smesso di darsi alla morte per darsi alla vita- io ero poco brava in questo, io ero solo la pace di qualche ora.
Non sono un granchè, non lo sono mai stata, e credo sia sbagliato dire – sei troppo per me- non sono abbastanza neppure per me stessa, figuriamoci per qualcun altro. Non sono mai stata così speciale, come si diceva in giro, non ero una ragazzina prodigio come pensavano, non ero più avanti degli altri, volevo solo che fosse così, che fossi all’altezza delle persone che ammiravo, all’altezza dell’ amore che volevo.
Ogni giorno che passava mi dicevo – che bello, sono più grande di un giorno-
Pensavo che crescere gli avrebbe permesso di vedermi in modo più chiaro, di sentire che ero quella da portare per mano, o in qualche posto in mezzo alla gente, o in mezzo al nulla.
Insieme e basta.
Invece tremo perché sono fragile, perché la morte mi spaventa, e non parlo della mia, forse della mia non mi importa un granchè, ma della morte di chi amo, me ne importa fin troppo.
Ho paura che la grande signora incappucciata una volta che ti ha marchiato sul collo, non smetterà mai di cercarti. E’ avida, è lussuriosa. Vuole averti per sé.
Io mi sono persa in altri modi, mi sono data altri tipi di morte, forse il marchio ce l’ho anche io, perché a volte l’ho cercata io per prima.
Ci rincorrerà sempre, perché ha imparato il nostro nome.
Invece tremo e resto paralizzata, perché le rocce che mi mancano dentro si formano fuori.
Perché ho paura di vedere i fiori appassirsi, gli occhi spegnersi, le braccia cadere, ho paura perché non riesco a cambiare le cose, perché non valgo abbastanza, perché sono un vetro già rotto in più punti.
Non reggo agli urti, non reggo agli incidenti, e non reggo alla morte anche se in piccole dosi.
Ho sempre voluto tenerlo al sicuro, anche a mio discapito, ho sempre cercato di fare il mio meglio, anche se non avevo un meglio da dare.
Tutto quel male mi si piazza dentro: riesco quasi a sentire le macchine tirare i freni e far casino, gli spintoni, le armi affacciate sugli occhi, la rabbia, il respiro affannoso, l’orologio che ticchetta, il tempo che non passa, il giocattolo che arriva e ti sveglia, il sesso, la voglia, il fuoco negli occhi, di nuovo le attese, i soldi cadere, gli amici crollare, il male… 
Sento tutto,perché mi hanno costruita male, e tutto entra e tutto taglia.
Le idee che avevo di me erano tutte sbagliate, non ero un pugile pronto a colpire, ma un cucciolo di panda spaventato e sudato.
Caduto a picco in fondo al mare, anche coi braccioli e la ciambella.
Caduto a picco sul fondo del mare, perché tutto fa male.
Nessuno ha colpe speciali, o cose per cui sentirsi in colpa, le cose succedono perché devono succedere.
Il problema sono sempre stata io, mi sopravvalutavo, mi credevo la chiave giusta per una serratura sbagliata, e c’erano almeno un’altra dozzina di chiavi più adatte, solo che non volevo accettarlo.

By miriana

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Martedì, 25 Luglio 2017, 15:08

E mentre fuori tira vento, e quasi piove, me ne sto con le ginocchia piegate, vicino al mento, mi cullo piano avanti e indietro, aspetto che il fresco si faccia sentire sulla fronte e poi su tutto il resto del corpo. Quando sono così mi riscopro fragile e piccola, come sono sempre stata, quando sono così vorrei abbracciarmi da me, stringermi nelle braccia con la giusta forza che non fa male, ma che si fa sentire, è questione di pesi e leve, di equilibri e rapide discese. E’ che corro avanti e indietro, tengo gli occhi asciutti, sbraito, tento di difendermi, poi capita che mi finiscono le forze e mi tremano le ginocchia, e allora mi cade lo scudo e la spada e mi lascio infilzare. C’è che quando sono così potrebbero fare di me mangime per porci. Ho paura di questi miei vuoti, di quei momenti in cui la testa va in black out, gli occhi mi diventano di un grigio cupo, e non faccio altro che pensare che – questo mondo non mi appartenga-
Quando sono così fragile, prendo calci e pugni e non mi difendo, la voce grossa diventa una linea sottile di decibel che poi svanisce nel nulla, le gambe salde solo due stracci di pezza che si ripiegano su sè stessi, e le mani strette a pugno, solo due pezzi di carne lasciati cadere. Ho paura perché in quei momenti non sono brava a tenere duro, perché mi lascio andare, e perdo ogni buon proposito.
E’ un fatto di guadagnare terreno e poi perderlo tutto in una volta: certo che sei brava a fare progressi, mi dico, ma quando faccio passi indietro con la vita, mi rendo conto che non ho fatto abbastanza per me stessa.
Se smetto di sorridere per almeno un’ora, ho già fallito.
Se mi lascio prendere dalle ansie, ho smesso di pensare alle cose belle.
Se prendo tutto molto sul serio, le favole non esistono più.
Se mi lascio abbattere dagli insulti, il buono di me svanisce.

Trattengo il fiato quando con una spinta violenta vengo spinta all’angolo del muro, quando mi si guarda con gli occhi infuocati di rabbia non ho neanche la forza di tremare, divento solo un corpo vuoto.
Forse aver vissuto per tanto tempo nella violenza e nel dolore, mi ha cambiata, o forse mi ha stravolta.
Tutto quel male mi ha rivoltata come un calzino vecchio, mostrando agli altri solo le parti bucate e consunte: chi non è bravo a vedere al di là dei buchi, non vede niente di bello in me.
C’è che forse sono stata messa per troppo tempo all’angolo, spintonata e presa a calci, anche solo con l’indifferenza – un po’ come se, se vivi e sei felice ok, se non sei felice sono problemi tuoi.- E’ da quando sono piccola che in fondo vivo così, adesso che sono più grande cerco di scappare dal dolore, cerco di essere più violenta dei violenti, e più grossa dei giganti: cerco di coglierli di sorpresa, batterli sul tempo, e mettermi in salvo. Quando qualcuno fa la voce grossa con me, mi ricorda di quante volte non mi è stato parlato con dolcezza, quando qualcuno mi spinge al muro, mi sento il cuore disfarsi, distrutto da un martello. Quando qualcuno arriva a minacciarmi, mi rendo conto che in fondo la tua vita, per qualcun altro può non valere nulla.
Adesso che sono poco più grande di prima, cerco l’oasi felice, un piccolo posto di mondo, dove non sempre sono io quella sbagliata, quella che non va, quella che non funziona, quella rotta da portare indietro. Adesso che sono poco più grande, quando qualcuno mi fa rivivere quelle sensazioni che ancora mi porto dietro, muoio un po’alla volta, perché non ho paura di quello che possono farmi gli altri, ma di quello che potrei fare a me stessa se oltrepassassi il limite.
Mi dico – amati- perché te lo meriti, poi qualcuno mi passa con un trattore addosso, e mi dico – che forse una come me non si ama, perché non lo merita, o perché c’è qualcuno di meglio là fuori, o perché sono nata sbagliata, per caso, in un mondo che non ho mai sentito mio abbastanza.
Ho sempre voluto che oltre me, qualcuno fosse – in qualche modo orgoglioso di me- 
Ho sentito pochi – brava- nella mia vita, ho avuto pochi premi, e poche gratificazioni, tutto quello che ho fatto è perché sentivo di doverlo a me stessa, allora se mi metto un po’ a pensare, cerco di capire se una come me ha qualcosa di buono addosso, anche se nessuno mi ha mai fatto complimenti al riguardo.
Ho studiato, sono stata una brava studentessa, una di quelle che quando si è trovata a mollare perché aveva i problemi fin sopra la testa, poi alla fine si è messa sotto e ha recuperato tutto, perché – le cose a metà, non si fanno.- Ho preso dei bei voti, che nessuno mi chiedeva mai, ma quando vedevo un bell’otto, o un bel nove, sorridevo e tornavo a posto. Qualcuno diceva – beh ovvio, è abituata- io non mi sono mai abituata alle prodezze che mostravo a me stessa. Alla fine mi sono scelta la scuola da sola, senza consiglio di nessuno, l’ho sbagliata, ho cambiato indirizzo, ho frequentato il liceo con coraggio anche se gli altri, i più, non mi volevano bene o se alcune materie erano più difficili di altre, alla fine anche quando stavo male, portavo i punti a casa, e quando ho discusso la tesi del mio diploma, mi hanno stretto la mano, e mi hanno detto – prosegui con gli studi, c’è qualcosa di brillante in te.-
Ho passato tutta la mia vita ad amare le stesse persone. I miei coetanei passavano le serate nei locali, o a girare per la strada sfatti e felici. Io anche se non venivo ricambiata, ero testarda come un mulo, perché – tanto non sei tu che non vai bene, è quello che gli altri vedono di te che non va bene, perché la gente parla, e perché devi solo aspettare un po’ di più- perché quando mi trovavo ad amare, dovevo sempre aspettare: aspettare che qualcuno si accorgesse di me, aspettare che crescessi, aspettare che fossi in grado, aspettare di essere più di un’amica, aspettare che gli ostacoli diventassero nulli, aspettare di soppiatto, aspettare e basta. Sono sempre stata brava ad aspettare, ma non per questo significa che sia poco doloroso. Ho amato poche persone nella mia vita, continuo ad amarne pochissime, si contano sulle dita di una sola mano, probabilmente, perché continuo a pensare che siamo fatti per pochi, e che se non mi sono data a tanta gente, forse c’è davvero qualcosa di diverso in me.

Ho proseguito col mio sogno, anche se non portava a niente, anche se al momento non porta a niente. Ho scritto, scritto, scritto, mi sono cavata il cuore a furia di scrivere, ho prosciugato gli occhi, e sono stata a corto di respiro, perché quando scrivo, in fondo vivo, e quando vivo sono lì a sentire le batterie del cuore lampeggiare e diminuire. Non ho mai pensato che fosse tempo sprecato, mi sono sempre detta che se un giorno dovessi accorgermi che proprio non ho speranze di diventare carta e inchiostro per la gente, allora lo sarò solo per le persone che mi amano, e per me stessa. Avere un sogno è faticoso, ed è per i pochi coraggiosi rimasti nel mondo che non hanno paura di schiantarsi e farsi male. Io non ho così voglia di farmi ancora male, ma non rinuncio al viaggio di andata e ritorno, se esso potrebbe portarmi in un posto bellissimo, forse, un giorno, o forse mai.

Ho amato mia madre, continuo ad amarla, e quando guardo le nostre foto messe vicino, sono orgogliosa di avere i suoi occhi, e molto del suo carattere. Mi dico che in fondo amare in modo profondissimo qualcuno è un’ esperienza che appartiene a pochi, è una rarità, è una magia che non si può spiegare, che in fondo è capace di toglierti tanto, ma tanto ti ridà indietro, se sai ascoltare le giuste parole, e seguire la giusta corrente.

Sono una persona leale, non mi piacciono i doppi giochi, non mi piacciono le bugie, e quando conosco la verità, e non posso parlare, le parole mi si arrugginiscono dentro. Capisco che esistono – bugie bianche- usate per non ferire, ma capisco che esiste anche la –verità dell’amore- che potrebbe fare molto più bene della prima cosa. La gente di oggi è veloce, non si guarda mai indietro, è capace di stravolgere la propria vita nel giro di qualche mese, dimenticando tutto e tutti. Io ho la qualità di saper ricordare, nel bene e nel male, ricordo tutto il bene che mi viene fatto, e tutto il male che mi viene dato, poi lo diluisco e ne traggo una pozione che bevo a poco a poco. Non mi vendo al miglior offerente, e vorrei avere i soldi giusti per non essere continuamente preoccupata sul mio futuro, vorrei poter non avere paura del domani. Non vendo i miei baci, e la mia giovinezza, non vendo la mia testa. Non sono in vendita, e mi va bene così. Non sono una di quelle che ti sbatte all’angolo e ti prosciuga, se ti sorrido è perché ne ho davvero voglia, se ti accarezzo è perché voglio che tu senta la mia carezza, e se ti guardo negli occhi è perché sono felice, triste, o tutte e due le cose. Non faccio parte del gregge, e per molti aspetti la gente mi guarda male, arricciando il naso, perché non sono nella loro fila, quella considerata – giusta- perché non seguo schemi, e perché anche se non sono perfetta preferisco essere me stessa e basta. Non sono uguale agli altri, e gli altri non mi appartengono.
Quando vedo qualcuno stare male, vorrei dirgli – che andrà tutto bene- anche se si tratta di uno sconosciuto o di un nemico. La cosa mi parte da dentro, come un fiume in piena che scorre, scorre, e non si ferma da nessuna parte. Quando leggo il dolore negli occhi, lo sento anche io, e più sei una persona a me vicina, più questa sensazione aumenta: io sento la gente, e non so se la gente sente me. E’ un po’ come essere collegati a tutti e nessuno, un po’ come sentire il battito del cuore di chi ti dorme accanto, sovrapposto al tuo. Il sentirsi smarriti è una sensazione che conosco bene, e se potessi, se ne avessi le capacità, mi piacerebbe cancellare quel vuoto dagli occhi di tutti. Due occhi che sorridono, sono la cosa più bella del mondo, privarsene è da pazzi.
Ogni volta che sto a pezzi, ho imparato a guardarmi allo specchio, per almeno venti minuti, mi tocco la faccia, mi accarezzo le lacrime, e ricordo a me stessa che anche se tutti dovessero andare via, con me – ci sono io, e ci sarò sempre, fino a quando riuscirò a resistere.- Ho imparato a regolarizzare il respiro da sola, a trasformare i singhiozzi in lamenti, i lamenti in sussulti e i sussulti in vuoti d’aria. Sono cose che andrebbero imparate, io ho imparato un po’ da me, perché quando sto male, in fondo ci sono solo io con me stessa.
C’è che altre cose belle di me, non mi vengono in mente, perché forse ho finito la lista, perché forse non ce ne sono più. La cosa più bella che qualcuno possa dirti, col cuore, in mezzo alla lista dei – ti amo, sei bellissima, sei pulita, ti auguro di essere felice, c’è : sono orgoglioso di te.-
E’ una frase che mi lascia senza fiato, perché va meritata, e perché mi piacerebbe meritarla, in qualche modo per le cose che ho fatto, ma soprattutto per come sono riuscita a rimanere, al di là di tutto. Allora visto che non c’è nessuno che lo pensi, posso dire che - sono un po’ orgogliosa di me- per quello che ho fatto, per come sono stata e per come riesco ad essere, ancora oggi, anche se mi sono persa più volte.
Sperando che un – un po’ orgogliosa- un giorno si trasformi in un - pazzamente orgogliosa –
Sperando di meritare un po’ del mio amore, sempre, qualunque cosa io faccia, ovunque io sia, in mezzo a milioni di persone migliori di me.
Mi accarezzo gli occhi un po’ tristi, cerco di diluire la paura, mi tengo stretta stretta, come la bambina che non ha mai smesso di esistere in me. Mi dico che – andrà tutto bene- mi dico che – ieri è stata solo una brutta giornata- che – merito carezze, non spinte. – e che – nessuno al mondo potrà mai spingermi così oltre da dover lasciare questo mondo.
La paura non è un marchio a fuoco, è solo qualcosa che ti porti dietro, troppo spaventata anche solo per disfartene, poi ci si abitua, poi perde fuoco, come un tatuaggio che resta sotto al sole per anni.
Se riesci, se trovi ancora un po’ di forza in te, anche per questa cosa, allora perdonami Miriana, tu fallo e basta.
Nessuno ti farà del male..

