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Dentroadunsognomalconcio

Martedì, 28 Novembre 2017, 19:31

26-11-17, dieci anni dopo, io e te...

Pioveva, la pioggia sembrava gridare esattamente come la mia testa. Dieci anni ad aspettare qualcosa che poi di colpo, succede in un attimo. Non hai il tempo di pensare, capire, metti le prime cose che hai sotto mano, ti allacci le scarpe in velocità e corri via, lungo il palazzo dal marmo bagnato, una sfilza di macchine a fari spenti, un incontro segreto tra due persone segrete. Nessun lampeggiante, nessuna finestra che va giù di colpo con un –Sali- , una silenziosa attesa che mette paura. Apro lo sportello dell’auto e farfuglio qualcosa circa la –fretta-. Ho un po' di pioggia addosso ma non ci penso poi molto, inizio a spogliarmi nervosa, come a voler togliermi di dosso tutte le paure. Via prima il cappello, poi la sciarpa e infine il giubbotto: lancio tutte le cose con violenza nei posti inferiori, poi mi giro e incontro i suoi occhi: gli occhi più belli mai vista in vita mia, come due punti neri che squarciano un nero fittissimo ancora più forte. La notte non mi è mai piaciuta così tanto come quella volta. La pioggia la odio, ma quella era una pioggia bella: fresca e calma, senza tormente né uragani, sembrava accarezzare l’auto con una tale dolcezza che in fondo il sole avrebbe solo potuto provare invidia. Il finestrino mezzo tirato giù lasciava che qualche goccia minuscola rimbalzasse sulle mie braccia : - apri, ho caldo.- ho detto. Un caldo mai provato prima, che ti asciuga la bocca e ti restringe le ossa. Un caldo che ti si appiccica in bocca e non ti fa parlare. Un caldo che nessuno stava sentendo, ma che io sentivo arroventarsi nel mio stomaco. Allora sono diventata calda, tutto il mio corpo lo è diventato, un pezzo di ghiaccio che d’un tratto si trasforma in una brace rovente. Non mi sentivo strana, non di –quella stranezza che ti rende silenziosa- ero assolutamente a mio agio, come se avessi parlato per tutti i dieci anni ininterrottamente con quella persona, senza mai staccarmi un secondo dalla sua testa. Una tranquillità che appartiene solo a chi –si conosce bene- e non – deve mentire- una naturalezza che riescono a sentire in pochissimi durante il primo incontro. Allora poi ho sorriso, di un sorriso buono che addormenta la rabbia, e lui ha fatto lo stesso in modo più lento. La mia stretta non era da – una che lavora-, troppo dolce, a detta sua. Le mie mani morbide, troppo morbide, a detta sua. Allora la mia morbidezza ha abbracciato la sua. Accarezzargli la mano era così strano dopo averlo immaginato così tanto: di una tenerezza che non ci si aspetta, di dita che si intrecciano, di parole che si scontrano, ma di gesti che continuano a fluire: gli uni sugli altri, mani su mani. E dopo una risata, un abbraccio che si affaccia piano, di una bocca che accarezza una guancia, e poi accoglie un bacio. Il mio profumo così forte che faceva annaspare il vetro, ma si appicciava ovunque, quasi a voler gridare – non mi lavi più via- Lo abbracciavo come una bambina stanca di aspettare: la mia testa coincideva perfettamente all’altezza del suo cuore. La sua bocca era soffice come le nuvole, e di tanto in tanto si accapigliava sulla fronte, quasi a volermi baciare i pensieri, e poi mi baciava le mani, come ad una donna cortese, sul dorso con tanta leggerezza da fare spavento, e più mi sentivo il suo respiro nei capelli, più mi sentivo vicina al suo cuore. Ho alzato il capo per qualche istante, e i suoi occhi erano lì appesi, come vestiti messi ad asciugare, mi fissavano come si fissano i sogni:- fragile come vetro, di un vetro che non ha mai voluto sfondare davvero.- accartocciata sul suo corpo, ad occhi chiusi, come se niente potesse farmi del male, in silenzio sotto il mugolio sordo di un pensiero stupendo. E mentre lo stringevo forte mi accorgevo di quanta –forza impossibile- fosse dotata la mia testa, capace di abbracciare in egual modo un pensiero lontano, e adesso un pensiero vicino. Uguale. Come avevo pensato. Uguale. Come avevo sentito. Allora ho straparlato,perché io parlo sempre troppo, mentre lui ascoltava in silenzio i miei capricciosi deliri, e mentre lo guardavo negli occhi gridavo con quanta forza avevo in gola: - resta, non te ne andare.- e pensavo, impaurita, di come la mia bellezza digitale, si fosse asfaltata, scontrandosi con la realtà sdrucciolevole del mio poco rossetto. E quando quasi per caso ho avvicinato tutta me stessa a tutto sé stesso, non ho avuto timore di dire – tu puoi avere tutto, perché sei tu a volerlo.- Allora gli ho spostato i capelli dalla fronte, i ricci che vedevo tante volte da lontano erano tra le mie dita. Poi sono passata al collo, lungo la parte posteriore, tra i ciuffetti dei capelli cortissimi, e la pelle giovane. Ho accarezzato con una tale leggerezza da sentirmi appena, forse, ed era quasi come dire – ti sto toccando, anche se ti ho già toccato mille volte prima, e anche adesso che ti guardo.- E quando quasi forsennatamente gli ho accarezzato il braccio avrei voluto aggrapparmici in modo stabile e scappare con lui. E allora ho calciato la borsa ferma ai miei piedi, per agitazione, avrei voluto scrivere sui vetri, uscire lì fuori sotto la pioggia e trascinarmelo dietro, fino a baciarlo ai piedi della strada umida. Passava di lì un ragazzino con un cane, e una signora che cercava con ossessione un oggetto perduto, e poi qualche macchina veloce, ma tutto intorno, niente. A pochi passi il mio cancello, i miei negozi, le mie strade, e il mio buio. Buio che adesso dividevo insieme a lui e che non mi faceva più spavento. E quando poi ci si è fatti quella foto sembravamo due vecchi innamorati che stanno per raccogliere tutte le foto e farne un bel quadro. Ma mi entusiasma pensare che a vederci così, niente mi sembra più bello di noi due vicini. Credo di avergli tenuto la mano tutto il tempo delle parole e dei silenzi, giocato col suo anello. Credo di avergli rubato almeno mezzo chilo d’aria a stargli così vicino, a bussare all’altezza dei suoi occhi, quando mi sembrava giusto. Ho pensato che avesse una –bellezza giusta- una di quelle che non ti delude, e ho sperato di avere una –bellezza esaustiva- una di quelle che ti riempie abbastanza. Ma quello che ho capito, l’ho capito baciandogli la bocca: che era così buona che andava mangiata di colpo, e così piena che non ce n’era nemmeno bisogno. La bambina che bacia il suo sogno, e il ragazzo che trova il coraggio di baciare la sua bambina. Quasi come a masticare le nuvole, e a trascinarsi lontano dagli altri, quasi come a bere la pioggia e a trattenere in bocca il respiro, perché l’aria non arriva a servirti. Un bacio morbido e pensieroso, che la bambina non sapeva capire, e che il ragazzo non riusciva a spingere avanti. Un bacio, come si baciano le cose che hai paura di toccare, perché scottano troppo, o hai paura che non scottino abbastanza, ma che alla fine hanno un calore preciso che non può farti sbagliare. Allora ho capito, che non c’era bisogno di niente, che tutto quel tempo in fondo non era passato, o era solo passato per diventare più grandi, che forse solo la mia bocca stava bene alla sua, e che solo le mie mani stavano bene nelle sue. Non è servito fare nient’altro. E quando poi me ne sono andata, e mi sono rivestita con le cose lanciate ai sedili dietro, non ho saputo piangere né disperarmi. Non c’è stato un – torna domani- o un –non te ne andare affatto- mi è venuta una rabbia colorita, che ti fa sbattere le porte, una rabbia in cui vedi una macchina partire e sparire dietro l’angolo. Prima di questo, prima della pioggia leggera, prima delle chiavi nel cancelletto esterno, gli ho baciato la guancia, e poi sempre più in là, come quando scopri una spiaggia bellissima e ci cammini piano, fino a trovare il tesoro. Uno, due, tre, e poi la bocca. Avrei voluto impacchettarlo con cartone e scotch e portarmelo a casa, fargli salire le scale e addormentarmi nel mio letto, accanto a lui. Poi mi sono accorta che ero già scesa, e che lui stava già andando. Una curva precisa volta all’autostrada veloce. Quando ho raggiunto le scale mi ci sono seduta, senza capire. Perché in fondo non avevo capito niente altro che, la perfezione dei momenti che sarebbero stati per sempre nostri.