By miriana

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Venerdì, 14 Luglio 2017, 11:41

Perché poi alla fine ognuno rema verso la propria direzione, o la direzione che pensa sia giusta, magari va dritto in un risucchio in mare o forse trova un’ oasi felice, ma tutti in un modo o nell’altro remiamo in un verso, piuttosto che in un altro. Ma non c’è da accontentarsi, non c’è da fare la seconda attrice protagonista, nel frattempo che la prima capisca che non è il posto suo, o che l’altro si sbarazzi della prima perché tu vali molto di più nella sua vita. Queste sono cose da film, nella realtà se sei la seconda, resti sempre la seconda, al massimo brava per qualche notte di sesso, per qualche chiacchierata davanti ad un caffè, rigorosamente nascosti dal mondo. Chi ti dice –accontentati- è perché fondamentalmente non riesce a darti niente di più di quello che con –grandi sforzi- riesce già a darti. Chi ti dice accontentati è perché pensa che tu non possa puntare a niente di meglio, o di superiore. Chi ti dice accontentati si sta pulendo le mani sporche di letame sui tuoi vestiti, per averle pulite, quando poi toccherà lei. E’ ridicolo e triste di quante volte ci si accontenta del tempo che qualcuno decide di darti, delle attenzioni che qualcuno si ricorda di darti, e del piccolo spazio che decide di affidarti. Quando ami invadi l’altro, in senso positivo, è un po’ come il seme, che germogliando si espande nel corpo, fino a raggiungere i vasi sanguigni, se il seme viene piantato in una piccola stanza, senza finestre e senza sole, non avrà modo di espandersi, resterà lì addormentato tra la noia e il dolore, e poi morirà a poco a poco, rinsecchito e triste, sulle carcasse dei fantasmi passati, e con gli occhi puntati sulle altre piante, alte e ricoperte di fiori. Chi ti dice accontentati è perché si aspettava che tu restassi zitta, che tu fossi pronta a non essere quasi niente, come se tutto fosse solo uno stupido gioco part time. La paura la conosco, perché è la mia migliore e peggiore amica. Quando la vedo in faccia a qualcuno, so riconoscerla. Nella voce di chi trema poi, è una garanzia. Chi ha paura di perdere la prima attrice protagonista è perché nei suoi piani non c’è mai stato di cambiare scena. L’atto secondo: dove tu diventi la sola ragione di tutto, e lei diventa solo un ricordo carino, non è mai stato scritto da nessuno. Il regista si da per morto, lo sceneggiatore da fuoco agli impianti. Scena non reperibile, scena nemmeno mai pensata. Allora no, non mi accontento di qualcosa che mi viene dato per grazia divina, non sono un gattino randagio, né una cane di strada con le zecche. Non sono un mostro da tenere legato in cantina, o una bambina da ammaestrare a dovere, non mi accontento perché io posso e voglio avere qualcosa di grande, perché forse aveva ragione quella –tipa strana-, non potrò mai avere  più di quello che ho avuto -da quella persona-: perché quello è il suo limite, perché io sono solo un bel giochino da agitare in aria.

Allora ho ben capito, -con te non si va da nessuna parte- perché non hai comprato i biglietti, e perché non ti interessa partire.

Allora addio commiserazione, addio sensi di colpa e di inferiorità. Io sono la prima attrice protagonista della mia vita, e nessuna può prendere il mio posto, nessuna può essere migliore nelle cose che so fare, ed io posso essere di sicuro peggiore nelle cose che sanno fare gli altri. Allora forse la colpa non è mia, quando resto impietrita davanti alla frase – io non voglio perderla- come se fosse giusto invece perdere me: perché tanto la casa, i mobili, l’affitto, il cane, le famiglie, le cene, il lavoro, le bollette, le feste, le vacanze, le risate, le notti a dormire vicini, i pericoli, la macchina, e tutto il resto, vale molto di più che una – voce telefonica, arrivata dal passato- Vale molto di più quel sesso –toccato- che quel sesso –pensato-. Vale di più la risata che vedi a tre passi, magari forzata, che la risata immaginata, ma proveniente dalla pancia. Vale di più quella vita vera, rispetto a quella che mi porto dietro : agli occhi di chi è dall’altra parte  - solo pensata.-

Allora batto gli occhi per dieci secondi, le lacrime mi si piazzano sullo stomaco, come una voragine di sabbia che poi porta via tutto. Le tube del cuore incastrano il sangue, i polmoni fanno fatica, e la testa fa –crac- perché la paura di perdere lei è più grande della paura di perdere me.

Allora deglutisco a fatica, e capisco che in fondo l’ho sempre saputo, ma non volevo dirlo a nessuno, e quando la gente parlava io scuotevo la testa, perché – tanto io ci credo, perché tanto io gli credo-

Perché non volevo accettarlo, non volevo capirlo, non volevo sentirlo. Perché se lo avessi sentito nei pressi del cuore, tutto quello che avevo nel petto mi si sarebbe incastrato di nuovo.

Nessuno merita che il mio cuore si incastri, nessuno merita che la mia mente faccia rumore. Nessuno è in diritto di mettermi da parte solo perché vuole che sia così.

Allora facciamo che stavolta ho capito, che si trattava solo di me – che doveva accontentarsi.- che non è stata brava nel farlo, che forse non è una gran perdita, perdermi. Allora forse di un anno passato ci ho capito ben poco, perché avevo gli occhi chiusi e il cuore acceso.

Un anno passato a perdonare, cose imperdonabili, un anno bello, ma anche difficile, un anno dove non bastavo mai, presa da sola, ma dove c’era sempre bisogno di qualche altra cosa.

Allora NO, lo dico a gran voce, io non mi accontento, perché non è amare chiedere a qualcuno di farlo, e non è dare amore riuscire a farlo.

Chi si accontenta non sempre gode, spesso ci si ammazza a piccole dosi.

By miriana

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Martedì, 13 Giugno 2017, 18:11

Ti mando mille baci, tu tienili sul cuore. Non c’è bisogno di ricambiare, puoi solo stare zitta, se ti va, o straparlare, ma quello ti va sempre. Un bacio per quella volta che eri ai piedi di un treno, e il vento ti spostava con forza i capelli, che avevi sulle spalle il tuo zaino, e i tuoi pantaloni larghi, che annuivi con la testa a quelli che ti stavano vicino, e ti raccontavano della festa a cui eravate stati la sera prima, ma dove tu ti eri persa in una bottiglia e in un grosso fumo verde, fino a non ricordare più niente, fino a trovarti in piedi a fissare quel treno e ad annuire con la testa senza capire.

Un bacio per quella volta che era notte fonda, forse il mattino era già iniziato, e avevi nella testa una canzone e la cantavi a ripetizione, in un loop infinito di frasi e note, che forse non esistevano neppure, o che avevi rubato a qualcuno, e allora mentre cercavi la strada per casa, ti venivo in mente, e prima che il sole potesse sorgere nel cielo, sorgevi nella mia vita, e mi mandavi a scuola, con le tue parole severe che profumavano d’amore, perché mi stavi pensando, mentre io dormendo non avevo fatto altro che pensarti.

Un bacio per quando eri inca**ata nera e ti tenevi appesa ai tuoi sbagli, quando sbagliavi ed eri felice, quando sbagliavi ed eri profondamente triste, quando accavallavi le gambe seduta sul muretto, e gridavi forte tutti i suoi sogni, e ti trovavi a vomitare quelle paure in scatola che ti eri fatta nascere nella testa: fino a quando non ti addormentavi su un paio di ginocchia amiche, e ti lasciavi accarezzare la fronte, fino al giorno dopo: ed io avrei voluto essere quelle mani, e quelle ginocchia, e tutta l’aria intorno che ti accarezzava la pelle umida e pallida. 

Un bacio per quando eri lì seduta in macchina, a baciare chi c’era stato, a chi avevi costretto ad esserci coi tuoi modi perfetti di fare e di esistere. Un bacio anche se ne avevi già cento, adagiati sul sedile, stesi al finestrino, mentre i passanti guardavano il tuo imbarazzo e la tua faccia tosta, e dimenavano i pensieri, fino a non capirci niente. Un bacio sulla bocca, anche se avevi la bocca già sazia. Uno sulla fronte, anche se bruciava di paure, uno sulle braccia, che lasciavi cadere sui fianchi, ed uno sulle dita, incollate ad un plettro maledetto che non trovavi mai in mezzo al tuo disordine.

Un bacio per quella notte che pioveva, e sotto le coperte faceva freddo, che fuori i cani poi abbaiavano, e tu avevi addosso tutta la paura di una bambina. Un bacio perché te l’avevo gridato, e tu mi avevi risposto ridendo: che poi era solo un sorriso, che non mi hai fatto vedere, perché nel buio si perdevano i dettagli, e anche le stelle non brillavano abbastanza. Perché se avessi avuto il mio bacio sul cuscino, allora mi sarei addormentato accanto a te, ti avrei toccato le labbra fino a saperle disegnare su un foglio, ti avrei tenuta al caldo col mio corpo, ti avrei fatto da mangiare, e ripiegato i vestiti in disordine, sarei stato grande anche se non ne ero all’altezza, sarei stato forte quando a te sarebbe servita la forza, sarei stato io, pensando di bastare come tu bastavi a me.

Un bacio per quelle volte in cui sparivo, e a te mettevo paura: perché una radio sempre accesa, quando è spenta ti mette addosso delle domande. Tu mi domandavi perché non fosse più domenica, io mi nascondevo dentro un lunedì noioso, ma ti baciavo, anche se di nascosto.
Fino a quando nascondersi non è bastato, perché un mondo non lo nascondi sotto uno strofinaccio da cucina. Ero diventato così grande e grosso, che non ci sarebbe stato modo di tenerti all’oscuro, allora ho puntato dritto i piedi per terra, tenendo un braccio rigido, accanto alla testa, come per tenerti buona, ti ho baciato sulla bocca, ho chiuso gli occhi e ho pensato a quanto sarebbe stato spiacevole sentire un tuo schiaffo.

Allora non mi hai toccato, non mi hai sgridato, non mi hai respinto.

Immobile e bellissima, sotto un porticato di fiori invisibili.
Silenziosa e caotica, come la radio che ero io.

Mi hai baciato come ti avevo baciato io, dentro e fuori, come una cucitura a doppio filo. 
Dentro e fuori, per non permettere al sangue di gocciolare via, o ad altro di entrare dentro.
Mi hai baciato ed io ho aperto gli occhi, come una sorpresa che arriva e ti spaventa.
Allora sono ritornato una domenica. Il lunedì è sparito sotto la presa gentile di ogni tuo bacio.

Non abbiamo più smesso d’allora, è sempre domenica quando sei con me.

By miriana

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Mercoledì, 08 Febbraio 2017, 17:52

A volte ho come la sensazione di non essere  in grado di amare. Non sono capace, mi sfugge sempre tutto di mano, mi apro il petto, lascio che il cuore fuoriesca, che la bocca parli, che i denti battano, che le braccia abbraccino e che gli occhi parlino, che tutto questo appaia agli altri molto bello, ma in un secondo momento appare soltanto troppo. Credo di non essere brava ad amare, perché non sono adatta, perché forse non riesco ad amarmi, perché non mi amo, perché soffro della sindrome dell’abbandono, un po’ come un cane ferito che si trascina morente sull’autostrada. Il suo padrone ha giocato tanto con lui, gli ha insegnato tante cose, facendosi insegnare tanto, ma non appena il cane si è slogato la zampa, soltanto un po’, il suo padrone ha preferito prendere un cane più apposto, per cui non ci volesse del tempo per metterlo in sesto, un cane per cui non spendere medicine, amore, o tempo.

 Il tempo, quello che rivendico sempre. Mi sento sempre fuori tempo, e cerco sempre di avere del tempo dagli altri, poi quando mi viene dato mi sento in difetto, perché so che quel tempo sarebbe potuto essere speso in maniera differente, ma perché con me? Tutto il mio amore, che riempiva i polmoni, accarezzava le ossa e distendeva la mente, si trasforma per gli altri in una rete da trappola, in una se vai via vado via anche io, in un se non sei qua, piangerò e sarà colpa tua. Mi chiedo se esista un modo giusto di amare, o per amare qualcun altro. Mi chiedo se l’amore non sia universale, se non c’è niente da spiegare, se non è forse tutto scontato che io voglia stare con te e tu voglia stare con me , distesi, nello stesso letto ad accarezzarci i capelli, a raccontarci la vita, con i piedi ben saldi al muro di destra e la testa all’indietro, come a guardarti. Mi chiedo se non sia spontaneo addormentarsi al telefono, gridarsi un –non andare- prima ancora che l’altro abbia fatto un passo. Mi chiedo se ci sia un modo sbagliato di dire le cose, di sorridersi forte, di farsi un regalo, di tenersi i ricordi dentro, e le foto tra le dita, se non è forse amore anche il fatto di litigare, e fare la pace, perché il giorno non vale la pena passarlo senza l’altro, e la notte non ha senso alcuno senza darsi la buonanotte. Mi chiedo se amare non sia dare tutto ciò che si possiede, senza pretendere nulla, ma aspettarsi di tutto. Se amore non è amore, quando prometti, e prometti davvero, e quella promessa mantiene un valore per sempre. Amore  è amore quando non si chiede all’altro di fare la tua stessa fatica, quando tiri via lo strofinaccio,  e sorridendo finisci quei piatti incrostati. Amore è quando lasci dormire l’altro, nel mentre puoi guardarlo per ricordarti ogni dettaglio, se quando sei stanco sai di poter non parlare, ma di toccare le sue braccia e sentire la vita che scorre dal suo sangue al tuo, amore è quando taci e sai tutto, quando dici tutto ma la cosa più bella deve ancora esplodere nella tua testa. Amore è quando non dimentichi, ma sai perdonare, quando accarezzi la sua pelle con fragilità e passione, come a costruire un vaso e avere paura di romperlo.

Amore è amore perché ha mille facce, mille modi di essere, e di radicarsi dentro. Amore è tutto ciò che sembra tale, anche quello che non ha un nome, ma che ti sa addormentare.

Piango perché non so amare, perché sono ridicola e fuori di testa, perché nel mezzo delle cose e delle persone c’è sempre qualcuno con la sua faccia d’oro più bravo di me nello scegliere i regali, nello stare zitto al momento giusto, nell’amare troppo e mai troppo abbastanza, nel trattenerlo dai suoi impegni, facendo dimenticare ogni cosa da fare, senza togliergli il respiro.

Io tolgo il respiro, e il tempo, e gli impegni, e la ragione, e la pace.

Sono brava solo a togliere, mai a dare.

Quello che dò è una valanga che soffoca, che sopprime e spaventa.

Quello che dò è così tanto che in fondo si preferisce il niente.

Sono facilmente dimenticata.

By miriana

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Martedì, 07 Febbraio 2017, 16:47

Quando andavo alle medie avevo problemi con la mia professoressa di matematica. Lei non vedeva in me quello che in molti vedevano. Mi diceva spesso con la sua espressione arrogante, che non mi sarebbe bastato fingermi una scrittrice se poi nelle altre cose non ero brava, o meglio non lo diceva mai a me, si riferiva all’intera classe, 30 ragazzi assolutamente ordinari, non che nell’essere ordinari ci sia qualcosa di brutto, dicendo che non sarebbe bastato a qualcuno di noi fare gli scrittori se poi di numeri non ci capivamo niente. Elargiva il suo discorso a tutti, per poi, sulla fine, puntare il suo sguardo cattivo su di me. Lei odiava il fatto che io avessi un sogno, e che per quel sogno ero disposta a grandi cose. Non sopportava il fatto che la professoressa d’italiano portasse i miei temi in sala di consiglio per farli leggere agli altri. -E’ solo una ragazzina che sa usare bene il congiuntivo- diceva lei sottovoce. Per la mia professoressa ero molto più di una ragazzina che sapeva coniugare i verbi, lei pensava che io avessi talento, ripeteva ai miei di permettermi di sbocciare, di non lasciar morire tutto quel talento, e di valorizzarmi, starmi a sentire, anche se spesso riuscivo a parlare poco. Anche il professore di francese mi amava a modo suo, diceva che io avessi un’ attitudine alla lingua piuttosto eccezionale, pensava che certe cose mi venissero spontanee come a pochi. Io con loro due mi sentivo a casa, non che mi piacessero solo i loro complimenti, ma mi piaceva il fatto di non voler deluderli, di dare il massimo ogni volta per sbalordirli sempre di più. Le prima volte che la prof di matematica mi muoveva quelle accuse, io abbassavo la testa, pensavo tra me e me se scrivere così, in modo diverso dagli altri, non mi avrebbe portato problemi, non avesse fatto di me quella strana, quella incomprensibile. Sentivo la mia diversità come un peso da portare piuttosto che un premio del destino. D’altra parte cercavo di innamorarmi dei numeri, cercavo di impegnarmi sul serio, di prendere dei bei voti, di interessarmi alle espressioni algebriche molto più che a Leopardi o Manzoni, o al tema libero. Passavo i miei pomeriggi a buttare sangue sul libro giallo di algebra, mia madre mi diceva- basta così, se non ci riesci lei ti capirà- Io sapevo che non avrebbe capito, soprattutto se a non aver capito la lezione ero io. Consumavo le matite e le gomme a furia di segnare e cancellare, calcolare e riprovare, spesso la mia testa dura riusciva a combinare qualcosa di buono, arrivavo alle nove di sera con le dita sporche di matita e il tavolo ricoperto di cancellature. Il giorno dopo speravo che lei avesse apprezzato i miei sforzi, che in qualche modo riuscisse a vedere anche un quarto di ciò che vedevano gli altri in me, ma per lei restavo solo una ragazzina presuntuosa dalla penna fortunata. Nonostante tutti i miei sforzi, i numeri non mi piacevano mai più delle lettere, non riuscivano a mettere ordine nella mia testa, per quanto un calcolo riuscito bene desse la soluzione di un casino, le lettere per me restavano il modo migliore di mettere in ordine le cose. Scrivere mi faceva sentire me stessa, rendeva possibile cose che in realtà non lo erano, e soprattutto mi davano una dimensione che fosse mia. Io ero quello, io ero brava in quello, io potevo essere quello se mi fossi impegnata ancora e ancora. Sfortunatamente agli esami di terza media la mia professoressa di italiano si ruppe una gamba, il mio tema fu letto anche dalla prof di matematica. Quando mi sedetti al tavolo della commissione sapevo benissimo che mi avrebbe fatto nera. Lei era molto amica del professore di tecnica. Erano cucchiaio e forchetta, bottone e camicia. Non abbassai mai la testa, non mostravo la mia paura. Mi tenevo la mano stretta ai jeans, e li fissavo negli occhi. Non furono per niente gentili o carini, o comprensivi. Nonostante io avessi fatto i miei tre anni in modo impeccabile, alcuno sconto mi fu fatto. La prof mi sventolò il tema sulla faccia, mi guardò e mi disse –niente da dire, ordinario come sempre, nessuno si aspettava il contrario.- Non c’erano errori di ortografia o grammatica, ma che fosse corretto non mi rendeva entusiasta neanche un po’, volevo che qualcuno ci avesse visto il cuore in quelle righe blu su un foglio bianco, ma lei non ce lo vedeva mai, lei notava solo i numeri che mi mancavano. Con lo stesso sguardo incattivito iniziò a farmi una serie di domande tutte difficili. Pensai che fosse davvero facile farmi la guerra senza il mio generale presente, tuttavia pensai che la vita mi avesse messo alla prova, così, pensai di potercela fare. Risposi a molte delle domande, quando arrivammo agli esercizi di matematica, mi disse che avevo svolto bene più o meno tutto, ma che i numeri non sarebbero mai stati dalla mia parte. Lo credo anche io, d’altronde nel corso degli anni ho sempre impiegato molta fatica a capirci qualcosa, anche se a dire il vero il non essermi mai arresa ha dato i suoi frutti.

A distanza di anni ho capito che i numeri, aveva ragione Lei, non saranno mai dalla mia parte, ma che le lettere lo saranno sempre, perché sono mie, perché mi appartengono, perché le sento dentro e fuori, perché mi mettono pace, mi distraggono, mi incollano gli squarci, stanno a sentire i miei malesseri, e qualche volta emozionano chi in me vede qualcosa, a differenza sua.

Le lettere mi permettono di non pensare a nulla, esattamente come in questo momento disperatissimo, dove non voglio pensare, dove non posso pensare, e allora scrivo, e parlo di me, di una me lontana, che non si è mai allontanata troppo.

By miriana

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Giovedì, 26 Gennaio 2017, 17:15

Sono sempre stata alla costante ricerca di qualcosa di più. E’ da quando sono bambina che mi sento in cerca di qualcosa di prezioso, grande, grandissimo, persino più grande di me, quando mi chiedo cosa sia non so darmi una risposta. Nel corso degli anni qualcuno mi ha detto che sono destinata a qualcosa di grande, inizialmente pensavo si trattasse di un errore di sopravvalutazione, ho ben compreso che non c’era da fare i conti con la mia autostima, o con l’idea che avessero gli altri di me, il problema non era che quella cosa grandissima che mi stava aspettando fosse lì come una prova, e che solo i più audaci e i più in gamba avrebbero potuto superarla. Non si trattava di questo, né di un sacrificio, forse neppure di un desiderio, forse non si trattava nemmeno delle persone, si trattava di me e soltanto me. Di me che sarei stata qualcosa nel mondo, o meglio qualcuno. Da bambina cercavo la fama, volevo a tutti i costi essere qualcuno, e scioccamente pensavo che prima del compimento dei miei quindici anni avrei fatto il botto, e il mio nome sarebbe stato in ogni libreria d’italia. Col tempo questo desiderio si è affievolito, certo non mi dispiacerebbe se un giorno qualcuno potesse tenere il mio libro sul comodino, proprio accanto a letto, che avesse smesso di piangere dopo avermi letto, o che avesse iniziato a farlo sorpreso dall’emozione.

Ciò che voglio adesso è non essere dimenticata. Voglio che qualcuno mi tenga così dentro da non riuscire a lavarmi via, un po’ come succede alla ruggine, che ti si pianta sui vestiti, e non riesci a toglierla via. Non smacchi, non ci provi nemmeno, perché sai che non potrai farcela contro di lei. O come la pioggia, che quando arriva la accetti con pazienza e conforto, immagini che la terra si sia abbeverando, e che i fiumi secchi possano respirare un po’, e che la calura d’estate grazie ad essa possa smorzarsi a poco a poco.

Voglio che il mio nome ti si appicchi addosso, che più provi a tirarlo dalla pelle, più questo ti ustiona. E quando smetterai di lottare capirai che in fondo se ci fossi riuscito a mandarmi via, in qualche assurdo modo, in qualche folle tempo e spazio, ti sarei mancata.

Voglio mancarti maledettamente, anche quando ci sono, perché sai di non averne mai abbastanza. Voglio essere il posto dove sbatti i pugni quando sei nervoso, e il cuscino su cui posare le tempie stanche. Voglio che quando mi guardi ci vedi tutto, e quel tutto smetta di spaventarti ogni tanto. Voglio diventare la tua più grande ossessione, e la tua pioggia, e la neve che ti bagna il vialetto di casa, e il vento che ti butta giù la porta. Voglio che quando ti ritrovi a pensare, io sia il tuo primo pensiero, e che quando inizierai a cantare vorresti cantare forte per me. Voglio essere quella grande cosa che in fondo cercavo per il mondo, ma altro non era che io, e voglio esserlo per te.

A volte tremo al pensiero che anche tu possa dimenticarmi, mi dà conforto il fatto che dopo anni tu non l’abbia ancora fatto. Mi chiedo se non sia stata già ossessione, e pioggia, e neve. Mi chiedo se tu non abbia già per caso posato le tue tempie stanche su di me, se non abbia già cantato forte, e se hai già smesso ogni tanto, solo un po’, di avere paura di me.

E se ti stai chiedendo cos’altro ancora stia desiderando, sto addormentandomi con te.