By miriana

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Dentroadunsognomalconcio

Fino in fondo alle<br
/>radici<br />del
mio cuore


Io

Ho diciannove anni. anni, sono un Leoncino e vivo a Sulla luna.

Ho letto:
Leggo sempre ciò che scrivo, almeno due volte consecutive, per poi dimenticarmene del tutto.

Ho visto:
Amo il cruento ma non troppo, l'avventura, gli amori impossibili, complicati, spietati, che portano alla morte più o meno fisica.

Ascolto:
Vivo di musica, e per la musica.

Amo:
Amo restare a guardare le persone che si amano, quelle che si prendono per mano come se stessero facendo l'amore, amo quando piove ed io non ho impegni se non quello di poltrire sotto ad un piumone, amo stare a guardare il cielo, soprattutto quello notturno, dove il silenzio diventa una virtù, amo gli amanti dell'amore, e le cose che esprimano arte pura, amo scrivere e perdere ore a parlare di persone e cose che neppure esistono, ma che dentro la mia testa hanno già un posto privilegiato. Amo quando sono forte, quando mi asciugo le lacrime e dico a me stessa '' andrà bene''. Amo il sorriso di mia madre, e la risata di mio padre, amo i loro occhi a volte spensierati, altre tristi e spenti. Amo le persone che mi afferrano il cuore e lo tengono stretto stretto al loro petto come fosse un gioiello d'alta moda.

Odio:
Odio l'odio, odio il perbenismo, la presunzione, l'ozio non artistico, odio gli arrivisti, e quelli che si abbattono alla prima sconfitta, odio quelli che non hanno sogni ma che nel loro cassetto hanno solo degli sporchi soldi, odio i malditesta, e quelle domeniche che mi ricordano quanto io ci stia male, odio sentirmi sola al mondo, e odio ancora di più quando ho voglia di piangere, odio chi dimentica sempre in fretta, e chi si lascia le persone alle spalle come fossero le bucce di un frutto marcio.


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