Strano, quando sono con te riesco a vedere le stelle anche in mezzo al temporale

By miriana

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Sabato, 07 Gennaio 2017, 19:05

C’era una volta un pulcino, i suoi occhi erano così piccoli che chiunque si sforzasse a guardarli, si perdeva in due buchi microscopici e bui. Il pulcino era una pulcina tanto vanitosa quanto insicura, passava le sue giornate a specchiarsi nelle pozze d’acqua per trovare anche solo un dettaglio speciale nel suo piccolo visino. Un giorno, addormentato su un ramo alto alto, di un albero del parco, vide un’ aquila reale. Il suo becco sembrava quasi fatto d’oro, le sue ali erano coperte da schegge infuocate e il suo respiro era così dolce che non sembrava affatto appartenere ad un’ aquila selvaggia. La piccola pulcina a passi incerti guadagnò terreno, e aiuola dopo aiuola raggiunse il ramo alto alto, si mise ai piedi dell’albero centenario e con il suo musetto piccolo quanto una goccia d’acqua, passò tutto il suo tempo a rimirare l’aquila dormire. Quando essa si destò, e in cielo si fece buio, l’aquila si accorse di quel piccolo esserino, spalancò le sue ali grosse e lo raggiunse, beccò qua e là, la pulcina non ebbe paura neanche un istante, ma gli sorrise forte come a sorridere ad un amico. L’aquila che spaventava tutti e aveva spesso problemi nel sentirsi se stesso, poggiò le sue ali lungo i fianchi della pulcina, e quando la sera divenne notte rimase a vegliare sul suo sonno per tutto il tempo a seguire. Giorno dopo giorno la pulcina crebbe in grandezza e bellezza. L’aquila non la lasciava mai sola, ma la pulcina era curiosa, e tante erano le sue domande.

-Perché non posso volare come te?-

-Perché tu sei diversa.-

-Perché sono diversa?-

-Perché tu non rischi come noi, perché sei unica, e perché non mi assomigli.-

-Io voglio assomigliarti e voglio volare accanto a te.-

-Non puoi, non voglio.-

 

Queste erano le domande di sempre, queste erano le risposte di sempre.

 La pulcina si innamorò perdutamente dell’aquila selvaggia, e per quanto esso fosse a sua volta completamente perso di quell’esserino di terra, non riusciva mai a darle il rischio che sarebbe costato il suo amore. Più la pulcina gli confessava il suo amore, più l’aquila le diceva che non aveva molto senso, alchè un giorno, confidando sulla realtà delle cose rispose alla pulcina che lui l’avrebbe amata e scelta tra tante, solo se un giorno ella gli sarebbe assomigliata, solo se ella avrebbe volato al suo fianco.

 

La pulcina pianse per tre giorni di fila, tanti erano i galli a farle la corte, ma lei non voleva un gallo, non voleva nessuno che non fosse la sua bella aquila selvaggia, così di notte poco prima di dormire, le si presentò la luce fatua dei desideri. Quella piccola luce le chiese allora quale fosse il suo grande sogno, e a cosa sarebbe stata disposta a rinunciare per esso. La pulcina disse alla luce fatua che voleva essere un’ aquila reale, e che avrebbe rinunciato per sempre ad essere della sua specie per quanto le piacesse. Così la luce fatua le entrò nel petto, e prima che facesse giorno il suo aspettò mutò totalmente.

Quando ella si ridestò pensò fosse stato solo uno strano sogno, ma quando si avvicinò alla pozza d’acqua lasciata dalla pioggia notturna, notò che il suo aspetto era assolutamente diverso. Le sue piccole ali non funzionanti adesso erano grandi e piumate, ricoperte da schegge biancastre, il suo piccolo becco, era ormai una grande bocca d’oro, e i suoi minuscoli occhi adesso erano due grandi punti luminosi. Quando l’aquila selvaggia si posò sul suo ramo, nel parchetto della città, dove ogni giorno faceva visita alla sua pulcina si accorse che ella era sparita, provocandogli una profonda angoscia, prima che potesse partire in cerca della sua piccola amata, l’aquilotta batté le ali per la prima volta e raggiunse a gran fatica il ramo alto alto, quello dove aveva sempre visto il suo innamorato.

-Sono io mio dolce amore..-

L’aquila selvaggia si accorse di chi si trattasse da quella voce sottile ed elegante

-Pulcina?-

-Tu avevi detto che semmai fossi stata in grado di volare e se ti fossi assomigliata, in qualche modo mi avresti amata, eccomi..-

-Tu sei pazza… non tornerai mai più come prima.-

-Non voglio tornare come prima se il mio aspetto ostacola il nostro amore.-

-E’ questo aspetto che lo ostacolerà sempre, adesso sei troppo uguale a me, io non ti voglio così. Ne ho cento mila uguali a te, vattene via!-

Le parole dell’aquila furono così violente, che l’aquilotta perse quota, cadde fino a schiantarsi sull’erba bagnata. L’aquila la trovava assolutamente ripugnante, l’aveva per sempre bandita dal suo cuore. Tanto era l’amore che provava per quel rapace che non aveva avuto problemi a rinunciare a sé stessa,  ma quando l’aquila ripartì in cerca di qualcuno di diverso, qualcuno che potesse essere come la pulcina, l’aquilotta divenne spenta, fino a non muoversi più dal ramo alto alto, dove il suo amato non vi fece più ritorno.

 

L’aquilotta non sarebbe più ritornata pulcina, e l’aquila selvaggia non sarebbe mai più ritornato da una così uguale alle altre, non l’avrebbe mai più amata come una volta.

 

L’aquilotta si ammalò gravemente, si lasciò poi morire sul quell’albero antico, dove una volta aveva visto la cupola della città sulle ali del suo amato profondissimo amore.

By miriana

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Mercoledì, 14 Dicembre 2016, 20:12

La prima volta che ho nuotato avevo circa cinque anni. I miei braccioli con i polipi rossi facevano invidia a tanti bambini, erano i miei preferiti, mi facevano sentire costantemente al sicuro. I miei genitori erano dei fifoni assurdi, avevano avuto così paura, che la loro primo genita non aveva imparato affatto a nuotare benchè fosse sufficientemente adulta. Io avevo solo cinque anni, e il mare mi piaceva da pazzi. Per arrivarci facevamo una grossa trafila, il mare nei dintorni della mia città era inquinato, così, sceglievamo sempre il posto migliore, nonostante il viaggio fosse alquanto complesso per una bambina piccola. Ogni mattina prendevamo il treno, io mi svegliavo pimpante e raggiungevo la cucina, mandavo giù più velocemente che potevo la colazione, mia madre mi pettinava la frangia e mi sceglieva i vestiti. Poi correvamo in treno, e prima che potessi accorgermene eravamo già arrivati. Con noi i nostri vicini di casa, i loro figli avevano quasi la nostra età. Non appena arrivavo al lido privato, mi strappavo letteralmente i vestiti di dosso, correvo a mettermi i braccioli e dicevo a mio padre di voler fare il bagno. Lui rideva di gusto, diceva che ero un pesciolino di mare, io un po’ mi ci sentivo. Ho nuotato con i miei braccioli per un po’ di tempo, fino a quando il nostro vicino di casa, un padre di famiglia non disse ai miei di volermi insegnare a nuotare. Mio padre era assolutamente terrorizzato dal fatto di affidarmi a qualcun altro, ma allo stesso tempo la paura di non insegnarmi mai a nuotare per la troppa apprensione, gli diede il coraggio giusto per dirgli di si. Mia madre aveva gli occhi spalancati, man mano che mi allontanavo con quell’uomo, vedevo i suoi occhi lucidi farsi piccoli. Mi sembrava tutto così bello e strano. Quando raggiunsi l’acqua alta, mi sentivo le onde accarezzarmi il collo. Quell’uomo non perdeva mai di vista i miei occhi, sembrava infondermi coraggio con il suo sguardo deciso. Mi continuava a ripetere che non dovevo smettere di agitare le braccia e le gambe, che presto avrei dovuto tenermi a galla, e che sarebbe successo in modo assolutamente naturale. Quando tirò via il primo bracciolo sembrai imbarcare acqua, suo figlio, di qualche anno più grande di me, se non mio amico, mi nuotava in torno, gridando incoraggiamenti. L’acqua mi arrivava alla gola alta, mi sembrava di poter respirare di meno. Continuavo a dimenare le braccia, sentivo i miei piccoli piedi non riuscire più a toccare il fondo. Quando tirò via il secondo bracciale, ebbi paura per tre secondi. La mia paura più grande non era di affogare, quanto di fallire quella grande impresa. Mi accorsi che nuotare è la cosa più naturale del mondo, come respirare o svegliarsi, o camminare. Non esiste alcun manuale specifico, qualcuno può darti un consiglio giusto o darti la giusta dritta, ma in fondo sei da solo in mezzo al mare, o da solo in piedi per strada, o da solo sdraiato nel tuo letto. Non appena trovai il coraggio iniziai con bracciate più grandi, raggiunsi l’acqua altissima, mia madre era un punto lontanissimo. Tutti mi reputavano troppo piccola per imparare a nuotare, ma credo che il mio stile di vita sia battere tutti sul tempo e sbalordire le folle.

Fu in quel momento che mi innamorai del mare. Immersa in quelle acque fredde non mi sentivo mai spaventata, mai sola, mai triste. Ero un vero pesciolino di mare, una goccia tra le gocce. Mi sentivo ristorata, accarezzata. Non ero solo una bambina in acqua, ma un essere umano collegato all’oceano. Credo che il mare si ricordi di tutti noi, che in un modo o nell’altro stabilisce un contatto reale con il nostro corpo e la nostra anima. Ricorda la nostra paura, la nostra euforia. Ricorda i nostri segreti e i nostri timori. Il mare ci accoglie qualunque cosa siamo, qualunque cosa abbiamo intenzione di dire. Non ho mai avuto uno stile preciso, non sono una di quelle che nuota con tecnica. Nuoto alla meglio, non mostrando le mani né le braccia. Sono come coperta dal freddo e accarezzata dall’acqua. Vado raramente sott’acqua, mi sembra come sbirciare sotto la sua gonna. Non è carino né normale. I suoi segreti restano segreti, i miei li affido a lui.

Ancora oggi quando guardo il mare mi sento in pace con me stessa. Mi sembra che tutti i miei problemi spariscano in qualche modo,  che la mia testa riesca a tornare vergine. Che non ci sia nessun male al mondo che possa scalfirmi. Quando nuoto sono libera, anche da me stessa. Mi allontano, e le onde mi trascinano verso la riva. Penso che in qualche modo il mare ci riporti a casa, anche quando siamo smarriti.

Imparare a nuotare è stato un po’ come amare.

Profondo e lento, spaventoso e folle.

Quando chiudo gli occhi riesco persino a sentire la sua carezza, non intende mai farmi del male, non pretende niente che io non voglia regalargli.

Quando dovevamo tornare a casa, ero così stanca che mi addormentavo in treno, sulle gambe di mia madre, facevo dei sogni bellissimi, il mare li conosceva già tutti.

By miriana

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Martedì, 13 Dicembre 2016, 17:25

Quando avevo sei anni sono stata per la prima volta alle giostre. Solo io e mio padre, volevo a tutti i costi accaparrarmi la sua attenzione e il suo rispetto, nonostante contro ogni previsione, fossi solo una femmina. Mio padre prendeva un paio di gettoni, all’epoca funzionava cosi, in cambio di tot soldi ti venivano dati tot gettoni, da poter spendere nelle giostre che preferivi. Lui mi mostrava quanti giri avessi a disposizione, generalmente ne potevo fare cinque o sei. Li agitava e mi sorrideva, poi mi diceva: scegli. Io mi guardavo intorno, e prima che potessi lasciarmi battere dall’indecisione sceglievo le mie cinque giostre, l’ultimo gettone lo tenevo sempre da parte per quella che meritava una seconda possibilità. Mi divertivo sul cavallo, sulla carrozza di cenerentola, nelle tazzine da caffè e sulle macchine autoscontro. Quando finivo i miei gettoni, vedevo gli altri bambini fare una marea di capricci, io in qualche modo avevo già capito che accontentarsi ti rende quasi sazio. Mio padre mi tendeva la mano, io gliela porgevo e tornavamo a casa. Non piangevo, non pensavo neppure che mi sarebbe piaciuto fare più giostre e stare più tempo, avevo  una strana rassegnazione e intelligenza emotiva che non appartiene ai bambini. Quando a Natale ricevevo i miei regali, e talvolta quelli di mia sorella erano più costosi non riuscivo mai a provare invidia. Ero felice per lei, mi sentivo ugualmente sazia, come alle giostre. I capricci non hanno mai fatto parte di me, ero una bambina buona, una di quelle che sorrideva per qualsiasi cosa. Mia madre mi racconta sempre che quando ci trasferimmo nella nuova casa, poco dopo la mia nascita, avevano cosi pochi soldi che non riuscivano quasi a fare spesa per loro. Quando arrivava l’ora di mangiare, mia madre mi racconta che seduta nel mio seggiolino mi dimenavo come impazzita. Sorridevo, ridevo. Avevo la stessa euforia di un bambino che sta per ricevere un grosso regalo, in fondo era solo del cibo, ma io ridevo, e mi vedevano come la gioia della casa in un tempo così difficile. Mio padre faceva i salti mortali per accumulare soldi, non dormiva quasi la notte per fare questa o quest’altra cosa, mentre a me veniva dato forse il compito più difficile del mondo: tenere l’umore di tutti alto abbastanza da non andare in crisi. Raggio di sole, avrebbero dovuto chiamarmi. Sono sempre stata strana, qualcuno potrebbe definirmi vecchia. Non ho gelosie verso nessuno, non bramo  oggetti costosi, non mi interessano gli abiti firmati o la vacanza all’estero. Sono una di quelle persone che se riceve qualcosa è assolutamente apposto. Non importa se sia grande, piccola o immensa. Non importa neppure se non dovesse arrivare. Non sono apatica, è che sono nata con una coscienza di ferro. Quando non potevo comprarmi i jeans non li ho comprati, quando non potevo mangiare fuori, ho cenato a casa mia, quando potevo permettermi una sola cosa, sceglievo sempre la cosa per gli altri, e mai per me stessa. Adoravo mettermi nelle ultime file della lista. Vedere felice chi ami è come aver esaudito il tuo desiderio più grande, o meglio è così per me. Faccio mille sacrifici, ancora oggi. Forse oggi questi dovrebbero pesarmi di più, perché ho 23 anni e il jeans lo comprano tutti, il viaggio lo fanno tutti. Io non posso, ma non importa, quando la mia famiglia può darmi più o meno ciò che desidero, è assolutamente pazzesco. Fanno tutto quello che possono, faccio tutto quello che posso per loro. Tuttavia non sempre vengo capita, non sempre vengo apprezzata. Sono stata cresciuta in un modo sano, e altrettanto la stessa ‘’sanezza’’ mi è stata imposta da me stessa. Quando ho sei gettoni tra le mani, come una volta, li spendo con parsimonia e testa. Quando devo sacrificare qualcosa lo faccio più che volentieri. Ho paura di essere fuori dal mondo, e talvolta mi ci sento davvero. Non riesco mai totalmente a pensare a me stessa, penso persino alla ‘’felicità’’ dei miei nemici piuttosto che alla mia. Mi sento un fallimento per molte cose, penso di non essere una bella persona, sono solo stata costruita alla meglio. Quando mi guardo allo specchio non so mai se sia più brutto ciò che vedo dentro o ciò che vedo fuori. Vorrei essere orgogliosa di me stessa, ogni tanto, mi dico che persone con cattiveria innata e faccia di me**a vanno in giro per il mondo con molta più fierezza di quanta non ne abbia mai avuto io in tutta la mia vita. Eppure non ci riesco, ci sono momenti in cui mi guardo e non mi riconosco, momenti in cui penso di aver investito tempo e cuore in cose sbagliate, momenti in cui mi sento una stupida, momenti in cui mi ripeto che nessuno mi vorrà mai se resterò così. Mi dico che è normale se gli altri vanno sempre via d’altronde, se scelgono sempre qualcun altro, se non affidano mai niente a me. Vorrei poter bastare, vorrei sentirmi dire : miriana tu sei la persona con l’anima più bella che io abbia mai conosciuto. Poi mi dico che è impossibile, perché probabilmente non ho neppure un’ anima. Ho perso tante di quelle cose in vita mia, che ne ho perso il conto ormai, non tengo una lista dei pegni o degli addebiti. Non ho voglia di stare la a seguire chi ne ha avuto abbastanza di me, vorrei non essere solo una fetta di torta appetitosa, ma che dopo un po' il suo gusto stomacheggia persino i più golosi. Ho paura di essere sempre così disgustata dalla mia persona, vorrei poter dire di aver fatto una cosa giusta in tutti questi anni, ma più ci penso, più credo di aver fatto più casini di quanti non ne abbia risolto. Non sono brava neppure ad amare, do così tanto amore che la persona si spaventa. Non sono brava a far restare nessuno, non riesco ad avere progetti a lungo termine, non più. Credo che la traccia di ciò che hai vissuto non ti lasci mai in pace, che sia come il tanfo appestante di un corpo in decomposizione. Quando qualcuno si avvicina, riesce a sentire la mia paura, i miei casini, la mia autostima inesistente, le mie malinconie, gli abbandoni, i calci, le bugie che mi sono state dette, il mio essere almeno tre persone in una, e tutto questo fa paura. Non c’è mai pazienza nei miei confronti, la gente si aspetta sempre un sacco di cose da me, cose che non so neppure di possedere.

Quando mi guardo dentro, riesco a vedere una serie di voragini tutte messe in fila. Talvolta esse mi spaventano al punto tale da scappare da me stessa. Quando ritrovo il coraggio tento in tutti i modi dii accarezzare quei buchi e fare un’ottima fasciatura, poi qualcuno accarezza forte, o da uno schiaffo, ed esse riprendono a sanguinare.

By miriana

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Lunedì, 07 Novembre 2016, 18:00

La gente mi fissava la bocca, mi guardava le mani, immaginava che bei giri potesse fare la mia lingua, e per quanto tempo le mie mani si sarebbero attaccate alla carne fredda dei loro corpi. Qualcuno mi fissava la bocca solo per le belle parole che riuscivo a dire. Le masticavo lentamente, parlavo sempre con un soffio di voce, qualcuno mi rimproverava, soprattutto i miei genitori. Loro non mi capivano mai, perché erano abituati ai volumi alti, ai grandi giri, agli insulti pesanti. Io ero una piuma nel vento e una voce piccola piccola. Non la conosce quasi nessuno, non la ascolta quasi mai nessuno. Dico che mi piace cantare, ma in fondo non canto quasi più. Dico che mi piace parlare di cose belle, ma non faccio più neanche quello. La gente mi fissava le mani, qualcuno, forse, per immaginare quante volte mi avrebbe preso per mano, tra la gente, nella folla, in mezzo al vento, nella calura d’estate, quando quasi non sopporti il tuo peso, ma quello di chi ami non riesci a togliertelo di dosso, allora lo metti addosso, come un vestito che porti fiera, che se aumenta il tuo calore corporeo, non ti importa affatto. Sudi e sudi amore.
La gente mi fissava perché ero bella. Mi sono chiesta per anni la bellezza cosa sia, io che fra i tanti mi amalgamavo, che non saltavo mai agli occhi di nessuno. Io che ero una ragazzina dai capelli castani, poco mossi, con due occhi castani, una media altezza e una faccia pulita. Una tra tanti, una dei tanti. D’un tratto sono sbocciata, e molti hanno iniziato a fare caso a me. Ero così abituata ad essere un fantasma che quando gli occhi della gente hanno iniziato ad appicciarsi addosso, non sapevo se esserne felice o provare fastidio. Forse tutte e due le cose. Forse nessuna delle due.
Ho iniziato a pensare che fosse un mio problema quest’insoddisfazione generale, mi sono accorta in seguito, poi, quando non ne potevo più, che nel mondo esistono almeno centomila come me. Siamo disadattati perché non sappiamo chi siamo. Io sono io e io ancora sono un’altra. Mi guardo allo specchio e mi piacciono i miei capelli, arrivano fino al mento da un lato, perché sono ricresciuti. Mi dico che ho sulla faccia un bel trucco, delle belle sopracciglia, e che la mia bocca sembra stata disegnata a mano da un artista, con somma precisione. Mi piacciono i colori come appaiono sulla mia carnagione. Mi piace sentirmi sensuale, senza mai essere esagerare. Mi piace giocare con lo sguardo, mi piace che dentro i miei occhi ci sia un mondo intero. Sono belle quelle scarpe col tacco, non le indosso da forse un anno o più. Ho un bel portamento con quelle scarpe al piede, mi dicono. Le gambe non le scopro mai, ma non sono così brutte. Ho un sorriso buono, e una faccia furba. Sono all’altezza di chi si ferma a guardarmi. Sono carina quando indosso i miei cappelli. Ho un buon profumo, sa di fiori. Sono un fiore, o inizierò ad esserlo, ma quando sento di essere sbocciata troppo avverto un forte senso di inadeguatezza. Vedo i miei capelli che toccano il mento persino troppo lunghi, sento il rossetto sulla mia bocca come una patina ridicola. Vedo la mia bocca esageratamente carnosa. Vedo quei colori troppo inadatti. Vedo la mia faccia allo specchio e la vedo troppo pulita, troppo sciocca. Voglio sembrare minacciosa, voglio essere cattiva.
Mi arrabbio perché non so quale parte di me sia in maggioranza. Perché voglio che mi venga aperto il cancello, e l’attimo dopo vorrei essere stata io ad aprirlo per prima. Voglio sentirmi bella, ma non bella da sembrare una principessa. Voglio essere un pirata, ma a volte smarrisco la nave. Voglio sentirmi un duro, senza apparire cafone. Voglio avere dei vizi, ma non voglio che mi venga fatto notare. Voglio essere accerchiata, ma voglio pedinare e accerchiare. Voglio essere la vittima e il carnefice. Voglio essere guardata e restarmene a guardare.
C’è un disordine assurdo nella mia testa. Per una persona ordinata e metodica come me è un po’ strano affogare nei panni sporchi, negli scatoloni impolverati, e negli armadi fitti di scheletri.
E’ una continua lotta tra me e me. Un equilibrio difficile da frizionare.
E’ un continuo sopprimere me stessa, e darmi tregua. Accontentarmi, sfamarmi.

By miriana

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Domenica, 23 Ottobre 2016, 20:45

Quando ti ho sognato eri una goccia, che si barricava dietro un mare di parole, si teneva dentro la sua bianca schiuma, e gridava forte le sue accuse. Quando il giorno all’improvviso divenne sera, tutta la marea si disintegrò, e il mare fu voragine e preghiera, ti nascondevi al sole, mentre  sognavi la luce della luna.

Quando ti sognai eri altalena, reggevi forte la mia schiena, e ti piegavi sotto i colpi di ogni spinta, mi portavi fino al cielo e poi lassù. Eri ferro e acciaio senza paura, quando cadevo avanti, mi tenevi su, e mentre l’aria fredda mi tratteneva, tu mi tenevi al caldo, come fuoco e paglia.

Quando ti sognai eri una scusa, la raccontavi al mondo per non tremare, restavi forte e accesa, ma continuavi, ed eri amore puro che invadeva il mare.

Quando ti sognai eri l’amore, che diventava sesso se ti dicevo si, eri carezze forti come l’aurora, e mi mordevi il petto per saziare te. Eri lampada  e lampione in mezzo al cielo, il faro che seguivo ad occhi chiusi, perché la meta è il sogno e la realtà.

Quando ti sognai eri una casa, la stessa che abitavo quando non c’eri più, e mentre mi stringevo alle lenzuola, il freddo mi passava, ma l’amore no.

Quando ti sognai eri una bocca, baciavi lenta la mia pelle, ti nascondevi sotto litri di sangue, mi percorrevi il corpo a passi lenti, e ti mostravi sempre nel dna.

Quando ti sognai eri il mio cuore, pulsavi forte e lenta, come parole, le pronunciavi piano o tutte di colpo, una malattia grandissima, senza una cura, l’ennesimo motore a chiazze rosse, ti addormentavi piano, addormentando anche me.

By miriana

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Mercoledì, 15 Giugno 2016, 17:46

Ci sono un’ infinità di cose al mondo che non puoi cambiare, un temporale improvviso quando avevi deciso di andare al mare, un sole cocente quando stavi cercando refrigerio, una botta alla testa mentre passeggiavi tranquilla sul ciglio della strada. Queste non le eviti, non le cambi, non le trasformi, e non le cancelli. La fine di un amore è tutta nelle tue mani, soprattutto se pensi che le prime cose non puoi cambiarle ma puoi comunque accettarle e prenderle per buone. Puoi andare al mare con l’impermeabile, guardare le onde alzarsi sulle gambe, e alte alte, infrangersi sugli scogli. Puoi fare lì, proprio sulla sabbia bagnata un amore dolcissimo, mentre nessuno ti guarda. Puoi ballare sotto la pioggia, divaricare le braccia e volteggiare nel niente, con gli alluci sommersi nella sabbia umida. Puoi coprirti il capo se il sole è troppo forte, tirare fuori dal cassetto quel cappello che non hai mai occasione per indossarlo. Puoi restare a casa e invitare un’amica, puoi aspettare che il sole cali mentre mangi un gelato cantando. Puoi guarire da quella botta alla testa, puoi startene a letto fino a quando ti va, puoi mettere in pausa gli impegni, le scocciature, il lavoro, lo stress. Puoi dormire da oggi a domani, fino a stare meglio. Se puoi cambiare tutte queste cose, e renderle migliori, probabilmente hai un potere speciale tra le mani, lo stesso che può salvare un amore.

Si, perché l’amore se ami forte lo puoi salvare, lo puoi impiantare in un vaso più grande, avere la pazienza che le sue foglie diventino nuovamente verdi e forti, devi avere il coraggio di ammettere che ne resterai senza per un po’, che ci saranno giorni interi in cui ti chiederai cosa stai facendo, ma se avrai la pazienza e il coraggio giusto, probabilmente dopo un po’ di giorni o mesi, ti sveglierai, e accanto al tuo letto ci sarà una pianta bellissima, dal fusto forte pronto a non spezzarsi nelle grandi piogge, le foglie saranno larghe, incavate e lucenti. I petali colorati ed infiniti, che non saprai contarli. Sarà una pianta da frutto, una pianta da fiori. Ti darà da mangiare quando sarai affamato, e profumerà la tua stanza quando avrai bisogno di carezze. Quell’amore salvato, saprà darti indietro tutto l’amore con il quale avrai deciso di salvarlo.

Al contrario, se deciderai di lasciare la pianta a secco, se preferirai andare a passeggio tutto il giorno invece che concimare, annaffiare, estirpare le erbacce cattive, la pianta morirà, e sarai costretto a liberare il davanzale. Potrai comprarne una nuova, ma se non sei stato bravo con la prima, probabilmente morirà anche la seconda. Ma la nuova pianta, in caso, ti amerà come la vecchia? Saprà capire i tuoi difetti? Saprà perdonarti? Saprà darti fiori e frutti? Forse piangerai, forse, ma non sarai più in tempo.

Una pianta morta resta morta, se l’hai lasciata morire.

Ma se verserai anche una sola lacrima, probabilmente hai fatto la scelta errata.

Capita che due  si perdano di vista, che smettano di essere una coppia, che non sanno più quando l’altro va a dormire, quando invece si è alzato dal letto. Capita che uno fa dispetti all’altro, che risponde male, che prende scelte sbagliate, che sopravvalutano persone che non sembravano mai valere quanto quell’amore. Capita che dopo tanto amore, ci si faccia la guerra, o a volte che non ci si guardi neppure più in faccia, si perdono i contatti come due fili di corrente a cui è stato spezzato il legame. L’uno sarà una cosa, l’altro ne sarà un’altra. Capita che per quanto ci si sforzi, almeno uno dei due continuerà ad amare l’altro, anche odiando tutto ciò che gli è capitato, detestando cosa è diventato l’altro.

Ma capita anche che se i due potessero incontrarsi nuovamente, sulla Luna, Mercurio, Plutone, ovunque voi vogliate, si innamorerebbero di nuovo l’uno dell’altra. Non è magia, né ossessione, è che certe cose sono più forti di altre, è che due che si sono amati anche  sforzandosi di voltare pagina, nell’inconscio più nascosto continueranno a farlo per il resto delle loro vite. Perché l’amore non è darsi un bacio, fare del sesso, condividere un panino. Quando ti innamori stringi un patto tacito con la vita.

 Ami, ami forte, a volte ti sembra di non amare più, ma tra le costole e lo sterno resterà una piccola porta,  a cui l’accesso è vietato al mondo. Dietro quella porta ci saranno milioni di canzoni che ti ricorderanno quell’amore, fotogrammi di foto scattate con gli occhi, solo battendo le palpebre tra una carezza e l’altra. Ci saranno i regali, e i respiri, e i sacrifici, e i pianti. Ci sarà una stanza di ricordi, che non si laverà via neppure con l’acido. Talvolta vorrai entrarci, ma l’orgoglio e la paura di star male ti sbarreranno la strada.

Capita che se l’uno incontrasse l’altra, in corpi diversi, in sessi diversi, in modi diversi,  si innamorerebbero nuovamente. Che bizzarria vedere due sconosciuti corrersi incontro, aprire le braccia, leccarsi ferite. Due sconosciuti baciarsi la bocca, le mani, la fronte. Due sconosciuti tenersi la mano, senza nemmeno parlare, due sconosciuti con il profumo dell’altro addosso, con gli occhi smarriti, e il cuore imbizzarrito.

Capita che certi amori restano così, immobili nel tempo, inaffondati dai nuovi, eterni, come Amore & Tempo lo furono.

By miriana

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Lunedì, 30 Maggio 2016, 19:15

Ho sempre avuto un terribile presentimento circa la mia vita, come se  stessi correndo per i centro metri in staffetta, e una strana creatura mi stesse osservando dal bosco. Centro metri son pochi direte voi, non se diluiti nel modo giusto. Sono sempre stata paranoica al riguardo, quando raccontavo questa cosa a qualcuno, gli altri facevano spallucce e ridevano. Come può un lupo rincorrere te? In piena città? E perché vorrebbe catturare proprio te? Malgrado i miei sforzi di spiegarlo, davvero in pochi mi hanno presa sul serio. I centro metri sono la mia vita, giovane, esigua, ancora breve. Li faccio tutti correndo perché andare piano mi spaventa. Se rallentassi, quella strana creatura potrebbe acciuffarmi. Perché un lupo mi sta rincorrendo in piena città? Perché il lupo nero sceglie sempre bene le sue vittime, le individua tra quelli che si sono meritati una piccola felicità o fortuna. Il lupo dorme sotto il tuo letto senza farsi sentire, entra nei tuoi sogni ed estrapola degli incubi che poi ti farà vivere in seguito. Il lupo nero ha scelto me perché avevo iniziato a cavarmela davvero bene. Dopo i quindici anni, in cui ero stata maltrattata duramente da questa o quest’altra cosa avevo iniziato a capire come funzionasse lo sfarzoso ingranaggio della vita. Una botta alla fronte, una cicatrice all’occhio destro, un osso spezzato, e poi una ottima cena ricostituente, un abbraccio in salotto, il sorriso elettrico di chi ami. Mantenevo un certo equilibrio tra quello che sarei voluta essere e quello che ero nella realtà. Mi accarezzavo i lividi, e nel contempo cercavo di non procuramene degli altri. Talvolta, mentre mi specchiavo, o camminavo per strada, notavo tra i cespugli uno sguardo arrossato, simile a due rubini luminescenti. In ogni pupilla almeno una dozzina di vene rossastre. Non scorgevo l’intera figura, il resto del corpo restava celato dietro l’angolo della strada, dietro il cofano dell’auto, o tra i cespugli del parco. Mi voltavo di scatto, ma non c’era mai niente, se non il riflesso sbiadito di queste due pupille malefiche. I miei amici continuavano a chiedermi cosa guardassi, io avevo smesso di rispondergli perché tanto non mi avrebbero mai creduto. Qualcuno potrà prendere questa storia come utopica, o irrealistica, ma il lupo nero esiste, ed è sotto il letto di ognuno di noi. E’ uno o più, è tanti o pochi, sa aspettare o è famelico. E’ questa o quest’altra cosa insieme. Quando mi svegliavo di notte, e l’avevo sognato, mi asciugavo il sudore, e scrivevo  alla persona che all’epoca era il mio amore grande. Mi tranquillizzava il fatto di poter riacquistare il mio contatto con la realtà. Non si è mai manifesto in sogno, erano solo un ammasso di incubi incastrati. Mai visto un lupo nero mentre dormivo, ma  ho visto tutto ciò che poteva essere il lupo nero: mia madre moriva, la mia casa veniva venduta, l’amore della mia vita andava via con un altro, io restavo sola seduta su una gru completamente al buio. Per quanto io abbia controllato sotto al letto, e nel cuscino, non sono mai riuscita a catturarlo, perché Lui è fatto così, sempre un passo davanti agli altri.

Avevo la convinzione di stare correndo forte, che i miei centro metri si sarebbero quadruplicati, e che per quanto corressi veloce il lupo mi avrebbe seguita si, ma restando sempre indietro a me e a tutti quelli che amavo. Ho avuto questa convinzione fin quando le cose mi sono andate bene. Non mi sono mai fatta beffa di lui, in fondo lo rispetto, perché ha un obiettivo e lo persegue. E’ sempre stata così la mia vita, io corro, e lui mi insegue. Ho avuto dapprima le mie gambe forti, poi sono stata aiutata da altra gente, da tutti quelli che amavo. Hanno corso insieme a me, e abbiamo fatto persino delle pause. Ci siamo presi del tempo da trascorrere al mare o per dormire, per amarci, litigare e fare pace. Il lupo nero sembrava quasi rispettare queste assurde tempistiche, estranee nella caccia alla gazzella. Il lupo nero forse si era quasi affezionato a me, mi aveva dato il tempo giusto per riprendere le forze, ma non appena ho avuto bisogno di rallentare, e ho perso qualche pezzo per strada del mio equipaggiamento speciale, lui è sbucato per la prima volta dal buio.

Dopo anni di corse lui era lì davanti a me. Gli stessi occhi luminescenti, un pelo folto e cadente, quasi sporco di sangue, due denti aguzzi, più bianchi della neve, sporchi solo ai lati. Si è avvicinato lentamente, mantenendo un’ andatura lenta e circospetta. Ho pensato fosse inutile iniziare la corsa, che vicino com’era con un solo balzo mi avrebbe già raggiunta.  L’ho guardato negli occhi, e lui ha guardato me. Ci siamo quasi detti qualcosa, come due vecchi amici, cui uno dei due è obbligato a far qualcosa all’altro. Ha saltato, si è messo carponi sul mio petto. Riuscivo a sentire il mio cuore battere più forte di un treno. La sua saliva calda mi è colata sulla guancia e poi sul petto. Il peso dei suoi artigli conficcati nelle carni.

 Il lupo nero pesa quanto pesa l’universo. Pesa quante siano le tue sventure. Emettendo un grido ha poi sferrato la sua prima zampata, la guancia mi grondava di sangue. Quel primo colpo mandò in frantumi la mia storia d’amore. Quella persona era sparita dalla mia vita, e mi aveva persino dimenticato. Nella sua stanza non c’erano più le nostre foto, e il suo ti amo divenne un vattene via. La seconda zampata frantumò il mio sogno di scrivere. Senza amore, avevo smesso di esserne capace. La penna mi cadeva dalle dita, la mente non riusciva più a pensare. La terza cancellò la mia allegria, tutto divenne cupo, tutto divenne spento. La quarta mi ricordò che a mia madre non restava così tanto da vivere, e che presto sarei rimasta sola. La quinta ed ultima zampata mi lacerò il petto. Le carni mi si aprirono da una parte all’altra, come un frutto troppo maturo. Riuscivo a malapena a guardare cosa stesse accadendo, ma il Lupo nero avvicinò la sua bocca famelica a quella pozza di sangue e con un sol boccone mangiò il mio cuore.

Sentì quasi un interruttore spegnersi. Tutto ciò che provavo prima non c’era più.  Non ero più innamorata, non ero più felice, non ero più entusiasta, propositiva, fiduciosa, creativa, buona. I miei occhi divennero di ghiaccio, come il ghiaccio che mi crebbe al posto del cuore. Non appena la creatura scese dal mio corpo, il petto mi si richiuse con una cicatrice di fortuna. Uno zig zag scosceso, un ricordo  sgarbato del fatto che Lui mi aveva trovato. Corse nel niente dal quale era arrivato, felice di aver adempiuto alla sua missione.

Il lupo nero mi aveva rincorsa per tanti di quegli anni che avevo immaginato che si sarebbe stufato prima o poi di voler prendere la mia vita. Tuttavia, loro non dimenticano mai le vittime marchiate, non tardano mai a saldare i conti, e per quanto ci siano voluti anni di attese, il lupo nero mi ha trovata, si è mangiato il mio cuore e si è portato via ogni cosa che amavo.

By miriana

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Martedì, 24 Maggio 2016, 18:28

Ho il blocco dello scrittore. Si dice capiti quando ci si annoia particolarmente, io di noia ne vorrei se in cambio potessi cedere la mia tristezza. Forse starò perdendo il mio super potere, quello che mi forniva la capacità di giocare con le parole, di emozionare, di fermare il tempo ad istanti perfetti, e crearne altri che avrei voluto vivere in futuro. Ho il blocco dello scrittore, perché forse la mia vita, dopo un bel po’ di anni, è di nuovo in uno stato di fermo. Pensavo di aver trovato la strada giusta, la persona giusta, il modo giusto di vivere le cose e la vita, probabilmente mi illudevo di questa o quest’altra cosa, ma in fondo ero rimasta la stessa me, ferma allo stesso incrocio, con le stesse paure, e quell’ irrisoluta voglia di addormentarmi per un secolo o più. Ho il blocco dello scrittore, perché non so più di cosa parlare. Amavo scrivere di ciò che mi accadeva, o di ciò che mi sarebbe accaduto presto o tardi,  tuttavia una vita intrappolata in un cubo di ghiaccio non può essere interessante per nessuno, figuriamoci se sia un ottimo argomento con cui allietare gli altri. Sono ferma perché soffro, perché essere ‘’la ragazza perfetta’’ non mi è servito a un bel nulla. Non importa se non guardi negli occhi un’altra persona, non importa se sei fedele fino ad essere ridicola, non importa se preferisci regalare piuttosto che regalarti, non importa se lasci perdere i tuoi casini per risolvere i suoi, non importa se metti da parte ogni cosa soltanto per vedere spuntare un sorriso bellissimo, non importa se dici sempre la verità, se lasci entrare totalmente qualcuno nella tua vita, se mostri le tue ferite, e sottovoce, dici: sfiorale, se vuoi, ma non saltarci sopra, potrebbe fare male. Se per caso gli capiterà di inciampare nelle tue ferite,  non penserà a quella raccomandazione sottovoce, la ferita si strapperà, e da quel buio cucito che avevi stretto anni prima, ne uscirà un buco nero ancora più grande, che inevitabilmente ti risucchierà. Non serve essere la ragazza perfetta, in un modo o nell’altro ti sentirai sempre dire che non vai bene. Che ami troppo, che non sai amare, che hai pianto troppo sia di dolore che di gioia, che sei stata inopportuna, che sei stata per assurdo persino troppo leale  e fedele. Ti sentirai sbagliata, ti sentirai non all’altezza di mille cose. Dovrai fare a pugni con i tuoi demoni, e farà male, perché non eri più abituata a combattere da sola, non conoscevi più il colore del cielo se non per guardarlo insieme a qualcun altro, non riuscivi a progettare qualcosa che fosse in singolo. Sarai abbandonata perché avrai amato troppo, perché sei stata troppo buona, troppo paziente. Sputeranno sul tuo amore, non vorranno neppure ascoltarti. La tua voce sarà un eco da cui scappare, e nonostante debba essere tu quella da abbracciare, quella da cercare, quella che dovrebbe concedere un perdono, abbraccerai, cercherai e forse un giorno, perdonerai. Ho paura perché sento di aver perso per sempre una parte di me stessa, l’ho persa nel pianto, gridando, quel giorno, scrollandomi di dosso quell’assurdo tremore, ho perso una parte di me quando mi sono coperta gli occhi per non guardare, e quando gli occhi mi facevano male da impazzire. Ho perso una parte di me quando ho visto davanti a me una persona nuova, una brutta copia di chi amavo. Ho perso me stessa quando un pomeriggio mi sono seduta sul letto e ho pensato: e adesso cosa fai? Con chi starai a parlare fino a quando verrà buio?. Non c’era nessuno laddove io c’ero stata. Ci sono notti che mi sveglio di soprassalto, che spero in un miracolo, che qualcuno mi dica che anche io merito l’amore, che ne merito tanto, mi sveglio e spero che qualcuno mi dica che se non dovessi svegliarmi appena sorge il giorno morirebbe di dolore, e il mondo non sarebbe più lo stesso. E’ esattamente questo quello che desideravo, era esattamente questo il mio assurdo e folle desiderio di quando spensi con un soffio le candeline a tredici anni, a quindici anni,  poi, a diciotto anni. Non so più fidarmi, non riesco a provare più nulla. Ogni sentimento mi appare come un demone incappucciato pronto a mandare in frantumi i miei sforzi. Ho il blocco dello scrittore perché ho gettato via il cuore, perché probabilmente, nessuno sarà mai capace di amarmi.

By miriana

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Sabato, 23 Aprile 2016, 19:12

C’era una volta un uccellino piccolissimo che si fingeva un aquila corazzata contro anche i leoni. I suoi occhi grandissimi, affacciati su una terra fertile e felice. Un giorno l’uccellino felice si posò su un ramo bellissimo, ma secco per tutta la sua lunghezza. Su questo ramo era posato un uccello più grande, aveva una voce fantastica, e cantava molto meglio di quanto non avesse mai fatto da sé. L’uccellino ammirava quel prototipo di sé stesso più grande, forse sarebbe diventato come lui un giorno, o forse mai. Provava a cantare uguale a lui, cercava di assomigliargli in tutto, e fatalmente un giorno si innamorò di lui, o almeno è quello che pensava quando i loro occhi si incrociavano. Il piccolo uccello provò in tutti i modi a farsi notare, fino a quando l’uccello grande non atterrò sul loro ramo dei giochi e gli disse che forse era troppo piccolo per seguirlo nei suoi viaggi, che forse i suoi vizi erano troppo grandi per la sua ingenuità, e che il mondo in cui stava per dirigersi era così spaventoso per un piccolo uccello come lui. Quel giorno il grande uccello dalla voce bella, partì con un stormo grande, grandissimo, al fianco di una graziosa ed esile rapace. Quell’uccello non fece più ritorno. Il cuore del piccolo uccello si spezzò in due parti, giusto nel mezzo una ferita grande quanto la sua testa. Giurò che mai si sarebbe più innamorato di qualcuno. Piangeva nascosto tra i rami più fitti, cantava e cantava, e sperava che il domani sarebbe stato più buono con lui. Si specchiava negli stagni e notava dei grossi cambiamenti, il suo aspetto diveniva migliore, più adulto. L’uccellino fragile divenne un grande uccello, fiero, tutto piumato di azzurro. I suoi occhi affacciati su un grande mare, il mare dell’uccello più bello che avesse mai potuto vedere. Su quello stesso ramo secco dove il suo cuore si era spezzato qualche tempo prima, si era posato un uccello sconosciuto, un piumaggio di ogni colore che si potesse immaginare. Il suo becco era buono, un sorriso morbido ciò che gli concesse. L’uccellino aveva paura che potesse succedergli ancora, che potesse non essere all’altezza. Ma i due uccelli divennero buoni amici. Facevano lunghe passeggiate per i boschi, dividevano il nido durante le notti d’inverno, trovavano il cibo ognuno per l’altro, ed erano assolutamente uguali. Il piccolo, ormai grande uccello azzurro si innamorò di nuovo, ma questa volta in modo diverso, in modo adulto, potente, e profondo. I due uccelli volavano l’uno accanto all’altro e durante le tempeste, diventavano due aquile, che si facevano da riparo con le lunghe ali piumate. Si amavano, come nessuno si era amato mai tra i boschi, tra gli umani, o in tutto l’universo. Un giorno però, una lunghissima tempesta si batté sul bosco, quel regno fatato si divise in due parti, in ognuna delle due vi rimase un amante. I rovi intricati, l’acqua potente, e la vegetazione infestata non permettevano mai ai due innamorati di rincontrarsi, passarono mesi prima che i due potessero rivedersi. Quando i rovi si districarono, e nel cielo spuntò il sole, l’uccello azzurro corse a vedere se sul ramo di casa ci fosse posato il suo amore. Si accorse con dispiacere che non c’era nessuno ad aspettarlo, né sul ramo, né sul terriccio, né in nessun altro luogo. Pensò che gli fosse capitato qualcosa di brutto, tremava di paura, ma mentre cercava di riordinare le idee alzò il capo nel cielo, e vide che su uno dei rami più alti dell’albero antico c’era un gruppo di uccelli. Volò alto, fino a raggiungere quell’altezza spaventosa. Posato sui rami antichi c’era il suo amore perduto, l’uccello dal piumaggio colorato era accanto ad un altro. Rideva, porgeva il becco sorridente ad altri, non stava cercando nessuno. L’uccello dai colori di tutte le cose del mondo, era andato avanti con la sua vita, l’aveva scordato, e aveva scordato tutto ciò che erano insieme.
L’uccello azzurro scappò così veloce, in picchiata, vedeva tutte le cose piccole diventare grandi, nella picchiata violenta spezzò in due persino il ramo sul quale si erano innamorati. L’uccello azzurro planò cosi forte che si schiantò al suolo. Nulla era più come prima, i due uccelli erano ormai diversi e lontani. L’uccello dai colori di tutte le cose del mondo si era fatto dei nuovi amici, aveva scelto qualcuno che non fosse lui. Aveva smesso di lottare per quell’amore. 

Durante lo schianto il piccolo uccello, ormai grande, perse tutte le sue piume azzurre, che sparse sul terriccio divennero un piccolo lago. Un lago di piume.
C’era una volta un uccellino piccolissimo che si fingeva un aquila corazzata contro anche i leoni. I suoi occhi grandissimi, affacciati su un lago di piume per un amore perduto.

By miriana

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Martedì, 29 Marzo 2016, 18:35

29 -03-2016

SONO INNAMORATA.

By miriana

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Giovedì, 25 Febbraio 2016, 19:40

In un'altra vita, in un universo parallelo, a quest’ora, in questo giorno, 25 febbraio, io sarò in salotto a guardare la nostra foto. La foto del nostro matrimonio, non ci sono parole per descrivere la bellezza di quel momento. Tu con un abito bianco, che apporta purezza al fuoco che hai dentro, io in smoking rigorosamente nero, ti stringo dai fianchi e ti alzo in volo. Il fotografo è stato piuttosto bravo ad ascoltare le mie indicazioni, anche se, se avessi potuto le avrei scattate io le nostre trecento foto. Nei capelli portavi degli strass brillanti, i tuoi occhi poco truccati rimandavano alla luna. Ti ho aspettata all’altare quasi avendo voglia di piangere, tamburellavo con le scarpe lucide sul marmo della chiesa, mi stropicciavo gli occhi con il pollice e l’indice. La gola secca e la fronte un po’ lucida di sudore. Le porte della chiesa si sono aperte lentamente, come quando sta per partire un sogno e non te ne accorgi. La navata imbandita di fiori bianchi e neri. Le tue scarpe alte stridevano danzando con armonia sul marmo freddo del pavimento. Stavi per inciampare, ma poi tuo zio, colui che hai scelto per accompagnarti sotto il braccio, ti ha sorretto in tempo, tu hai riso pazzamente, come solo tu sai fare nei momenti più assurdi. Tuo zio ti ha portata fino a me, mentre ti avvicinavi era tutto in rallenty, mi è tornata alla mente la mia vita prima di te, e poi la mia vita dopo di te. Tutto diverso, tutto speciale. Il velo ti copriva il viso, ma riuscivo a scorgere alcuni dettagli del tuo viso d’angelo. I capelli con un semi raccolto ti cadevano sulla schiena infasciata di seta. Ti baciai la mano, e con un flebile tocco di dita ti scostai il velo, il mio bacio toccò la tua fronte. Tuo zio ti aveva consegnato a me, fiero dell’uomo che stavi andando a scegliere, ora, e sempre. Tremammo tutto il tempo, come due foglie d’inverno, ogni tanto mentre il prete straparlava, ci prendevamo per mano, sfiorandoci il palmo interno come facciamo spesso. Le nostre mani fredde si scaldarono sempre di più ad ogni tocco. A noi non importava granché di quella lezione d’amore, noi conoscevamo già tutto, sapevamo già come amarci, se non fosse per il fatto che ci eravamo scelti, ancora prima di apporre una firma di legge o una firma con Dio come garante. I tuoi occhi lucidi incontrarono i miei più volte, ed io avrei voluto piangere per la gioia. Quel giorno la donna più bella del mondo divenne mia moglie. Io il tuo sposo sincero, e tu la mia sposa fedele.

In un’altra vita, in un universo parallelo, a quest’ora, in questo giorno, 25 febbraio, io avrò smesso di guardare la foto perché una nanetta quasi bionda mi starà infastidendo. Quella nanetta bionda sarebbe nostra figlia, ha i capelli riccioluti, una gran voglia di fare baldoria, ma non è scatenata da far paura, il giusto da essere sveglia. Tu starai preparando la cena, sento dalla cucina il rumore di pentole che scricchiolano. Prendo la nanetta per la mano e ti raggiungo. Tu che non ti sei mai applicata molto nella cucina in età giovanile, adesso sei spesso ai fornelli per darci tutto ciò che desideriamo. In forno la crostata che ho fatto con le mie mani, sul fuoco la tua specialità. Mi lecco i baffi, e vengo a darti un abbraccio di schiena. Tu li adori, credo che ti faccia sentire protetta. Hai il sorriso di chi è felice, di chi non le manca niente per essere soddisfatta. Ti prendo a morsi sul collo, tu ridi e mi salti in braccio. Piccola come sei stai tutta in una mano, in un abbraccio, persino in un bacio. Poi ceniamo, e facciamo addormentare la teppista, che purtroppo o per fortuna, abbiamo messo al mondo molto presto, troppo presi dall’amore.
In un’altra vita, in un universo parallelo, a quest’ora, in questo giorno, 25 febbraio, sarà l’ora giusta delle coccole. Tu mi starai accarezzando tra i capelli, ed io ti starò fissando come una dea pagana. Avremmo fatto già l’amore almeno due volte, e i nostri corpi nudi si staranno stringendo sotto il peso leggero dei nostri sospiri. Ci sarà una luce accesa dal lato mio, il tuo corpo sarà completamente sopra il mio. Starò ascoltando il suono del tuo respiro, e il profumo della tua pelle mi si sarà già insidiato addosso. Il mio petto sa di te. Le mie mani adagiate sui tuoi seni. Avrai smesso di parlarmi degli altri, perché non te ne importa più niente. I tuoi baci l’ultima cosa da sentire prima di dormire, la tua voce che mi si annida nei sogni. Ti avrò già detto ti amo almeno un milione di volte.

In un’altra vita, in un universo parallelo, a quest’ora, in questo giorno, 25 febbraio, non ci siamo conosciuti ancora, ma ci stiamo già cercando."

By miriana

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Martedì, 01 Dicembre 2015, 21:06

Il 2015 finalmente sta andando via. 
È stato un anno difficile, un anno in cui ho rischiato di perdere mio padre, un anno in cui ho dovuto affrontare mille sfide, un anno dove spesso ho dovuto fare affidamento su tutte le mie forze per non lasciarmi andare. È stato un anno in cui ho rivisto di nuovo Lei, abbiamo passato momenti magici, momenti indimenticabili, ma altrettanto momenti duri da superare. Momenti in cui ho pensato di non farcela, momenti di attese, speranze, momenti in cui ho visto mia madre soffrire, momenti in cui ho finto un sorriso, ed altri dove sono crollata, momenti dove ho trovato qualche buon amico, momenti in cui ho desiderato con tutta me stessa un suo abbraccio, una sua Carezza. È stato un anno particolare, che mi ha dimostrato realmente quante debolezze e buchi ho, ma anche quanto, a prescindere da tutto, io sia capace di amare intensamente. Auguro a tutti un anno migliore, a me auguro ciò che verrà, senza troppe sviolinate. Buona bevuta!

By miriana

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Venerdì, 30 Ottobre 2015, 19:14

Ci vuole tanto coraggio per vivere il presente, daremmo tutti l'anima per guardare cosa ci succederà domani. Forse prenderemmo delle scelte più in fretta, senza aspettare che sia la burrasca a metterci sotto e a farci scegliere cose che ad oggi ci sembrano eterne. Ci vuole coraggio per vivere questo giorno senza sapere domani cosa ci stia aspettando. Mille cose brutte, ma al contempo forse, altre mille cose belle. Non è da tutti saper aspettare, avere la consapevolezza che domani qualcosa ti farà del male, e vivertela comunque. I più scappano piangendo, scappano gridando, o si assentano nel silenzio senza chiudere una porta ma senza neppure aprirla. Possiamo soltanto sperare un futuro adatto a noi, sognarlo, immaginarlo, e aspettare che succeda o forse no, senza dare le colpe a nessuno. Io mi immagino un futuro di buoni odori, quegli odori che stanno sulla pelle e che non vengono coperti da profumi chimici. Mi immagino di sedere dalla parte del passeggero in auto, di guardare fuori dal finestrino e seguire le luci dei palazzi, come faccio adesso. Mi immagino che il dolce sia sempre io a prepararlo, mi immagino canzoni, la musica tutto il giorno, senza poterne scegliere una. Mi immagino risate, quelle che scoppiano con ingenuità per le cose più stupide, e pomeriggi interi passati a letto, ad abbracciarsi, a tenersi stretti stretti. Mi immagino un futuro leggero, senza pesi, senza colpe, senza limiti. Un futuro chiaro come l'aurora, profondo come il tramonto. Spero di non avere più paura, quella paura maledetta che mi ricorda che sarò sola, che non ci sarà nessuno a sedere accanto a me. Spero che tutto ciò che penso sia una concreta verità, e non solo un sogno lunghissimo da cui mi sveglierò piangendo. Queste sono le cose che mi auguro, e se non dovesse essere così, allora, significherà che non le meritavo.

By miriana

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Martedì, 22 Settembre 2015, 18:02

A volte ritorno qui.

By miriana

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Mercoledì, 08 Luglio 2015, 19:31

Le sei di mattina mi tormentano, sono una sveglia repentina che mi sbattono la realtà in faccia, mi ricordano che sono sola e non posso più svegliarti. Mi piaceva svegliarti, non si arrabbiava mai, anzi pensava che fosse un modo dolce per passare più ore insieme, non parlavamo mai degli altri, a noi non importava. Passavamo tutta la notte, e quelle ore rubate al mattino parlando di noi, dei nostri progetti futuri, delle cose che ci avrebbe fatto piacere fare insieme. Non spariva mai in preda ad un colpo di sonno, era sempre pronta per restare a parlarmi. A noi non interessava dormire, non ci interessavano un sacco di altre cose, ciò che ci piaceva più di tutto eravamo noi. Non importava di quanta gente ci fosse intorno, ignoravamo tutti e restavamo a guardarci negli occhi. La notte non mi pesava, non mi pesava neanche il mattino, neanche il pomeriggio, neanche la sera. Era un cercarci di continuo, un bisogno costante l'uno dell'altro. Non ci spaventava il futuro, lo affrontavamo a testa alta, con una sola certezza, che non ci saremmo mai detti addio. Lungo questi anni è successo, io non l'ho mai detto, l'ho sempre ascoltato, ricevuto, letto. Ogni volta mi sembrava di impazzire, non poteva essere vero che un punto spigoloso mettesse a tacere tutte le gioie della nostra vita passata insieme. Non mi sembrava vero, le prime volte restavo calma, chiedevo, ascoltavo, le ultime invece sono impazzita di dolore. Non so se l'ha mai immaginata una vita senza di me, io ci ho provato e mi sembra così estremamente triste. Niente messaggi, niente chiamate, niente risate, niente partite, niente progetti, niente canzoni, niente carezze, nessun bacio, nessun sentimento, niente più noi. Solo l'ombra di un giorno che passa e finisce, solo un terremoto infinito che prima o poi getta il cuore a terra come un vaso di cristallo. Correva da me, correva con me, le sue gambe mai mi sorpassavano nè mai restavano indietro. Non volevamo fare nulla di fretta, nè arrivare in ritardo, passeggiavamo lungo la strada della vita tenendoci per mano senza paura. Le sei di mattina mi uccidono. Apro gli occhi e penso che non ci sei più, penso che ho paura da morire, che prima o poi tornerà in sè e mi dirà scusami di tutto, avevo smarrito la strada. Posso essere la tua bussola se vorrai, quella che ti accompagna a tutti i concerti, anche a quelli noiosi. Posso essere la tua ancòra di salvezza, posso essere il tuo ''ancora'', posso essere quella con cui mangiare schifezze, quella che ti sorride quando avrai paura, posso essere quello che fa il primo passo al buio prima di te, anche se il buio mi spaventa. Posso essere l'ago della tua bilancia, il cerotto della tua ferita, posso essere la compagnia più divertente, quella migliore di tutti, posso essere il tuo oggi, il tuo domani. Posso essere ciò che vuoi, se tu sarai ciò che sei sempre stata per me, la felicità.

By miriana

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Sabato, 11 Aprile 2015, 18:08

Nel riflesso di quelle bottiglie di liquore, c’era il riflesso dei suoi occhi. Due gemme d’acqua pronte ad esplodere, ad erodersi, a confondersi con la bellezza di tutti i mari. Mentre camminavo su quell’asfalto freddo i passi venivano meno fino  a brancolare nel buio, perché quando il mio corpo ha poi raggiunto l’uscita principale, le porte di vetro, quelle che si aprono solo se spingi da dentro, hanno rimandato indietro un riflesso strano. C’ero solo io ed il mio corpo piegato, mancava la sua presenza, la sua piccola figura, il suo continuo chiacchiericcio, le corse prima che mio padre torni a prenderci, il ritorno a casa, la cena felice, l’abbandono tra le fresche lenzuola, il ristoro dei sensi, i nostri corpi che si addormentano vicini e limpidi. Quel riflesso mi ha spaventata tanto che il mio passo si è ritratto per un attimo. La porta era già aperta, e il mio corpo ancora indietro. Il fresco insapore si è aggrappato ai miei nuovi capelli, al giubbotto di pelle, alle scarpe eleganti. Il freddo si è lasciato cadere fino a raggiungere le ossa, e poi il cuore. Fino a quando seduta a quel tavolo tondo come una luna piena non ho posato lo sguardo su due rose rosse. Volevo rubarne una e regalarla a te. Regalarla come poi? Troppa sarebbe la distanza del lancio. Quelle rose mi hanno fissato per tutto il tempo, ed ogni boccone di caffè cremoso che mandavo giù il mio stomaco si contorceva fino a prendersi a morsi. Il telefono squillava fino a urtare un vicolo cieco. Il tuo silenzio, la cosa peggiore, quello che non ti restituisco quasi mai, neppure quando sono arrabbiata nera. Il silenzio ha dominato tutta la mia esistenza, e insieme al caos ha fatto a pugni fino a confinare l’una e l’altra cosa, per poi darsi il cambio ogni giorno a momenti diversi. Cercavo la tua voce, in ogni luogo. Cercavo, ma il muro dietro il quale ti eri barricata faceva più male delle spine di rosa. Quelle rose erano finte, ma noi non lo siamo, quello che abbiamo non è di plastica, ma di vera carne, di vero spirito, di vera essenza. Il nostro cuore è stato trafitto di spine più e più volte, e rifiorito soltanto grazie alla nostra vicinanza. Quello che abbiamo muore con noi e nasce con noi. Le mie suole si sono trascinate in un auto che non mi appartiene, cullata dal vortice infinito delle domande, il finestrino non rifletteva più l’intera figura, ma solo un broncio da bambina.

Arrivata a casa, un'unica certezza.

 Non siamo una di quelle cose che quando vanno a  male si ha fretta di chiudere, noi non possiamo essere chiusi, perché forse non siamo mai stati neppure aperti, siamo sempre stati un cerchio perfetto senza chiusure.

By miriana

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Mercoledì, 04 Febbraio 2015, 17:31

Si sono perse le tracce.

By miriana

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Martedì, 23 Dicembre 2014, 18:08

C'era una volta una lacrima.
Il suo calore era così immenso che la guancia sibilava sotto la sua forza,
era appena nata, e non sapeva bene come funzionasse il mondo.
Una cosa certa era che la sua vita sarebbe stata lunga e felice.
Il tempo che avrebbe impiegato per raggiungere la bocca e poi il pavimento
sarebbe stato infinito. Piccola, dolce, calda, e poi d'un tratto fredda.
L'inverno torrido di quel giorno era così glaciale che il suo calore
si disperse in pochi attimi. Era fredda adesso, tremava, ed era un pezzo di ghiaccio. 
Si chiese del perchè fosse nata, quale era stato il motivo della sua venuta,
mentre sorrideva, e guardava le luci colorate intorno a lei,
ruzzolò su un paio di labbra secche, e poi con un tonfo
si schiantò sull'asfalto. La donna che l'aveva messa al mondo
senza accorgersene riuscì anche a calpestarla.
Qualche sua sorella la raggiunse, ai piedi della donna.
Poi iniziò a piovere. La lacrima era adulta ormai,
e innamoratasi perdutamente di quella fitta tempesta,
si ritrovò a fare l'amore con la pioggia. 
L'acqua del cielo la inglobò fino a renderla sua.
Al mattino, il sole asciugò le strade . Il ciclo era finito.
La lacrima era invecchiata e poi felicemente scomparsa.

By miriana

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Lunedì, 22 Dicembre 2014, 19:29

Ilaria correva.

Mi immagino di si.

Zompettava per la casa la sera di Natale, chiedeva a sua madre se per lei ci sarebbero stati i regali che aveva chiesto. Babbo Natale si sarebbe ricordato di lei? Non avrebbe perso un rigo della sua lettera disordinata. Sul fondo anche un bel disegno. Le renne ricoperte dalla neve, un pacchetto,e  poi mamma e papà. Lei non c’era nel disegno, perché lei lo stava disegnando. Che assurdo ingegno quello di Ilaria. I suoi capelli d’oro risplendevano sotto le lucine di natale. Ma non era un oro del sole, né del fieno, i suoi capelli erano di un oro antico, vecchio e imbrunito, ma pur sempre prezioso. I suoi piedini nudi vorticavano per la stanza, le paiette e i brillantini le restavano sotto la pianta dei piedi. Il letto avrebbe luccicato, almeno così diceva, sua madre non era entusiasta di quest’invenzione, tuttavia Ilaria era la sua gioia, e Ilaria decideva, disfaceva, gridava, rideva. Non era viziata, ma era un vizio tutto quello che le piaceva. E le palline di natale solo di un fucsia barbie, quelle che piacevano a lei. E i nastrini bianchi bianchi come la neve o il riso col formaggio. A babbo natale aveva chiesto oltre che una serie di regali, anche una sorellina. La mamma le aveva spiegato che Babbo non poteva farci proprio nulla in tal proposito, ma che a quello ci avrebbero pensato lei e il suo papà, ma non adesso. Cinque anni son davvero pochi per occuparsi di un’altra vita. Ilaria sbuffava e tremava nell’attesa di questa gioia. Nel frattempo si teneva impegnata a spargere il suo solito caos. Il plaid di winny pooh pieno di pieghe sul letto, e una decina di bambole distese sul pavimento. Ilaria era incostante, e giocava con dieci cose in una volta. Poi perdeva il filo e correva dalla mamma. Un bacio, due baci, tre baci. Ilaria adorava le coccole, soprattutto il profumo di vaniglia dei capelli della mamma. Lo stesso che sprigionavano i suoi. Babbo Natale era arrivato per l’ultima volta, di rosso vestito, e di bianco coperto. Il suo sacco carico di regali. Con fare circospetto aveva dato un bacio alla bambina, e poi le aveva lasciato un biglietto: “Meriteresti mille cose di più, nel frattempo ti dono tutto quello che ho!” Che felicità e che grida al mattino. Il bambolotto con la febbre, e la barbie sirena. E il maglioncino nuovo con la faccia delle winx. Poi un vuoto, il silenzio. Un brutto male, mi immagino di si. I suoi capelli d’oro spezzati in un vento fortissimo, le sue braccia sempre più deboli. Il pallore della sua faccia perfetta ad indicare i giorni duri che le avevano sfasciato il corpo. Meno parole, meno risate. Meno disordine. Ilaria giaceva nel suo letto piccolo, sommersa di coperte, eppure aveva freddo. La tv non le interessava più, nemmeno i giocattoli. Voleva che qualcuno restasse al suo fianco giorno e notte, a darle la mano, a sussurrarle piano dolci ricordi. Come l’ultima vacanza a Capri. Si era divertita un mondo, e aveva fatto molto amicizia con una bambina dell’Uruguay. Il suo costumino talmente piccolo da sembrare quello di una bambola di pezza. In foto un sorriso timido ma furbetto. Le gambine abbronzate distese su un fianco. L’ultimo ricordo felice prima di andare. Cinque anni e tante cose da fare. Ilaria è un ricordo, è una lapide fredda sommersa di giochi. Ilaria è il saluto che dedico quando visito i miei morti. Un bacio, un sorriso ai suoi peluche. Non la conosco,e  lei non conosce me, eppure quella piccola creatura è una costante nella mia testa. Una preghiera, le dico ‘’ciao’’, sottovoce, ogni volta con le lacrime agli occhi. Potrei essere la sorella che volevi e che avevi chiesto alla mamma. Sono grande più di quanto ti aspettavi, ma ti ho amata, e ti amo anche se non ti ho mai conosciuta. Mi immagino così i tuoi cinque anni di vita, felici, straripanti di gioia come una tazza che straborda di panna. A volte anche i cigni più belli annegano nel petrolio, ma tu non sei annegata, sei volata dove non possiamo arrivare, ma tu si, e potevi già da molto prima.

By miriana

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Giovedì, 04 Dicembre 2014, 11:24

Sento le tue parole sbattere per tutta casa. Sono vento, e il vento freddo che mi porto dentro tu potresti dargli fuoco. Appicca l’incendio, sta solo a te incenerire il caos della mia vita. Con quegli occhi di lince mi porti in salvo e poi mi lasci su una zattera bucata.
Sento le tue mani che graffiano l’anima. Ogni pezzo di pelle si trascina tra le tue dita. Ogni angolo diventa tondo per arrivare a te. Orgasmo parole che non oso dirti. E favole non te ne racconto più. Mi piacerebbe che fosse tutto vero, che fossi qua quando ti cerco e anche quando non proferisco il tuo nome. Mi piacerebbe che tu fossi propriamente reale, che non fossi in fuga, che io non fossi già scappata e nascosta tra i rovi che ho cantato.
La neve scende, le nostre orme si accostano. Rinuncio a tutto tranne al fatto che tu non possa esserci.

E' come si cercano gli amanti che poi ci ritroviamo.

By miriana

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Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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